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domenica 5 settembre 2010

Vita e morte dell’intellettuale postmoderno

  Giuseppe Patella -

marzo 2008

Vita e morte dell’intellettuale postmoderno

«La tentazione di Siracusa»

Se consideriamo la attuale progressiva irrilevanza degli intellettuali, la loro scarsa influenza sui processi decisionali della società, la loro definitiva perdita di prestigio sociale, possiamo concluderne che gli intellettuali siano una classe già estinta o in avanzato processo di estinzione? A questa domanda è facile rispondere che è sotto gli occhi di tutti che nella società contemporanea sono cambiate molte delle condizioni che garantivano non solo la loro azione ma anche la loro sopravvivenza e, quindi, oggi quello che è in discussione è proprio la loro stessa ragion d’essere.

domenica 22 agosto 2010

esilio e marginalità come modello per l'intellettuale

   Edward W. Said
• sull'    esilio   •• sulla   marginalità



esilio e marginalità come modello per l'intellettuale

"L'esilio costituisce un modello per l'intellettuale che è tentato, addirittura ossessionato, soverchiato dai vantaggi che offrono il conformismo, il consenso, l'integrazione. Anche se non si  è immigrati o espatriati in senso proprio, è sempre possibile pensare come se lo si fosse, lasciando briglia sciolta all'inventiva, avventurandosi in avanscoperta nonostante gli ostacoli, tenendosi sempre lontani dai poteri accentratori  e spostandosi verso i margini, dove è ancora possibile vedere ciò che ormai è inaccessibile a chi non ha mai abbandonato il terreno della convenzione e dell'agio......
.....Essere marginale, non irreggimentato, a somiglianza del vero esule significa per un intellettuale mantenere una straordinaria ricettività nei confronti [...] di ciò che è provvisorio e rischioso anziché del consueto: essere disponibile all'innovazione e alla sperimentazione   e non allo status quo prescritto d'autorità. L'intellettuale che si riconosce nella condizione di esule non obbedisce alla logica delle convenzioni ma è pronto alle avventure del coraggio a rappresentare il cambiamento, a essere sempre in cammino e non acquietarsi mai. "
[ © Edward W. Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere feltrinelli, 1995]

citazioni tratte da: Una spiazzante avventura, Nuova rivista letteraria nr 1 2010, di Silvia Albertazzi che prosegue:
"In Umanesimo e  critica democratica  ampliando questi concetti, ripropone la figura dell'esule, che vede le cose secondo la doppia prospettiva del passato e del presente, del laggiù e allora e del qui e ora, come modello per l'intellettuale, ribadendo al tempo stesso la centralità del migrante nella cultura e nella società contemporanee, già proclamata in primo luogo nel seminale Cultura e imperialismo (1993)......
....è facile notare....nell'accezione saidiana....come compito precipuo dell'intellettuale sia

penetrare i silenzi, il mondo della memoria, dei gruppi itineranti che sopravvivono a malapena, i luoghi di sclusione e invisibilità, le testimonianze che non rientrano nei reportage giornalistici ma che sempre si interrogano sulla sopravvivenza di un ambiente martoriato, di piccole economie sostenibili, piccole nazioni, e popolazioni marginali dentro e fuori i centri metropolitani alla frantumazione, all'appiattimento e alla dislocazione che sono le caratteristiche principali della globalizzazione
[ Edward W. Said]
  


• sull'    esilio   •• sulla   marginalità

•  Edward W. Said:           riflessioni sull'esilio
•  M.Antonietta Saracino:  il mondo scomodo di E.W.Said




