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mercoledì 1 giugno 2011

scuola di calore VII - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie

-

 

ancora due poesie

 della raccolta ancora inedita Scuola di calore





Sybille

Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna
dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare
l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo
impronte di rossetto Rouge Interdit perfino sulle sue natiche

Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi
l’entrata per il circo né che rincorressi il successo travestita
da nana o nazista. Me ne stavo con gli zingari, nelle roulottes,
nelle gabbie, nel tanfo degli animali in cattività: che altro c’è da vedere?

Poi, in città, certo non potevo sperare di sposare un pivello.
Così m’innamorai di un vecchio visionario, un ex pugile di Lione
che camminava come un manzo portato al macello, con cinque
matrimoni alle spalle e sette figli da chiudere all’angolo

Lo vidi la prima volta a un ricevimento in onore di un ricco
mecenate delle arti. Gli scrissi una poesia che lui mi rispedì
con le sue correzioni in rosso. Finalmente qualcuno che con il pathos
si era lavato i coglioni! Seguì un appuntamento in rue Saint-Jacques

Quando qualcuno della corte delle sue adulatrici mi chiedeva
che moglie ero, rispondevo l’ultima. E così è stato. Ai suoi sette figli
si aggiunse Octavius e per trentatré anni restammo insieme. Jean
era un seduttore, e io che conoscevo il tanfo della cattività lasciavo fare

Dopo tre anni passati a lottare contro un carcinoma,
sono morta. Jean, quando mi asportarono il primo seno, se ne andò
di casa. Non poteva scopare senza addentarmi i capezzoli.
Spero di rivederlo, ma non subito: ho bisogno di un po’ di riposo…

Maria

Ci sono rumori che non sono mai esistiti:
la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,
una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite
che non hanno mai meritato di essere vissute.

Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.
E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto
nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando
a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica

«Siete vive?». A un filo di tungsteno giunto
a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla
della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero
del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo

La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.
Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,
il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon
dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra

In città c’era un corteo di donne incinta
che per proteggere il feto dai cecchini
camminavano all’indietro come granchi dal carapace
gonfio di microscopici detriti

Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere le connessioni
dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka non abbiamo
compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,
le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžic'






nazione indiana   ---- - - (la numerazione non corrisponde)-
©

domenica 20 marzo 2011

Per leggere in forma interrogativa

Julio Cortàzar - poesia

Para Leer En Forma Interrogativa

Has visto,
verdaderamente has visto
la nieve, los astros, los pasos afelpados de la brisa...
Has tocado,
de verdad has tocado
el plato, el pan, la cara de esa mujer que tanto amás...
Has vivido
como un golpe en la frente,
el instante, el jadeo, la caída, la fuga...
Has sabido
con cada poro de la piel, sabido
que tus ojos, tus manos, tu sexo, tu blando corazón,
había que tirarlos
había que llorarlos
había que inventarlos otra vez.

Per leggere in forma interrogativa

Hai visto,
veramente hai visto
la neve, gli astri, i passi felpati della brezza..,
Hai toccato,
davvero hai toccato
il piatto, il pane, la faccia di questa donna che tanto ami...
Hai vissuto
come un colpo in fronte,
l'istante,  l'affanno, la caduta, la fuga...
Hai saputo
con ogni poro della pelle, saputo
che i tuoi occhi, le tue mani, il tuo sesso, il tuo blando cuore,
bisognava buttarli via
bisogna piabgerli
bisognava inventarli di nuovo


Julio Cortàzar



domenica 13 marzo 2011

Per Kenzaburo Oe ( da tradurre poesia di massimo rizzante)

