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venerdì 21 giugno 2013

La Stella di Bolaño non è mai troppo distante

Monica Mazzitelli  -   10 luglio 2010


Cordiale, eppure così ispido. Di Roberto Bolaño ho letto solo questo breve romanzo, Estrella distante (Stella distante), eppure mi sembra di conoscerlo. Non solo come scrittore, ma come uomo. Se dovessi girare un film su di lui saprei perfettamente come far muovere il protagonista, quali gesti, quali tic, l’inclinazione del mento, il tono della voce, che non ho mai visto o sentito. Perché lui – che si definiva prima di tutto un lettore, e solo poi uno scrittore – in queste pagine ci mette la sua essenza, alternando una narrazione romanzesca a lunghe disquisizioni sulla poesia, soprattutto quella latino-americana, con passione feroce. Così presente a se stesso ma simultaneamente facendo sempre un ossequioso passo indietro letterario, Bolaño ha sempre chiara la sua dimensione del gusto e la profonde come fosse materia inscindibile della narrazione, mai come digressione ex cathedra. Molto della sua anima e della sua poetica si capiscono leggendo l’ultima intervista che ha rilasciato, un testamento di intelligenza e passione, humor e umanità.

Mario Bevione, un mio caro amico e fine lettore, ha commentato così nella sua recensione di aNobii «Bolaño ha scritto per tutta la vita un unico, smisurato romanzo, che poi ha ritagliato, formando un immenso puzzle, dove ogni pezzo non si limita a combaciare con i quattro che lo circondano, ma può incastrarsi quasi con tutti.» Ecco: non ho letto altro che questo lavoro dello scrittore cileno, ma l’osservazione di Mario mi pare totalmente condivisibile nel senso che il tono della sua scrittura è quasi da blog, qualcosa di ciclico, interno, autodialogante, dove i fatti narrati sono al limite dell’essere pretesti narrativi piuttosto che una storia vera e propria. E forse per alcuni lettori questo potrebbe essere il suo limite.

Ma una storia c’è, pur nella sua diluizione: quella di Carlos Wieder, un sadico nazista pseudo-poeta che sotto il falso nome di Alberto Ruiz Tagle si infiltra tra gli studenti universitari diventandone amico. Di quei piccoli e quasi insignificanti poeti e scrittori, o semplici universitari, fa fare una strage durante il Golpe di Pinochet del ’73. Non si limita a far imprigionare tutti quelli di sesso maschile, ma esegue lui stesso gli omicidi, previa tortura, delle studentesse di sesso femminile. Nel suo malato connubio di amore e morte prima le seduce, poi le martoria, e infine le ammazza, scattandone alcune fotografie documentali. Finito il suo ruolo attivo di spia e assassino nel Golpe,  torna a prendere il suo nome e a esercitare la sua vera professione: pilota di aereo. Ma grottescamente la abbina alla sua vena poetica, componendo delle (impossibili) parole con le scie di fumo dei reattori, parole sopra il cielo di Santiago, sopra gli stadi dove i prigionieri politici sono ammassati. Parole “poetiche” e deliranti sulla morte: «La morte è il Cile», «La morte è responsabilità», «La morte è pulizia».
È su questo che l’esperienza di vita dell’autore si incrocia nella trama: Roberto Bolaño, vissuto fino alla fanciullezza in Cile, si era trasferito con la famiglia in Messico dove aveva vissuto per una decina d’anni, tornando in patria solo poco dopo il Golpe. Incarcerato insieme a migliaia di altri e detenuto nello stadio-prigione, si era riuscito a salvare solo perché tra i carcerieri aveva incontrato un suo vecchio compagno di scuola, che gli aveva consentito di fuggire.

Di questo vissuto entra nel romanzo il senso del potere usato a fin di Male, lo smarrimento della dimensione umana quando dalle leve del Potere viene bandita ogni morale, ogni senso comune di giustizia o carità, e al suo posto viene esercitata un’ottusa maschia crudeltà, persino stupida, inconsapevole, dimentica e superficiale. Il nazista Carlos Wieder ne incarna gli aspetti più alti e persino seducenti nella sua violenza quasi fredda, senz’anima, passione. Il suo delirio gli fornisce un alibi morale talmente solido che non avrà mai una redenzione, come è giusto che sia, e il finale ce lo restituisce come lo ha dipinto: un uomo in fondo mediocre, che credeva di essere un eroe, una piccola gestalt di un ingranaggio che funziona solo quando la politica si seppellisce per essere sostituita da un trionfalismo nazionalistico consolatorio per le masse, e garantista per i pochi detentori di ricchezze e potere. E questo ci ricorda qualcosa, o almeno dovrebbe ammonircelo.