sabato 21 agosto 2010

la libertà intellettuale

Rita Monticelli
sull'    esilio 

la libertà intellettuale

"..la libertà  intellettuale non consiste nell'imparzialità o nell''estranearsi dal mondo, né nella licenza incondizionata di fare ciò che pare,  ma è piuttosto da considerarsi  una forma di riposizionamento epistemologico dissidente. La metafora dell'intellettuale come esiliato e figura al margine, al pari dell'assunzione di un linguaggio critico capace di "dire la verità al potere",  segnala la necessità di una certa libertà da pressioni  "esterne". In tale ottica, i saperi non possono essere svincolati dalla responsabilità dell'individuo né nella sfera privata né in quella pubblica. ....
....Non possiamo sentirci intellettualmente liberi se non difendiamo quei saperi che vanno al di là della nostra identità, della nostra appartenenza, del nostro "universale" inventato o ricevuto. Il modello dell'intellettuale deve essere il viaggiatore migrante, che scopre e viaggia tra identità altre, culture altre, altre varietà di avventure umane....
...la conoscenza diviene un imperativo etico mobile, di attraversamento. l'attraversamento del viaggiatore, dell'esule, dell'outsider non è irrequietezza, ma impegno  critico. Il paradosso - e il paradosso è salvifico - consiste nel ridefinire il posizionamento come politica mobile, come l'abitare per l'ermigrante  è il viaggiare stesso. non si tratta di non avere un'identità, ma di riconcettualizzare identità e conoscenza.

[© Rita Monticelli,  il ruolo di un disturbatore - il ruolo dell'intellettuale, a partire da una teoria di Edward Said - in Nuova rivista letteraria nr 1, maggio 2010  ]
  
© Rita Monticelli 

sull'    esilio

di Edward Said si può leggere il saggio Riflessioni sull'esilio

lunedì 9 agosto 2010

Fausto Curi: organico e moderno

  Fausto Curi -


26 luglio 2010

organico e moderno

Se non mi sento disorganico, basterà questo a farmi essere organico? E se non mi sento post-moderno, basterà a farmi essere moderno? Diomio, questa “Alfabeta” è appena nata, o meglio rinata, e già scatena queste laceranti interrogazioni. Certo fra “sentirsi” qualcuno o qualcosa e “essere” qualcuno o qualcosa la differenza non è poca. Però se mi sento poco bene, sto poco bene. E in realtà sto poco bene, se provo solo a immaginarmi disorganico e post-moderno. E poi, “sentirmi”. Ma mi rendo conto che già dire che “mi sento” mi fa essere “autoreferenziale” e basta quindi a innescare i sospetti di tre illustri intellettuali quali sono Bondi, La Russa e Verdini? Per fortuna c’è Umberto Eco che (nel primo fascicolo di “Alfabeta”, Alfabeto per intellettuali disorganici) con la consueta lucidità e piacevolezza mi aiuta a capire che cosa è oggi un intellettuale, dicendo, fra l’altro, che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte”. Dunque, c‘è una “parte”. Ma se sono di parte, come faccio a essere disorganico? E se sono disorganico, come faccio a essere di parte? 

domenica 1 agosto 2010

Andrea Inglese: voci sulla scomparsa dell'intellettuale

Andrea Inglese -

luglio 2010
voci sulla scomparsa dell'intellettuale

Fra intrattenimento e acculturazione
Non si può veramente parlare di eclissi o di assenza dell’intellettuale, in Italia, durante questo primo decennio di secolo. Siamo alle prese, semmai, con una figura spettrale, al contempo ostinata e vaga, ossessionante e di scarsa consistenza. Il personaggio che più di tutti è stato costretto ad assumere questo ruolo di revenant è quello ovviamente Pasolini, il cui corpo sfigurato e mai compiutamente sepolto continua a suscitare polemiche, a sollecitare indagini e processi, a provocare evocazioni nostalgiche e ammonitrici. D’altro parte, lo statuto dell’intellettuale, superstite ingombrante e superfluo di un’epoca in via di sparizione, non è certo cruccio esclusivamente nostrano. Esso assilla tutto l’Occidente, come testimonia una vera produzione saggistica di portata internazionale sull’argomento.

Giorgio Fontana: Passare dall'intellettuale al pensiero

  Giorgio Fontana -

7 agosto 2010

Passare dall'intellettuale al pensiero

A me gli intellettuali stanno sullo stomaco. E ora che l'ho detto, vediamo di capire perché. Come faceva notare Daniele Giglioli su queste pagine il 28 luglio, è vero che un certo tipo di intellettuale non esiste più: quello di fine Ottocento così come quello di partito (Gramsci, Berlinguer), quello più o meno borghese (Calvino, Arbasino) o quello inclassificabile (Pasolini).

Massimo Raffaeli: Intellettuali, di che parliamo?

  Massimo Raffaeli -

4 agosto 2010

Intellettuali, di che parliamo?