Per Kenzaburo Oe                

di Massimo Rizzante - marzo 2011

Negli Anni della nostalgia, come in quasi tutti i suoi romanzi, Kenzaburo Oe, ritorna nell’isola di Shikoku, nel villaggio in mezzo alla foresta dove, nel 1935, è nato. Qui Kei, il protagonista, sperimenta l’«eterno tempo del sogno» in cui tutto ritorna. La nonna – e poi la madre – ha trasmesso al piccolo Kei le leggende degli antenati, fondate sul mito della rigenerazione degli uomini. Ciò che le unisce è un brevissimo racconto:
All’età di quattro anni, già mi intristivo al pensiero di aver consumato quattro anni della mia esistenza. Mia nonna, con voce tranquilla e melodiosa, mi diceva per incoraggiarmi: “Non devi preoccuparti, in questa valle, anche se gli uomini muoiono, il loro spirito ritorna nella foresta danzando nell’aria e poi si ferma ai piedi di un albero. Quindi anche tu, dopo la morte, aspetterai sotto il tuo albero e un giorno rinascerai in questo mondo”.
Concepire il tempo come «un cielo sotto il quale coesistono tutti i climi» e la sensazione complementare di essere «in un circolo infinito» hanno in Kei un’origine remota: lo spirito di un morto che dopo aver danzato nell’aria si posa ai piedi del suo albero in attesa di rinascere.
Nel prologo a un altro suo romanzo, M/T e il racconto delle meraviglie della foresta, il narratore, nel momento in cui traccia le due lettere dell’alfabeto che danno il titolo al romanzo e che rappresentano misteriosamente i due fondatori del villaggio nella foresta, afferma:
Per pensare la vita di un uomo è necessario disegnare una linea che non si accontenta di avere inizio dalla sua nascita, ma che risale nel tempo e che non si ferma neppure nel giorno della sua morte, ma si estende molto più in là. La venuta di un uomo al mondo non dovrebbe ridursi alla sua nascita e alla sua morte. Egli nasce nella grande ombra del cerchio delle persone che lo inglobano, e anche dopo la sua morte, ci dovrebbe essere qualcosa che sopravvive.
Nel villaggio dell’isola di Shikoku «l’eterno tempo del sogno» delle leggende e dei miti si mescola alla Storia, tanto che nella memoria del narratore di M/T le vite individuali dei personaggi fondatori del villaggio si confondono, sebbene essi siano vissuti in epoche diverse. Così, negli Anni della nostalgia, la «linea» individuale di Kei si estende ed è inglobata nella «grande ombra del cerchio» di tutti coloro che, non importa in quale epoca, hanno atteso di rinascere ai piedi del loro albero.
M. R.
OE KENZABURO
Io non posso rivivere, ma noi potremo rivivere
1
Vinto il trauma della nascita,
l’esserino serra ostinatamente
gli occhi ancora incapaci di vedere.
Poi piange,
sentendo avvicinarsi il volto di chi
riconosce in lui la propria immagine...
Sono forse io, vecchio di nuovo in fasce
a emettere quegli urli?
I tempi che dovrà attraversare questo bambino
supereranno in sofferenze i miei settant’anni.
Benché non possa pormi domande,
non cessa di brancolare nel buio, divaricando
le sue dita minuscole e delicate.
2
Una delle leggende della foresta dello Shikoku
si chiama «Il nostro albero». La leggenda racconta
che ogni persona che vive e muore nella valle
possiede un suo albero.
Quando qualcuno muore la sua anima se ne vola in cielo
per posarsi ai piedi di un albero.
Poi, trascorso un certo tempo,
discende a valle
per entrare nel cuore di un nascituro,
ai piedi del suo albero.
Se un bambino lo desidera con tutte le sue forze,
può (a volte) vedere da vicino
il vecchio che un giorno diventerà.
3
Fino ai miei dieci anni,
il Giappone era in guerra.
Bambini, cantavamo:
«Al tuo fianco, Grande Principe,
moriremo senza rimpianti»
Il giorno in cui il Grande Principe