La poesia e lo spirito   ---- - - -
©  Monica mazzitelli



giovedì 30 maggio 2013

Un libro: Un romanzetto lumpen

Paoblog - 31 maggio 2013


Un libro: Un romanzetto lumpen

Trama:
«Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente».
 Così comincia il breve, folgorante racconto dell’adolescenza di Bianca: ancora un personaggio, fra i tanti creati da Bolaño, che difficilmente dimenticheremo. Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità, che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione.

A loro si aggregheranno due improbabili soggetti, «il bolognese» e «il libico», con i quali la ragazza dividerà a turno, svogliatamente, il letto – senza quasi sapere con chi lo sta facendo. Un giorno però entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti mitologici.

Uno che forse ha dei soldi, soldi che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una relazione che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, si trasformerà invece in qualcosa di assai simile a ciò che chiamiamo «una storia d’amore».

Letto da: Francesco

Opinione personale: Questo romanzo breve – l’ultimo che Roberto Bolaño, il grande romanziere cileno morto in Spagna nel 2003 a cinquant’anni in attesa di un trapianto di fegato, ha visto pubblicato in vita e che scrisse su commissione per una collana dedicata alle grandi capitali di un editore – è piacevolissimo nella sua scrittura scarna, diretta ed essenziale e al tempo stesso particolarmente interessante per l’intensità di contenuti e intime riflessioni che propone e a cui conduce lungo la sua lettura.

Io l’ho trovato davvero magnifico.

Ambientato in una Roma trasteverina e popolare che, pur nella sua caratterizzazione ben enunciata, si manifesta come un non-luogo che appare piuttosto un “luogo-qualunque”, nel suo breve percorso incrocia una infinità di metafore.

A cominciare dall’io narrante, l’ancora adolescente Bianca che vive un sublime contrsto tra una vita reale – vissuta apaticamente e con terribile disincanto assieme al fratello dopo essere rimasti orfani e vittime schiacciate da un sistema sociale consumista e insensibile – e una vita intima, fatta di monologhi densamente riflessivi, pregni di una consapevolezza dura e realista, eppure al tempo stesso dolcissima e poetica propria a un adulto fatto, come se la vita le avesse compensato con un prezioso bagaglio di saggezza ed esperienza ciò che le ha rubato, iniziando dalla serena spensieratezza adolescenziale.

Riflessioni che magistralmente accompagnano Bianca, nel brevissimo percorso di questo breve romanzo, a compiere una metamorfosi radicale ma talmente graduale nel processo da sfiorare l’inafferrabile.

Continuando, poi, con le severe metafore sulla fisicità di una sessualità vissuta, esibita e offerta quasi come un impegno, un riempimento o un dovere, così come la prostituzione che assume caratteri di poetica leggerezza, dietro le quali possiamo trovarvi la società civile, politica, economica o, anche, la letteratura e l’editoria.

Sfumature e metafore rafforzate, poi, dalla ossessionante presenza della televisione, dello spettro della disoccupazione e del disagio sociale che assume carattere di passività o di fugaci apparizioni ideologiche.

Trovo davvero magnifico come Bolaño riesca a inserire tutto ciò in poche pagine di accattivante scrittura.