Non è vero che il dibattito sugli intellettuali è così scontato e persino postdatato come il senso comune indurrebbe a credere. Bene ha fatto Alfabeta2 a volerlo riaprire e bene il manifesto a farsene carico. È vero che un simile dibattito sembra avere qualcosa di rituale e anacronistico, in un mondo che si vuole laico e disincantato, ma sta di fatto che gli intellettuali continuano a esistere e, anzi, nella veste più tradizionale di ideologi. Semmai tendono a stare da una parte sola anche quando si dicono bipartisan, perché il mondo adesso si divide in uno. Né vale rimpiangere un mandato antagonista che si è consumato nel secolo scorso, da Zola a Jean-Paul Sartre: oggi si tratta ancora di umanisti e per lo più di scienziati sociali, talvolta di grande caratura, chiamati sui giornali e in tv (perché di questo noi stiamo parlando) a forgiare l'opinione pubblica, o come la vogliamo chiamare.

Emanuele Trevi: Il destino dell'intellettuale

Emanuele Trevi-

30 luglio 2010


Il destino dell'intellettuale
 
Ma chi saranno, questi «intellettuali» alle cui miserie sono dedicati molti interventi nel primo numero della rinata «Alfabeta2»? Come vivono, in quello che Asor Rosa, in un recente libro-intervista, ha definito il grande silenzio? Come ingannano il tempo? Cosa sperano? E soprattutto: quanti di loro sono «intellettuali» senza saperlo, simili a quei personaggi dei cartoni animati che camminano nel vuoto, senza precipitare finché non se ne accorgono? Una sconcertante vaghezza semantica rischia di affogare il dibattito estivo nel tedio e in un senso di irrimediabile futilità. Del resto, non è mai stato così facile capire il concetto di «intellettuale». 

Intelletuali: tra critica e carisma

  Daniele Giglioli -

28 luglio 2010

Intelletuali: tra critica e carisma

Il dibattito sugli intellettuali e la loro fine è come una febbre che si riaccende periodicamente. Se ne guarisce ma lascia sfiniti, e si ha la certezza che ritornerà. Formuliamo allora qualche auspicio per fare, come diceva Pascal, buon uso della malattia.

Paolo Febbraro: intellettuali ed eslio

  Paolo Febbraro -

27 luglio 2010

intellettuali ed eslio

Nel 1815, appena tornati a Milano dopo la lunga parentesi napoleonica, gli Austriaci chiamarono Ugo Foscolo e gli offrirono ‒ dietro lauto stipendio ‒ la direzione di un periodico culturale che chiamasse a raccolta gli scrittori volenterosi di dare un sapiente contributo al ritorno del “buon governo” asburgico. Foscolo rispose di sì; ma la notte del 30 marzo partì per la Svizzera, esiliandosi.

Saul Bellow: Ai vecchi e ai nuovi vecchi (intellettuali)

  Saul Bellow -

dicembre 1970


Ai vecchi e ai nuovi vecchi (intellettuali)

di Saul Bellow e Keith Botsford
(«ANON», Number One, December 31, 1970)

[…] Le lotte sociali hanno ormai preso il posto dell’arte. Le persone vogliono riflettere sulle questioni sociali, pensando sia un modo di riflettere su se stesse.

Chiunque può abboracciare un testo sui problemi sociali. Tradizionalmente, la funzione dell’arte era quella di assorbire. Queste persone non hanno la minima intenzione di fare dell’arte. Piuttosto, si compiacciono di essere degli artisti. Per loro l’arte consiste nel gettare un incantesimo sull’orrore che ci circonda. È un metodo terribilmente facile per intrufolarsi nella casta degli artisti.

Eugenio Scalfari: Intellettuali alla Camus

  Eugenio Scalfari -

16 luglio 2010


Dopo trent'anni di silenzio riprende le pubblicazioni di 'Alfabeta' (la testata è la stessa di allora con l'aggiunta del numero 2) e Umberto Eco ne accompagna la nuova edizione con un ampio articolo sugli intellettuali. Quelli organici (ai partiti) e quelli disorganici (senza partiti con i quali identificarsi e quindi liberi di pensare, dire e scrivere tutto ciò che gli passa per la mente).

L'articolo è molto gustoso, in certi punti addirittura sapido; quello è lo stile di Umberto quando si appassiona ad un argomento.