con voce umana annunciò
che la guerra era perduta,
il sindaco del nostro villaggio,
in piedi davanti alla stazione radio, esclamò:
«Noi non potremo rivivere!»
Sotto un cielo azzurro senza nuvole,
la sola eco alle sue parole fu un grande silenzio.
Quando ci s’inoltra nella foresta, attraversata la zona
dei cedri e dei cipressi,
si scorgono alcuni alberi dalle ampie foglie che formano una lucida fustaia.
Qui si erge un gruppo di abeti.
Sono i «nostri alberi», gli alberi della mia famiglia.
Ho atteso ai piedi di un giovane albero.
Desideravo chiedere
al vecchio che sarei diventato:
«Potrò rivivere?»
Ma quando al tramonto sentii dei passi nel sottobosco,
corsi impaurito verso una scarpata di sorbi.
Saltando qua e là, scivolai e caddi.
Spogliando il mio corpo coperto di ferite
per ungerlo con un olio di radici che aveva raccolto,
mia madre brontolò arrabbiata:
«Come si fa a dire a dei bambini
“Noi non potremo rivivere?”»
E aggiunse queste parole, che per me sarebbero rimaste
a lungo un mistero:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».
4
Un amico, che combatteva una difficile lotta contro la leucemia,
e che condivideva allo stesso tempo l’incertezza
del suo popolo senza patria,
scelse come argomento di riflessione finale
lo stile di vita e d’espressione che certi artisti adottano di fronte alla morte.
Quegli artisti che non raggiungono mai una serena maturità,
che rifiutano la tradizione, che non si conciliano con la società,
che si ergono solitari nel loro rifiuto,
alcuni dei quali pervengono a un’originalità senza pari...
Nel suo ultimo fax, inviatomi da una stanza
d’ospedale di New York, scriveva:
«Non temere le contraddizioni che tormentano l’anima della vecchiaia,
esamina bene le difficoltà e, anche se le tue gambe vacillano,
tendi le braccia al di là».
Oggi che erro nel vicolo cieco degli anni,
sono perfettamente consapevole della mia scontrosa solitudine:
il sentimento del rifiuto mi è fin troppo famigliare.
Che io dica no alle macchine di distruzione planetaria
accumulatesi nel corso del mio secolo, non ha niente di straordinario.
Ma oggi dubito perfino dei molti tentativi
che si fanno per smantellarle.
Mi rannicchio sul pavimento che trema, domandandomi:
«Che valore hanno tutte queste opere, frutto della mia semplice immaginazione?»
Il vecchio che avevo atteso quel giorno
ai piedi del «mio albero»,
oggi sono io, ma non ho ancora trovato
le parole per rispondere alla domanda di quel ragazzo...
5
Un anno dopo la sua nascita, non ritrovo più in mio nipote
alcun riflesso della mia vecchiaia
che credevo di avervi intravisto.
La pelle liscia e lucente, mi guarda.
Ed io, errando nel vicolo cieco degli anni,
mi rannicchio al suo fianco.
Nel suo libro incompiuto il mio amico scriveva:
«La vecchiaia non si può né spezzare né vincere,
si può soltanto percorrere fino in fondo».
Se vado in fondo al mio sentimento di rifiuto,
la mano tesa verso il cielo, le gambe vacillanti,
finirò per cogliere
qualcosa?
Rinsaldare il proprio sentimento di rifiuto
significa non cedere né alla facile speranza né alla disperazione...
Questo esserino innocente di appena un anno per il quale tutto è nuovo
continua
ostinatamente
davanti ai miei occhi
a brancolare.
6
Per la prima volta, in fondo a me stesso,
le parole di mia madre
hanno perduto il loro mistero.
Un vecchio desidera rispondere a tutti i piccoli esseri:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».
© Oe Kenzaburo
(traduzione di Massimo Rizzante e Mokichi Ohiro)
Nota
La traduzione del testo poetico di Kenzaburo Oe (con l’originale giapponese) è apparsa nell’ultimo numero della rivista Il primo amore, Effigie edizioni.