Paoblog   ----31 maggio 2013
©  



Un romanzetto lumpen, di Roberto Bolaño

Federico Batini -

il blog di Federico Batini 29 maqggio 2013   

Un romanzetto lumpen, di Roberto Bolaño
Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente. Mio fratello e io eravamo rimasti orfani. Questa cosa in qualche modo giustificava tutto. Non avevamo nessuno. E tutto era successo dalla sera alla mattina.    I nostri genitori erano morti in un incidente d’auto durante le prime vacanze che facevano da soli, su una strada vicino a Napoli, credo, o su un’altra orribile strada del Sud. La nostra macchina era una Fiat gialla, di seconda mano, che però sembrava nuova. Era ridotta a un ammasso di ferraglia grigia. Quando la vidi, dallo sfasciacarrozze della polizia dove finivano le macchine incidentate, domandai a mio fratello il colore.
“Ma non era gialla?”
Mio fratello disse di sì, certo che era gialla, ma prima. Prima dell’incidente. Le collisioni alterano il colore o alterano il nostro modo di percepire il colore. Non so cosa intendesse dire. Glielo domandai. Lui disse: luce…colore… tutto. Pensai che il poveretto era più sconvolto di me.
Quella sera dormimmo in albergo e il giorno dopo tornammo a Roma in treno, con ciò che restava dei nostri genitori, in compagnia di un’assistente sociale o un’educatrice o una psicologa, non lo so, mio fratello glielo chiese ma io non sentii la risposta perché stavo guardando il paesaggio fuori dal finestrino.
Al funerale venne solo una zia, una sorella di mia madre, e dietro a mia zia c’erano le sue terribili figlie. Io guardai mia zia tutto il tempo (che non fu poi molto) e più di una volta mi parve di coglierle sulle labbra un mezzo sorriso, a volte un sorriso intero, e allora seppi (anche se in realtà l’avevo sempre saputo) che mio fratello e io eravamo soli al mondo. All’uscita del cimitero baciammo nostra zia e le nostre cugine e non le rivedemmo mai più. Mentre camminavamo verso la prima fermata della metropolitana, dissi a mio fratello che quando avevano infilato le bare nei loculi mia zia aveva sorriso, per non dire che aveva apertamente sghignazzato. Mi rispose che se n’era accorto anche lui. Da quel momento in poi i giorni cambiarono. Voglio dire, il corso dei giorni. Voglio dire, quello che unisce e al tempo stesso segna il confine tra un giorno e l’altro.
 (Roberto Bolaño, Un romanzetto lumpen, Adelphi, pp. 11-13)

La storia si apre con il brano citato in esergo, una storia particolare, raccontata dagli occhi di una donna che, come lei stessa ci dice, ora è madre e moglie, ma il suo racconto si centra sul primo periodo della sua vita con il fratello, entrambi giovanissimi, minorenni, a seguito della morte di entrambi i genitori in un incidente d’auto. La vita appare quasi normale inizialmente, poi inizia a prendere una fisionomia diversa, si sfalda, si strappa: cambiano gli orari, la scuola viene lasciata progressivamente, come un orpello del quale non si ha più necessità, si trovano dei lavoretti per integrare il magro assegno di reversibilità del padre. Bianca racconta questo periodo come un periodo allucinato, in senso letterale, inondato di luce, quasi che tra notte e giorno, tra buio e lucentezza accecante non vi fosse differenza né soluzione di continuità.

Quasi per caso entrano nella vita di Bianca e del fratello due strani tipi, incontrati dal fratello stesso in palestra, dove lavora come inserviente: un bolognese loquace e un libico taciturno. Gentili, puliti in maniera sorprendente per chi conduce una vita di luogo in luogo, i due occupano la camera dei genitori dei due fratelli rimasti orfani e, di tanto in tanto, dividono il letto con Bianca che non si cura nemmeno, quando decide di aprire la porta, che sia l’uno o l’altro. Tutto pare rotolare lentamente verso uno strano equilibrio tra normalità e squallore (che a volte si somigliano stranamente) finché compare il “piano”. Il “piano” ideato dal “bolognese” e dal “libico”, gli amici del fratello e da lui stesso approvato, prevede per Bianca un ruolo da protagonista. Dovrà introdursi in casa di “Maciste”, un attempato culturista divenuto cieco in seguito a un incidente, già due volte Mister Universo (altro soprannome con il quale viene chiamato) e protagonista di film di successo mondiale nei quali ha interpretato il mitologico eroe. Bianca diventerà così una prostituta, seppure con un solo cliente e un cliente, nemmeno a dirlo, molto particolare. Eppure quel rapporto, fatto di poche parole ma di gesti essenziali e carichi di significato, segnerà, per Bianca e la sua vita, la svolta. Perché la vita, a volte, assume percorsi non consueti e la salvezza, la scossa si può trovare proprio in incontri che sembrano segnare un arretramento, un peggioramento, uno scivolamento verso il buio…

Il romanzo originale è stato scritto e pubblicato nel 2002, Adelphi lo pubblica in italiano, con la traduzione di Ilde Carmignani, nell’aprile 2013.

Roberto Bolaño: nato nel 1953 a Santiago del Cile, morto a Barcellona nel 2003. Autore di numerosi romanzi, molti dei quali tradotti in italiano. Negli ultimi anni Adelphi ha pubblicato: 2666 (2009), Amuleto (2010), Stella distante (2012).



il blog di Federico Batini 29 maqggio 2013   
© Federico Batini


mercoledì 29 maggio 2013

Di cosa (non) parla 2666 di Roberto Bolaño?

