mercoledì 2 giugno 2010

recensione 2666 di Roberto Bolaño

Egugenio Santangelo - Tabard - marzo 2008


Direi che l’autore de I detective selvaggi vede il mondo come un complicato sistema di relazioni, che è prodotto a sua volta di molteplici sistemi interrelazionati. Vale a dire che vede il mondo in un modo più o meno simile a – per citare un grande scrittore che di sicuro Bolaño ammira – come lo vedeva Carlo Emilio Gadda. [...] L’artista della molteplicità che è Bolaño sa che l’unica cosa che può fare l’individuo per assimilare il caos che lo avvolge e che riflette la sua natura consiste nell’aprire bene gli occhi e cercare di registrare tutto per poi tentare di ordinarlo.
(E. Vila-Matas, Bolaño en la distancia)

Sul “secondo grado” nell’opera di Roberto Bolaño si potrebbero scrivere diverse monografie. Stesso discorso se riduciamo il campo a 2666. Anzi, potremmo dire che tutte le operazioni di secondo grado che questo numero di “Tabard” ha cercato di sviscerare costituiscono il fondamento della scrittura dell’autore latinoamericano (come lui si definiva, né cileno, né messicano, né spagnolo, ma latinoamericano, come i suoi detectives). Citazionismi, parodie, riscritture, intertestualità, plurilinguismi incerti e esplicitamente manipolati
(non certo filologici), contaminazioni ecc. E basterebbe rimanere “dentro” la sua vastissima produzione per studiarne rimandi interni, proliferazione di racconti, ritorni di personaggi, temi, motivi minimi, ri-sviluppati, ri-scritti e re-indagati da un’opera all’altra, riaprendo e riconfigurando le relazioni, come in «una specie di aleph» borgesiano «inesauribile», con una «struttura che tende all’infinito» (così, rispettivamente, E. E. Gandolfo e, ancora, Vila-Matas). È un’opera che andrebbe considerata nella sua totalità. Eppure, nonostante ciò, ogni suo “episodio conchiuso”, pur lasciando indizi del suo esser passibile di una ri-apertura e reinterpretazione – in primis ad opera del suo stesso autore – è dotato di una particolare autonomia derivante dalla centralità conferita da Bolaño alla micronarrazione (come microsistema, per l’appunto).


Dopo la traduzione e la pubblicazione di quasi tutta la sua opera da parte di Sellerio, Adelphi edita tre delle cinque parti (433 pagine, solo poco più di un terzo) che compongono l’immenso ultimo romanzo, uscito postumo nel 2004. 2666 non è un libro che si possa leggere a puntate, nell’abisso centrale verso cui tendono tutte le storie (“La parte de los crímenes”) i lettori italiani potranno scivolarci solo fra un anno, quando uscirà il secondo tomo dell’opera. Non si capisce il senso di quest’operazione – a mio parere nemmeno da un punto di vista commerciale, ma ammetto che non è il mio campo – da parte dell’editore milanese, che oltretutto
ha ricevuto contributi dalla Dirección General del Libro, Archivios y Bibliotecas del Ministero de Cultura de España, per la stampa del libro. Ma tant’è, accontentiamoci e veniamo al dunque.

Risulta chiaro, date le premesse, che anche solo descrivere la trama o elencare i temi del romanzo in così poco spazio sarebbe impossibile. Allora giriamo intorno a un verbo: investigare. Bolaño utilizza sempre, gioca, parodia, rielabora il genere poliziesco. Nella maggior parte dei casi i suoi personaggi cercano qualcuno o qualcosa. Ricerca e investigazione. Aggiungiamo la parola labirinto (è chiarissima l’influenza di Borges). Il più delle volte, però, il lettore è depistato. È condotto a cercare un oggetto, ma il romanzo alla fine gli dice che quell’oggetto (pericolosamente assolutizzato) non è così importante, non esiste, anzi è assente, l’importante è l’investigazione, la ricerca, le storie. Ecco allora la prima parte del romanzo: quattro critici letterari investigano e interpretano l’opera di uno scrittore tedesco desaparecido – andidato, tra le altre cose, al Nobel – di cui non esiste traccia se non nei suoi libri. Eppure insistono nel cercarlo, nel voler investigare anche la biografia, di Benno Von Archimboldi, nel voler trovare attestazioni di presenza. In continuità con I detective selvaggi: allegoria dell’assenza del soggetto, parodia della sua ricerca. È solo nella ricerca e nella narrazione della ricerca che il soggetto può raggrumarsi contingentemente: non nell’oggetto della ricerca. Tabard: «il fine della ricerca è la ricerca stessa». E così il narratore – sempre in una terza, strana, persona (e alla fine del romanzo si potrebbe, forse, ipotizzare una sua identificazione) – li manda (tre di loro) sulle tracce labili di Archimboldi, li invia nel nord del Messico, al confine con gli USA, a Santa Teresa. Qui, ovviamente, non troveranno nemmeno tracce, di Archimboldi, affonderanno semplicemente in un Messico estremizzato e frontierizzato, s’ubriacheranno, conosceranno personaggi ambigui, a volte fantasmatici, onirici, s’innamoreranno d’una indigena venditrice d’artigianato locale, perderanno se stessi nell’opera dello scrittore tedesco. Verranno a sapere, ma lentamente, che in quella città, Santa Teresa (alias di Ciudad Juárez, stato di Chihuahua), in soli dieci anni sono state uccise più di 200 donne, senza che si siano ritrovati (e nemmeno ricercati) responsabili, a parte capri espiatori utilizzati per futili catarsi mediatiche. La narrazione li abbandona, cessa l’investigazione su di loro, si focalizza su un personaggio, Amalfitano, già apparsoci nella prima parte. Non è un caso che questo professore cileno di letteratura leghi – narrativamente e tematicamente – le sue origini a Santa Teresa. Fugge dalla dittatura, vive in Spagna, la moglie lo lascia per andare alla ricerca (ancora una volta) di un poeta chiuso in un manicomio, finisce insieme a sua figlia a Santa Teresa. 2666 è un romanzo sul male, ne indaga e mette in relazione differenti manifestazioni storiche e psicologiche (“La parte di Archimboldi” andrà ancora più indietro, alle “origini” del secolo breve).