AbsoluteVille   ---- - - -
 

domenica 5 dicembre 2010

scuola di calore VI - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


altre due poesie della raccolta ancora inedita
  Scuola di calore











          Sorella, amante

         a Ornela

        
Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,
         in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo
         dove aquile ammaestrate spiccavano il volo
         quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.

         All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.
         Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo
         era per il partito più che un delitto una tara:
         ah gocce di sperma lucenti come canini!

         Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –
         ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino
         al girone dei traditori della patria, da dove non sono
         più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.

         Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava
         lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,
         il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:
         corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.

         Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi
         e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,
         i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,
         il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti

         Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata
         del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.
         C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:
         ah corpi non più vergini, sale d’attesa!



       

           Fog, magla

         a Dubravka

        
Quando ero jugoslava leggevo i russi,
         Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.
         L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:
         “Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”

         Poi venne il collasso comunista,
         la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:
         sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.
         Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana

         Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,
         il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,
         mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo
         dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato

         Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,
         facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato
         il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.
         Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa

         I mean, alla frontiera. Rinascere non conta
         e dato che dal dolore ci salva non la morte
         ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel
         con in mano un passaporto di Olandese volante

         Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata
         che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so
         dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico
         è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra



"Ornela Vorpsi e Dubravka Ugresic sono le mie scrittrici preferite"
[Massimo Rizzante]


da nazione indiana   - - - -
© Massimo Rizzante

sabato 13 novembre 2010

KENNETH REXROTH Le poesie d'amore di Marichiko

KENNETH REXROTH    tradotto da Francesco Dalessandro-



Le poesie d’amore di Marichiko


I
I sit at my desk.
What can I write to you?
Sick with love,
I long to see you in the flesh.
I can write only,
“I love you. I love you. I love you.”
Love cuts through my heart
And tears my vitals.
Spasms of longing suffocate me
And will not stop.

Sto seduta al mio tavolo.
Che cosa posso scriverti?
Malata d’amore,
anelo a vederti in carne e ossa.
Posso scrivere solo:
“Io ti amo, ti amo, ti amo”.
L’amore mi spacca il cuore
e mi strazia le viscere.
Spasimi di desiderio mi soffocano
e non vogliono smettere.

le poesie dei cani romantici (los perros romanticos) di Bolaño




Alessio brandolini  su Fili d'aquilone ha tradotto alcune poesie di Roberto  Bolaño tratte da "los perros rimanticos (ed 2006).
Queste ed altre poesie sono state pubblicate su  Archivio Bolaño



ecco una delle poesie tradotte


LOS DETECTIVES HELADOS

Soñé con detectives helados, detectives latinoamericanos
que intentaban mantener los ojos abiertos
en medio del sueño.
Soñé con crímenes horribles
y con tipos cuidadosos
que procuraban no pisar los charcos de sangre
y al mismo tiempo abarcar con una sola mirada
el escenario del crimen.
Soñé con detectives perdidos
en el espejo convexo de los Arnolfini:
nuestra época, nuestras perspectivas,
nuestros modelos del Espanto

I DETECTIVE RAGGELATI

ho sognato detective  raggelati, detective latinoamericani
che si sforzavano  di tenere  gli occhi aperti
in mezzo  al  sogno
ho sognato crimini orribili
e   tipi scrupolosi
che cercavano di non calpestare le pozze di sangue
e allo stesso tempo cogliere con una sola occhiata
la scena  del crimine.
Ho sognato detective smarriti
nello specchio convesso degli Arnolfini:
la nostra epoca, le nostre prospettive,
i nostri modelli del Terrore  
© Traduzione dallo spagnolo di Carmelo P.



 
 

venerdì 12 novembre 2010

scuola di calore V - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


  ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore




Ora che non ci sei più

                                                a Carmen

Ora che non ci sei più, il tribunale militare
che accusava la mia adolescenza anarchica
ha smesso di condannarmi in contumacia. Con gli anni
sono diventata repubblicana: la nostra guerra civile è l’età adulta

Madrid è stato l’ultimo avamposto. Melilla,
da dove si è alzato il vento. Ma ricordo soprattutto
un vicerè del Messico, un uomo corrotto fino al midollo
ma giusto, un mulatto, figlio di un’africana e di un castizo

Ricordo il tuo disprezzo per la mia mancanza di purezza.
Nel mio sangue, dicevi, circolava la follia della nonna
che a Huesca tramava con i torturati perché il loro corpo
non si trasformasse in pasto per maiali

Ricordo Andrés Nin, ferito alla gola come il buon George,
come lui lungimirante ma molto meno fortunato. Il suo omaggio
alla Catalogna fu un sacchetto con dentro un paio di testicoli mozzati.]
I comunisti della NKVD serbano rancore solo ai morti, dicevi

Ora i tuoi resti sono qui. Alla luce. Ma in questo paese di sentinelle
i crimini non possono rimanere impuniti. Il presente è più sacro
del perdono. Perciò si girano spot miliardari: Pépe Cruz, di ritorno da Calcutta,]
scava nelle crepe della Meseta alla ricerca di qualche teschio