   Andrea Meregalli -


Di cosa (non) parla 2666 di Roberto Bolaño?

Poi prometto che non scrivo più a proposito di 2666  di Roberto Bolaño, vediamola così: per una rubrica come Trame contro Trame, 2666 (Adelphi) è un po' come un bicchiere d'acqua fredda una mattina d'estate, che c'è caldo, caldissimo, e la sera prima s'è mangiato alici piccanti, pizza cruda e bevuto birra col limone, tanta tanta birra col limone. Avete presente?

A libro chiuso – facciamo a e-reader spento – dopo mille pagine, mille nomi e mille storie, la prima considerazione che s'è affacciata al mio cervelluzzo ancora tramortito da cotanta baldanza prosaica è: Roberto Bolaño ha quella capacità di fotografare e ramificare il mondo – un mondo – tipica degli scrittori fantasy; Roberto Bolaño potrebbe chiamarsi John Ronald Reuel Tolkien, Clive Staples Lewis oppure George R. R. Martin.

In 2666 non ci sono draghi, non ci sono elfi – è vero – non ci sono anelli, troni, spade, non c'è araldica medievale, non ci sono armadi, leoni, streghe, però c'è parte del resto, un minimo comune denominatore che grava sugli intrecci esistenziali, mette in relazione vite lontane, paesi lontani, momenti lontani, gesti all'apparenza poco significativi; c'è l'abilità di unire tratteggi, di spostare la cinepresa, di raccontare sempre di tutti e mai di nessuno.

Bolaño non inventa alcun mondo, – il mondo è, purtroppo, sin troppo reale ed è il (n)(m)ostro mondo – ma gonfia i propri talentuosissimi polmoni e ne allarga il respiro, muovendosi a cavallo di due continenti, decine di città, centinaia di caratteri, migliaia di possibilità.

Probabilmente, come dice Alessandro Baricco, 2666 è un libro sul male e sul mistero dei viventi, non lo so, non lo sa nemmeno lui, Baricco, e, probabilmente, come dice il nostro Jacopo Cirillo, i libri non sono fatti per essere capiti ma per essere raccontati, non lo so, lo sa lui, Jacopo; da parte mia, se qualcuno dovesse chiedermi di cosa parla 2666 di Roberto Bolaño, risponderei che parla del mondo, risponderei che è come leggere una fotografia del mondo, risponderei che leggerlo, decidere di leggerlo, significherebbe accettare una sfida e relazionarsi con un'opera ambiziosa, monumentale, che ha inteso raccontare tutto prima di lasciarcelo sfogliare.

Finzioni 29 maggio 2013   - - - -
©  


Un romanzetto lumpen di Roberto Bolaño

wuz beta-

Wuz beta  maggio 2013

Un romanzetto lumpen di Roberto Bolaño


Una volta mi disse che sognava di diventare Mister Roma e poi Mister Italia o il Padrone dell'Universo. Io gli risi in faccia e non gli nascosi la mia opinione. Per arrivare a essere il Padrone dell'Universo bisognava allenarsi dall'età di dieci anni, gli dissi. Credevo che il culturismo fosse simile agli scacchi. Mio fratello rispose che come io sognavo un mininegozio di parrucchiere anche lui aveva il diritto di sognare un futuro migliore. Usò quella parola:futuro.

"Futuro" è la parola chiave di questo romanzo breve di Roberto Bolaño, l'ultimo pubblicato prima della morte dell'autore, edito in Italia da Sellerio nel 2003 e riproposto oggi da Adelphi. Un romanzetto "lumpen", che potremmo tradurre con "sottoproletario" o, considerata la trama e l'ambientazione romana, "di borgata", scritto per una collana di libri sulle città.
La Roma della periferia e delle borgate è dunque la città in cui si muovono - poco, in realtà, perché il romanzo si svolge quasi interamente in interni claustrofobici e asfissianti - la protagonista, Bianca, e suo fratello Tomas. Rimasti orfani in seguito a un incidente stradale, i due ragazzini si trovano all'improvviso con la necessità di sbarcare il lunario. Abbandonata la scuola, Bianca troverà lavoro come sciampista e Tomas come addetto alle pulizie e tuttofare in una palestra. In palestra conoscerà due ragazzi, il bolognese e il libico, che si stabiliranno in casa loro e con i quali Bianca inizierà ad avere i suoi primi rapporti sessuali. Giorno e notte si susseguono senza differenza mentre i ragazzi se ne stanno rinchiusi in casa a guardare la televisione.
Per trovare un po' di soldi i ragazzi progetteranno di svaligiare la cassaforte di un ex attore campione di culturismo caduto in disgrazia, famoso negli anni Cinquanta per aver interpretato il personaggio di Maciste in alcuni peplum. Ormai vecchio e cieco, egli vive in totale solitudine in una villa alla periferia di Roma, dove spesso i ragazzi si recano per lavori di manutenzione agli attrezzi della sua palestra privata. Bianca inizierà a frequentare la casa dell'uomo e a prostituirsi per scoprire dove nasconda i soldi. Ma tra i due si stabilirà presto un rapporto particolare che manderà a monte il piano criminale.