Dalla dittatura cilena, centrale per la “formazione” di Bolaño, Amalfitano sfiora la follia nella città dell’orrore umano sistematicamente “permesso” e non indagato, slegato in maniera mistificatoria dai complessi sistemi acquiescenti che ne sono i colpevoli, atomizzato in un nonsenso che è l’assenza di relazioni. Amalfitano finisce alla fine del suo «viaggio» in un’«oasi di orrore» (cfr. l’epigrafe baudelairiana del romanzo). 

Ne “La parte di Fate” ci immergiamo ancora un poco più a fondo in un tale abisso, attraverso il filtro di un giornalista statunitense nero che viene inviato nella città messicana per scrivere la cronaca di un incontro di boxe ma che l’“istinto investigante” porterà inevitabilmente verso “la parte dei crimini”. La paura è un altro centro generatore del romanzo. Durante la scrittura, Bolaño intrattenne uno scambio epistolare con Sergio Gonzáles Rodríguez, poi autore di Ossa nel deserto (Adelphi, 2006), agghiacciante libro-inchiesta sul ginocidio di Cd Juárez. Investigare su queste vicende in Messico risulta estremamente pericoloso, molti giornalisti sono stati uccisi, lo stesso Gonzáles Rodríguez ha subito attentati e minacce. Bolaño lo trasformerà in un personaggio del romanzo, e scriverà: «Ossa nel deserto non è solo una fotografia del male e della corruzione in Messico, ma anche una metafora dell’incerto futuro di tutto il Latinoamerica». Fate sparirà dalla narrazione alla fine di questo tomo incompleto e della parte a lui dedicata: lo lasciamo di fronte all’immagine mitologica del «gigante» accusato degli omicidi (ironicamente innocente) che il giornalista va a intervistare in carcere. Ma la sua figura sarà quasi “continuata” dal personaggio Sergio Gonzáles nella parte più tremendamente geniale del romanzo, da un punto di vista narrativo. Ma ancora non è possibile leggerla in italiano. Per cui ve ne parlerò un’altra volta. Mi piacerebbe concludere questa misera recensione, citando il tabardiano Achille Castaldo, che sul blog della rivista, e non solo, m’aveva incitato a scrivere ciò che mi appresto a chiudere: «resta l’aver stanato il mostro, aver costretto l’occhio che scavalca il torrente dei caratteri a posare sui corpi inermi delle donne assassinate e abbandonate nel deserto. Aver costretto il lettore a fermarsi in una assurda città di frontiera, ormai definitiva città dell’uomo consacrata al vuoto che la circonda; dove non è possibile fidarsi di alcun essere umano; soprattutto non di se stessi, né delle “voci”: “così tutto ci tradisce, compresa la curiosità e l’onestà e quello che abbiamo molto amato. Sì, disse la voce, ma consolati, in fondo è divertente”».

Resta il valore della narrazione come possibilità proliferante di ricerca, di critica, d’investigazione della molteplicità, e dell’orrore – che è orrore proprio perché «isola» le relazioni, le interrompe, violentemente. Bolaño, come i suoi detective selvaggi, fa parte di quella «tribù che non cessa di indagare, di investigare, di riferire tutte le storie». «¿Tú te ocuparás de todo?», verrà detto a pagina 1116 ad Archimboldi: si occuperà di tutto lui? 

eugenio.santangelo   -   marzo 2008





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