Io che sono una tua vittima, conosco l’odio delle tue mani
la rosa degli abusi, le chiavi della tua cella. E la paura – figlia
di una cagna africana e di un castizo – che incutevi a te stesso,
ai tuoi inferiori, a tutti noi, che siamo stati riesumati per nulla



La guerre des poissons

                                                a Imane

Sulla strada per Ourika siamo come uccelli notturni
che si strappano le ali a vicenda, fino a quando
il becco affonda in un organo cieco per molti,
soprattutto per coloro che sono stati ciechi a lungo

Così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni
dobbiamo trasformarci in talpe, e scavare cunicoli nel tempo
e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire
in superficie. E questo per un giorno. O per sempre

O in cani che girano su se stessi un numero di volte
pari ai loro anni moltiplicato per le cagne in calore che hanno
posseduto e che ora ubriachi cercano di ricordare,
prima di trovare una posizione in cui dormire

O in mariti puntuali che, all’ultima chiamata, zoppicando
si avvicinano al letto e posano la loro mano azzurrina
sull’inguine di una sposa sottomessa. “Per questo esisti:
per correggere all’infinito i miei errori”.

Per questo esiste un incubo chiamato Ourika, dove con i piedi
nell’acqua gelata risalgo da sola il torrente, lasciandomi alle spalle
accampamenti di cicogne, passerelle per scheletri che scendono
dall’Atlante, muri di terra rossa, bambini annegati

E un branco di pesci in guerra per alcune briciole di pane
lanciate in una vasca da una coppia di innamorati
dall’occhio feroce di bambini annegati,
che non smettono di chiedere, di chiedere, di chiedere…

La dimora del tempo sospeso   - - - -


La raccolta dovrebbe essere pubblicata entro la fine dell'anno
 

giovedì 21 ottobre 2010

Per Nikos Kachtitsis (da tradurre poesia di Massimo Rizzante)

  Massimo Rizzante


  12 ottobre 2010

da
Punto vulnerabile
Quattordici poesie della giovinezza

Vulnerable Point
Fourteen Poems of Youth

traduzione di Massimo Rizzante

 Per  Nikos Kachtitsis

I did not want eternity,
I only begged for time

Non ho desiderato l’eternità,
ho solo chiesto tempo

Demetrios Capetanakis

domenica 10 ottobre 2010

le poesie di nerina garofalo

  Nerina Garofalo

La matta femmina

Era perfetta l’impietosa
forma che assumeva
e non osava dismettere
o scucire perché lasciasse
fuoriuscire il senno dalla fodera

L’esatta millimetrica
concentrica attinenza
al suo non senso
si nutriva al suo seno scoperto
e lo lasciava vuoto

Straziato sarebbe stata
l’immagine di un vertice
tirato via alla sua aderenza
e reso vigile e sensibile
e scoperto

Un canto che si fa
strada pietrosa in gola
all’uccellino a sé persino
controverso innesto
fra l’esserino e l’universo.



Regole

Le mestruazioni, mia madre, le chiamava regole.
Come se fosse l’orologio biologico a dare norma all’esistenza.
Dal primo accenno di un possibile contenimento
fino alla sparizione progressiva di ogni senno.

Come se poi la donna senza lune fosse di fatto
autorizzata a dissennare. Come se le camelie messe al petto
fossero segno distintivo di riserbo, di pausa lenta, di cantuccio.
Di malumore senza freno, di pericolo, di danno.

Così per regola la donna fatta sangue
neanche poteva dedicarsi alle sue piante
come una maga infetta, un corpo che abortiva ogni 28.

A quindici anni l’ho preteso che le dita maschie
sapessero mischiarsi al sangue
deve esser stata la componente dominante
che pretende rispetto nello scarto
costanza approssimata anche allo spasmo
che chiamano dolore.

Ed anni dopo ho incontrato una regina
che delle donne amava tutto, voleva tutto, tutto vestiva
e tutto ricreava, persino quell’assenza
di un sesso che si alza
denominato clitoride il suo centro.