Il racconto di Bianca è un lungo flashback. Sappiamo fin da subito che oggi è ormai una madre e una donna sposata. Il periodo di tempo che ci descrive, quello subito dopo la morte dei genitori, è un momento di transizione, che coglie i ragazzi sospesi nella luce abbagliante, incandescente, di un presente che va a rotoli, al quale non sembra esserci via d'uscita. Il futuro è l'idea sempre presente ma distante, che balugina a un orizzonte lontano e incerto. In questa situazione l'incontro tra Bianca e Maciste sarà come una molla che cambierà gli scenari e salverà la giovane e suo fratello da una vita di delinquenza.



Il futuro, regia di Alicia Scherson

Un romanzetto lumpen
 torna in libreria anche in occasione dell'uscita a giugno del film diretto dalla regista cilena Alicia Scherson. Si tratta dell'unico lungometraggio tratto da un'opera di Roberto Bolaño e si intitolerà, non a caso, Il futuro.


Roberto Bolaño - Un romanzetto lumpen
Titolo originale: Una novelita lumpen
Traduzione di Ilide Carmignani
119 pagg., 14 € - Edizioni Adelphi 2013 (Fabula)
ISBN 9788845928208




Wuz beta   ---- - - -
© Javier cercas - "Print the legend" 


sabato 25 maggio 2013

Unromanzetto Lumpen di Roberto Bolaño - Elisabetta Bolondi

Elisabetta Bolondi  -

Solo libri   -- 23 maggio 2013

E’ stato pubblicato nel 2002 questo lungo racconto dello scrittore cileno Roberto Bolaño, precocemente scomparso, e ora tradotto in italiano da Adelphi, in occasione della prossima uscita a giugno 2013 del film “Il futuro” diretto da Alicia Scherson, che è tratto dal libro.
Il futuro è la parola chiave del testo, scritto con rara maestria, durissimo, violento, poetico. Un romanzo di iniziazione, di cui però l’autore non ci dice l’evoluzione; la vicenda della giovanissima Bianca e di suo fratello si ferma sulle soglie di quel futuro solo immaginato.
Siamo a Roma, tra il quartiere Prati e Trastevere, dove vivono i due fratelli rimasti orfani e poverissimi in seguito al drammatico incidente stradale che ha ucciso i loro genitori, in una strada del sud della penisola. Lei si improvvisa parrucchiera, lui fa le pulizie in una palestra, passano la maggior parte del loro tempo davanti alla tv, ascoltando le trasmissioni di intrattenimento più insulse, in un tempo pieno di nulla, noiosi e annoiati. Non vanno a scuola, non studiano, noleggiano film pornografici e attendono non si sa cosa. Una sera il fratello di Bianca si presenta nel misero appartamento con due uomini, di cui non si dice il nome, che vengono chiamati “il bolognese” e “il libico”. Chi sono, cosa vogliono, cosa li lega al fratello? Bianca li vede corretti, onesti (non rubano, anzi puliscono la casa, cucinano, rassettano) e a poco a poco la loro presenza diventa una routine, anzi diventeranno a turno suoi compagni di letto, silenziosi e anonimi. In realtà i due uomini insieme all’ingenuo fratello vogliono che Bianca si prostituisca a Maciste, un ex culturista, attore di film di serie B negli anni cinquanta, quando interpretava le parti dei personaggi mitologici, e ora ridotto un vecchio disabile, desideroso di compagnia femminile, anche se cieco ma forse ancora ricchissimo.
Il piano degli improvvisati ed ingenui delinquenti è quello di trovare, attraverso la presenza di Bianca che deve farlo divertire, la cassaforte nel grande appartamento di Maciste per derubarlo. Non andrà esattamente secondo i piani, anzi vedremo Bianca quasi legarsi a questo rudere bianco e flaccido, che per gratitudine la ricompenserà in modo insperato.
Bella scrittura quella di Bolaño, imprevedibili i personaggi, disegnati con grande efficacia ed originalità. Roma è vista dall’interno claustrofobico di un palazzo in via Germanico, sempre al buio, sporco e pieno di ciarpame, oppure dallo squallido appartamento di piazza Sonnino, dove regna solo la voce del televisore e dei suoi stupidi quiz. Interni davvero giusti per un adattamento cinematografico, che certamente sarà una sorpresa, come il personaggio di Bianca, che narra in prima persona la sua difficile iniziazione al sesso e alla vita, ma che risulta ingenua e consapevole allo stesso tempo:
”Sono una persona semplice adesso e lo ero anche prima, quando le notti erano chiare come i giorni. Non me ne rendevo conto, ma lo ero. Mi guardavo e la luce dello specchio mi accecava. Non dava riposo alla mia anima. Ma ero una persona semplice…”
Una scrittura sapiente, una storia inquietante, una giovinezza buttata, un futuro di cui non ci viene detto nulla. Vera letteratura in poco più di cento pagine, da leggere e da rileggere!