Organici e disorganici: questa bipartizione, dico la verità, mi ha un po' disorientato e un po' anche spaventato. Una società culturale nella quale tutti o la maggior parte degli intellettuali siano un'appendice di partiti politici, nutrendosi della loro ideologia e traducendola in opere letterarie ideologicamente orientate, sarebbe terribilmente conformistica. In parte lo è stata, almeno dal '45 al '56, con una dominanza culturale del Partito comunista non solo nella letteratura ma anche nelle arti. Non fu un bello spettacolo, anche se quel tipo di conformismo degli intellettuali 'compagni di viaggio' è stato fin troppo mitizzato al di là di quanto effettivamente sia avvenuto. Molti di quei 'compagni di viaggio' infatti non si limitavano ad una militanza culturale passiva ma incisero robustamente a modificare l'ideologia cui aderivano ed a farne cosa diversa da come sarebbe stata senza la loro presenza. Aggiungo che alcuni di loro fecero parte del gruppo dirigente del partito ed assunsero responsabilità politiche dirette. Ne nomino alcuni: Tortorella, Macaluso, Alicata. Ma potrei aggiungere che anche Natta, segretario del Pci dopo la scomparsa di Berlinguer, fu innanzitutto un intellettuale e poi un uomo politico. Quanto a Togliatti, fu un uomo politico ma anche un uomo di cultura e così lo furono Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Alfredo Reichlin.

Un partito della classe operaia guidato da intellettuali: questo fu il Pci e proprio per questo bifronte, complesso e ambiguo, ma certo gli intellettuali non furono lì a far da comparse. Pensate ad Argan o ad Asor Rosa o a Tronti. Intellettuali organici al partito o un partito organicamente intellettuale, nel bene e nel male? Contate almeno fino a dieci prima di rispondere.

Ora sarebbe cominciata una fase culturale nuova nella quale i partiti sono diventati irrilevanti e incapaci di metabolizzare e tantomeno di egemonizzare una cultura. Per conseguenza gli intellettuali che vivono in questo arco di tempo sarebbero disorganici, cioè finalmente liberi di dare i loro giudizi, di esprimersi su qualunque argomento senza più remore di partito. Un passo avanti? Un vento fresco di libertà? O invece una torre di Babele dove ognuno parla un proprio linguaggio incomprensibile agli altri e si effonde in lunghi monologhi in presenza di altrettanti monologanti?

Una società culturale di questa fatta mi fa paura. La Babele mi spaventa, non è un mito che esprima un'eccellenza di libertà ma al contrario esprime la spettrale situazione di incomunicabilità, di affollata solitudine, di generale impotenza. Insomma il massimo della barbarie. Se per intellettuali disorganici si intendesse questo, non c'è che cambiare paese.

Non credo però che si intenda questo, o almeno lo spero. Credo che si voglia rivalutare il pensiero difforme dal pensiero dominante. Non a caso il prototipo scelto dai 'disorganici' è Camus. Ma ne possiamo nominare molti altri, di altre epoche ma con analoghi connotati culturali. Per esempio Giordano Bruno. Per esempio Chateaubriand, o Foscolo. Jonathan Swift. Cyrano de Bergerac.

Ce n'è quanti ne volete, ma non rappresentano un'epoca bensì dei temperamenti. Alcuni 'disorganici' sono stati animati da una tale forza di volontà da saper creare una realtà a loro immagine e somiglianza. Gramsci, tanto per fare un esempio, fu in origine un disorganico ma creò un Partito comunista ben diverso da quello che in prima battuta era stato creato da Bordiga.

Tante altre cose potrebbero esser dette e raccontate su organici e disorganici. A guardar bene i disorganici veri sono quelli che si oppongono al luogo comune e creano al suo posto un nuovo senso della realtà. Il disorganico cioè è un creativo e crea un nuovo canone con il quale aggrega uno stuolo di organici. La storia delle idee e della cultura, cioè la storia con la lettera maiuscola, si è sempre svolta in questo modo ed è questo il suo valore e il suo

L'espresso 16 luglio 2010   - - - -
© Eugenio Scalfari

 su Alfabeta2 c'e' un'ampia rassegna stampa  degli articoli sull'uscita di Alfabeta2 e sul dibattito sugli intellettuali