Però ho sentito che diceva:
non posso sopportare
l’odore delle lune nelle donne.

tratte da Poetarum silva  
© Nerina Garofalo (il suo blog: http://dirtyinbirdland.splinder.com/)

di lei viene detto nel sito Poetarum silva 

Nerina Garofalo ha 45 anni e vive a Roma.
Per lavoro, ma anche per passione, si occupa di narrazione nelle organizzazioni, nuove tecnologie e sostenibilità (direi alla Kundera). Nel 2004 nasce maiko_dirtyinbirdland, la metà poetica di Nerina.
Il suo regno di parole è  http://dirtyinbirdland.splinder.com/   




mercoledì 6 ottobre 2010

scuola di calore III - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 



“il ciclo di Marrakech”: ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore
(la seconda serie è qui ) 



grande grandissima poesia!!!!!!!!!! 






Hashish ed eunuchi

a Warda

Durante l’occupazione, conoscevo tutti i governanti francesi.
Non che scopare con i loro lacché mi sia servito a molto.
O meglio, sono sopravvissuta. Per miracolo, come una stella surriscaldata
allo zenit, o un virus: esplosioni veneree, diarree lattee

Fedeltà, onore: piatti arcipelaghi abbandonati su cui da mezzo
secolo si abbattono uragani dal nome di donna. Da quando
il generale McArthur, sul ponte della Elizabeth, in preda a una crisi di vomito,
intuì che la causa della guerra era sempre la stessa: Elena

Ora tutto questo, a parte il gioco degli scacchi dove la regina
muove e divora in ogni direzione, va sotto il nome di discriminazione
sessuale. Come negare, ad esempio, che l’hashish più puro – Sputnik,
Zero-zero, chocolate – sia prodotto dalle ghiandole femminili della resina?

Poi, però, se tra rottami e cellofán giungi in auto nella valle del Rif,
un agosto segnato da una crocetta tatuata sul braccio destro del tuo giovane
amico Youssouf, ti rendi conto che il Cinquantasei è dietro
l’angolo, un po’ come l’impero dei Saadi e la presa di Fèz

Certe volte penso che la condizione degli eunuchi in Cina
sia, alla vecchia ascetica che sono diventata, la sola consolazione.
Prendevano i migliori, i più dotati, i più sensibili, i più poveri.
Così milioni di bambini evirati con in mano il loro scroto rugoso

Mi guardano dai bordi della strada per Chefchaouen, mentre
colonne di estasi e fumo si alzano dai loro corpi mutilati. “Rien que chasteté!
Rien que chasteté!”, sbraitano rincorrendo l’auto da cui due dirham,
come minuscole teste d’imperatore, rotolano sull’asfalto

* *      *     *    *

Puttane e molluschi

a Nora

Un po’ di carbonato di calcio, qualche pigmento
ed ecco il mio guscio di mollusco lontano dal mare
nel deserto dell’Atlante, allo stesso tempo autobiografia e arte,che rivela quanto
tempo ho vissuto, se in profondità o in superficie

Uno sconosciuto, un sonnambulo mi ha raccolto
nel mare di Essaouira. Prima di immergersi, la bruma
gli aveva invaso le orbite. Ma la vista conta poco in certi
ambienti, tra estroflessioni di bocche-proboscidi e prede-satellite     

Io allora ero molto snella, dotata di spine, il mantello corrugato.
Poco evoluta. A forma di cono, direi. Sapevo difendermi. Ricordo
che ero in grado di emettere una tossina paralizzante di cui ancor oggi
non esiste un antidoto. Ero una graziosa puttana assassina

Mietere vite altrui, con gli anni, dà al tuo carapace la forma
di un cuore. Non è affatto paradossale. Le mie vittime, per quanto
si adoperassero a penetrarmi con le loro sporgenze appuntite,
grosse protuberanze o cannucce simbiotiche, non mi davano nutrimento

Riuscivano soltanto a solleticare le mie valve, il mio amore
per il fango, per il ricatto, per il sopruso che viene dai suburbi
più abissali. Succhiavo il loro plancton erotico. Così diventavano come me,
conchiglie, ma vuote, che si cementavano sul mio guscio di collezionista

Come sia finita in questo deserto, così lontano dai miei fondali,
arpionata dalle dita di un erede di Palinuro, è, credo, semplice da capire.
Io appartengo alla famiglia delle portatrici di stranieri, xenophora
“Mai sentirsi a casa propria”. Ecco la mia autobiografia e l’opera

 © Masimo Rizzante