Solo libri   ---- - - -
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venerdì 24 maggio 2013

Roberto Bolaño - 2666

Tazzina di Caffe - 30 giungno 2013



Roberto Bolaño, 2666, Adelphi

C'è un motivo per il quale sono passati così tanti giorni dall'ultimo post. E il motivo è che, ritagliando del tempo al non-tempo di pensieri, cambiamenti, paure, gioie e terrori, ho cercato di finire 2666. Travolta dal frullatore del Salone, non ho però trascurato la mia passione per le coincidenze o, chiamateli, se volete, segni del destino.

Il Cile era infatti il Paese ospite di questa edizione. E quella scritta al Lingotto qui di Torino, Chile, mi accoglieva tutte le mattine in quelle strane giornate. Ma, naturalmente, non basta. 

A presentare il mio primo romanzo, alla sua prima presentazione, come vedete dalle ultime foto dell'ultimo post, c'era Dario Voltolini. Che, per fare un paragone calcistico che capiscano anche i maschi all'ascolto, per me era come per un ragazzino tifoso fare due tiri non lo so con Totti o Del Piero, in uno stadio vero, con le scarpette vere e il pubblico vero che aveva pagato il biglietto vero e un panino e una birretta veri e ti guardava in attesa distratta ma in verità vigile che tu faccia qualcosa non dico di buono ma di decente, senza perdere la dignità. 

Quando è apparso, dopo mie svariate telefonate di richieste di rassicurazioni - "Dario... domani,  verrai, vero, sicuro, verrai?" - ho pensato a un miracolo. Non è uno scherzo. 

Una volta una persona cara mi ha detto: "l'amore è un miracolo". Ma non solo, anche l'amicizia lo è. E anche questa cosa che è accaduta a me di Dario Voltolini che appare. Cioè che Dario Voltolini abbia letto il mio romanzo. E l'abbia presentato e descritto davanti a tutte quelle persone allo Spazio Incontri una decina di giorni fa. Devo ancora capire bene, ma è una cosa talmente bella che stento a riconoscerla nella mia mente, come una luce un po' troppo abbagliante.

Ma non solo, non solo. Qualche tempo fa, avevo letto questo articolo qui  di Baricco. Che, per chi conosce un pochino questo blog, sa essere un'altra delle mie divinità. Baricco lì scriveva che gli era arrivato un giorno un sms del suo amico e scrittore & genio Dario Voltolini (ovvero, badate bene, lo stesso che vi dicevo io) in cui scriveva questa frase: "Letto Bolaño. Cambiato mestiere". 

Ne ero rimasta impressionata. E avevo comprato il libro. 

Chi osa far cambiare mestiere a Dario Voltolini, per l'amor del cielo?

Un libro enorme. Che sono cinque insieme e si possono leggere a piacimento. Un po' come Rayuela di Cortázar. E un po' come quel libro, anche questo è considerato un'opera-mondo in cui c'è tutto, sostanzialmente il problema del male, della vita, della morte, dell'amore e del mistero. E della letteratura. Che è un mistero, e un miracolo ed è amore allo stato puro, nel senso di creare spazio per l'altro, ovvero il lettore, o almeno così sto capendo io nelle mie ricerche indefesse su cosa sia l'amore, prima o poi lo capirò, spero. 

Dunque. Se Voltolini ha cambiato mestiere dopo questa lettura, potete ben immaginare cosa può essere successo a me. 

In questi dieci giorni in cui ho tentato di riprenderlo (l'avevo già iniziato). Ho cominciato dal fondo, così mi sto tenendo il primo come ultimo. E saltando dei pezzi, lo dico per onestà. E non l'ho finito ancora. Ma anche Baricco ha detto di averne letti quattro su cinque, tenendosene volutamente uno da parte come buon auspicio e, se ho ben capito, consonanza con le volontà all'incirca dell'autore stesso, dalla breve e intensa vita mortale.

A me ha dato il capogiro. Oggi, ad esempio, che leggevo parti del primo, stavo male.

C'è da dire che sto attraversando un passaggio di vita particolare. Mi sento sperduta, ma lo dico così per dire, non per lamentarmi, ma perché siamo un po' come a casa mia qui e vi racconto allegramente i miei fatti. Comunque in alcuni momenti di transizione come il mio, i libri come questo sono fondamentali. Ci stanno proprio come il cacio sui maccheroni. E più precisamente, libri così li scelgo sempre proprio quando il gioco si fa duro, come a voler alzare la posta in gioco della sfida, e, mi auguro quindi, della ricompensa.

Ma questo discorso c'entra poco con il libro in sé e forse più con l'intento dell'autore, posto che ve ne sia uno. Sempre Baricco dice che di lui, come di David Foster Wallace, lo ha colpito la strafottenza. La dismisura. Come è vero! E come sono le più pregnanti nella vita poi alla fine proprio le cose più strafottenti, le cose pazzamente folli e rivoluzionarie?! Che sono poi quelle che lasciano quel senso finale di dolcezza, di bellezza, e di autentica verità. Certo, ci vuole un po' di coraggio. Silenzio. Preparazione. Non fretta. Rispetto per gli altri. Per se stessi. Confidenza. Gentilezza e calma. In una parola: non è facile.

E cercavo proprio una cosa del genere da leggere adesso. Un Universo matto, profondo, reale di grande strafottenza, di forza, di energia micidiale e di sicurezza. Nel crollare delle certezze, questo libro restituisce (ma è chiaro che non lo finirò mai) il senso della vita, cioè il senso del potercela fare nonostante tutto. Letto questo, fatto tutto. O quasi. Con quell'unica domanda che resta alla fine, che è: ma cos'è che ancora mi tocca capire? 

Perché è così clamoroso quello che succede, che sembra non esserci poi più altro da sapere. Per usare un'espressione abusata, 2666 ti smuove dentro. E come è scritto. Un scrittura piana, vicina al grado zero, che mi ha fatto l'effetto delle primissime letture adolescenziali, così molteplici, immense, immani, che mi facevano venire la nausea - Moby Dick, ma anche Il nome della Rosa, L'Idiota - alla fine, vedevo le stelle, nel senso di un calo di pressione. 

Cambiavo nel cuore, nella testa, nelle diottrie degli occhi, nel corpo. E così, anche oggi, anche oggi. Mentre leggevo, sentivo il sangue scorrere nelle vene. Sentire i libri nella carne. Nella sostanza. Nonostante tanta incertezza, tantissima paura, mi sentivo viva. Ben presente a me stessa. 

Un libro, come il migliore degli amici, ancora una volta, mi ha salvatocambiato la vita. 

Non so adesso bene cosa succederà.

Cambiare mestiere? Cambiare casa? Cambiare città? Cambiare vita? Cambiare battiti cardiaci? 

Cambiare tutto. Senza dubbio, cambiare qualsiasi cosa.

Blog tazzina di caffe    
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venerdì 17 maggio 2013

"Un romanzetto lumpen" di Roberto Bolaño e "Il futuro", il film di Alicia Scherson

 -  15 maggio 2013



Un romanzetto lumpen" di Roberto Bolaño e 

"Il futuro", il film di Alicia Scherson

A luglio saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Roberto Bolaño, avvenuta in un ospedale di Barcellona, mentre era in attesa di un trapianto di fegato. E in via neanche troppo ufficiosa ci si appresta a ricordare l'autore cileno scomparso a soli cinquant'anni e approdato in Italia dapprima grazie alle cadenzate proposte di Sellerio e ora saldamente fatto proprio da Adelphi. Il nuovo libro proposto da quest'ultimo editore non ha nulla a che fare con la mole dell'incompiuto 2666. Si tratta di un romanzo breve (pp. 119, euro 14, traduzione bella e convincente di Ilide Carmignani) dal titolo quasi dimesso di Un romanzetto lumpen (Una novelita lumpen nell'originale). Come recita la bandella che l'editore ha deciso di accostare al romanzo, stratagemma ricorrente quando si è in odore di prime cinematografiche, da questo libro è tratto il film Il futuro della regista cilena Alice Scherson, nelle sale italiane dal prossimo mese di giugno. "Futuro" è in effetti parola-chiave di questo breve romanzo e sicuramente non era pensabile di intitolare un film partendo dal titolo del libro o attorno alla parola "lumpen", che rimanda agli stracci, ai cenci, al "lumpenproletariat" di Carlo Marx. In italiano, e nello scenario di Roma in particolare dove il libro è ambientato, potremmo anche parlare di "populino".

Un romanzetto lumpen, come sottolinea quell'aggettivo ricercato lasciato non tradotto nel titolo, è in sostanza una storia di ambientazione proletaria, da borgata romana, anche se tutto sembra andare oltre le pastoie che inchiodano talvolta le storie nei tempi in cui sono ambientate. Bianca, l'io narrante e protagonista di queste pagine, e suo fratello rimangono orfani dopo l'incidente stradale dei genitori avvenuto in un'orribile strada del Sud. Da quel momento la loro vita nell'appartamento romano prende una piega che scivolerà verso la delinquenza (l'incipit del romanzo è però: "Ora sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente."). Le giornate slittano in una routine snervata fatta di lavoro, come lavateste lei e come factotum di palestra nel caso del fratello. Si guarda molta tv (e i videonoleggi hanno una parte da leone nel romanzo!). Nell'appartamento si insediano presto due amici del fratello, il "libico" e il "bolognese". Non sono ladri, a quanto pare, sono maniaci della pulizia, a turno entrano di notte in camera di Bianca per fare sesso. La situazione economica peggiora nel giro di poco tempo. Ad un certo punto si decide che Bianca deve entrare nella casa di Maciste, un ex campione di culturismo e ex Mister Universo, ora cieco. Deve allietarlo e ha al contempo una missione ben precisa: scovare la cassaforte di Maciste. Si applica con dedizione al compito, negli intervalli tra il sesso e una doccia, ma senza trovarla. Eppure, proprio nelle stanze di Maciste sembra baluginare l'esile sfregare di fiammifero di una storia d'amore, chiusa schiacciata e compressa dallo squallore delle scene che precedono e seguono gli incontri tra Bianca e Maciste.


Il romanzo, o romanzetto, fu pubblicato nel 2002 quando Bolaño era ancora in vita. Gli scrittori della scuderia dell'editore erano stati inviati in varie capitali europee. A scrivere. Il nostro scelse Roma, e qui vi ambientò la sua storia "lumpen", che a noi potrebbe apparire latamente pasoliniana. Nel 2005 Sellerio lo fece tradurre a Angelo Morino e lo pubblicò con un titolo significativamente diverso e per certi aspetti difficilmente spiegabile: Un romanzetto canaglia. Ora, dopo due edizioni italiane nell'arco di un decennio, ecco che arriva il cinema con il film della connazionale di Bolaño, Alicia Scherson, a marcare il decennale della scomparsa. Per l'epigrafe Bolaño scelse Antonin Artaud: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi." Come varierebbe quest'epigrafe di fronte a una scrittura doppia, che oggi sembra guardare come Giano bifronte sia alla letteratura che al cinema? Che avesse davvero ragione Antonin Artaud che toute écriture est de la cochonnerie? Questo romanzetto assai breve quasi implora tutta la vostra porca attenzione, soprattutto se vi capita di pensare al futuro, come la protagonista Bianca:

"[...] In fondo io pensavo sempre al futuro. Ci pensavo talmente tanto che il presente era entrato a far parte del futuro, la parte più strana. Andare a trovare Maciste era pensare al futuro, sudare, chiudermi in stanze dove il buio era assoluto, era pensare al futuro. Un futuro che assomigliava a una stanza qualunque della casa di Maciste, ma più luminosa e con i mobili protetti da lenzuola vecchie o coperte, come se i padroni di casa (una casa che era nel futuro) fossero partiti e non volessero far accumulare la polvere sulle loro cose. Ecco qual era il mio futuro ed era così che ci pensavo, se quello si può chiamare pensare (se quello si può chiamare futuro)."


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