lunedì 1 novembre 2010

ernesto Sabato - profilo di raul schenardi

Raul Schenardi

Ernesto Sabato
2001- profilo


Fa ben sperare il ritorno in libreria di Il tunnel, dello scrittore argentino Ernesto Sabato, dopo la tempestiva traduzione l’anno scorso del libro di memorie Prima della fine: racconti di un secolo, entrambi pubblicati da Einaudi [2001 e 2000]. Chissà che non ricompaiano finalmente in libreria anche gli altri due volumi della trilogia narrativa e magari, con ritardo incolmabile, qualche raccolta dei saggi.

Sabato non è una delle grandi passioni della nostra editoria. Benché appartenga a pieno titolo, se non altro per motivi generazionali, al gruppo di scrittori del cosiddetto “boom” della narrativa latinoamericana di fine anni ‘60, il suo background filosofico-culturale esistenzialista era un po’ imbarazzante per l’establishment editoriale. E rischiava di appesantire quella mongolfiera che invece, secondo i calcoli del marketing, doveva librarsi in volo e stare su un bel po’ di anni – com’è avvenuto –, diffondendo un’immagine esotica della letteratura del continente confezionata appositamente per i lettori europei  (la storia del “boom” è rievocata nello straordinario e preziosissimo Viaggio letterario in America Latina di Francesco Varanini, Marsilio). Sabato era ancora troppo “europeo”, almeno in quegli anni, per essere credibile come “latinoamericano d’esportazione”. E così nessuno dei suoi brillanti saggi – fra gli altri, Uno y el universo, Hombres y engranajes, El escritor y sus fantasmas, Heterodoxia, usciti fra il 1945 e il 1963 – ha mai trovato udienza presso i nostri editori. Del resto, non si sono nemmeno accapigliati per aggiudicarsi i suoi romanzi, come dimostra la lentissima migrazione da Feltrinelli a Einaudi, passando per gli Editori Riuniti e Rizzoli, che nel 1977 ha pubblicato L’angelo dell’abisso (Abaddón, el exterminador), da tempo  introvabile. Sabato nel 1990 ne ha dato alle stampe una nuova versione, con significative revisioni, subito tradotta in varie lingue: qui non se ne sono nemmeno accorti. Sopra eroi e tombe, nell’edizione fantasma degli Editori Riuniti, si trova solo in qualche bibliografia, ma non sugli scaffali delle librerie o delle biblioteche.


Eppure stiamo parlando di uno scrittore che tra gli innumerevoli premi ricevuti vanta il Cervantes, il “Nobel della lingua spagnola”, e che in patria è il più letto e amato, insieme a Borges. Soprattutto dai giovani: nel 1997 “Los Cadillacs”, un gruppo cult della scena rock argentina, gli ha dedicato un pezzo.


In Francia Gallimard ha pubblicato l’opera completa, e in Italia si è pensato bene di assegnargli la cittadinanza onoraria, visto che è figlio d’immigrati provenienti dalla Calabria, ma la sua opera è sotto sequestro, desaparecida, la passano con il contagocce. Perché?

Perché Sabato per un sacco di tempo è stato un paria, essendosi reso colpevole della duplice, atroce abiura di due degli Idoli più venerati del secolo scorso: la Scienza, quando abbandonò di punto in bianco una brillante carriera, disgustato dagli esiti letali dell’ideologia scientista, gettando alle ortiche sicurezze e consolidate amicizie; e il Comunismo, poiché ebbe il torto di sputare troppo presto, a metà degli anni ‘30, sull’effigie del Piccolo Padre, che proprio allora raggiungeva l’acme della paranoia celebrando i suoi grotteschi processi. Dirà in una recente intervista:
“Per parecchio tempo sono stato considerato comunista dai reazionari, e reazionario dai comunisti. Non era una situazione invidiabile né vantaggiosa né comoda. Per gli stalinisti ero un piccolo-borghese esitante e contraddittorio, o peggio, un individuo che con la sua letteratura irrazionalista faceva il gioco, come dicono nel loro gergo, degli interessi della reazione. I reazionari dal canto loro, che in teoria si sarebbero dovuti rallegrare per questa classificazione, mi accusavano di essere comunista perché mi batto per la giustizia sociale e la liberazione dei popoli oppressi”.

Decimo di undici figli maschi, classe 1911, famiglia di agricoltori, Ernesto, pur manifestando precocemente il suo amore per la letteratura e la pittura, frequenta però la facoltà di Scienze fisico-matematiche dell’Università di La Plata (e insieme, gruppi di operai anarchici e comunisti). L’inno alle “matematiche severe” di Lautréamont, citato in Prima della fine, giustifica l’attrazione apparentemente contraddittoria, che lo accompagnerà a lungo, per il cosmo ordinato e astratto delle teorie scientifiche e insieme per il caos incandescente di una creazione all’insegna del rischioso binomio arte-vita. Conosce la giovanissima Matilde Kusminsky, che lascia la famiglia per seguirlo in clandestinità, quando si batte contro la dittatura del generale Uriburu, e rimarrà al suo fianco tutta la vita dandogli due figli. Con la laurea in fisica, vince una borsa di studio e va a lavorare nel laboratorio di Madame Curie a Parigi; lascerà testimonianza di questa esperienza in alcune pagine di Sopra eroi e tombe. Al Select e al Dôme frequenta quanto rimane del movimento surrealista e stringe amicizia con i pittori Oscar Domínguez, che morirà suicida, Víctor Brauner e Matta. Fra i surrealisti le sue simpatie e il suo rispetto vanno ad Artaud, al disperato rigore e alla coerenza del suo atteggiamento, alla lucidità e alla preveggenza delle sue spietate accuse contro la civiltà occidentale (soprattutto nei Messaggi rivoluzionari, Monteleone 1994), piuttosto che a Breton, del quale ricorda invece, in Prima della fine, lo scarso rigore filosofico e le pose eccessivamente compassate.

Nel 1939 passa al MIT, il Massachusetts Institute of Technology, dove prosegue le ricerche sulle radiazioni cosmiche. Rientrato in patria, però, pochi anni dopo rinuncia clamorosamente alla sua cattedra all’università e va a vivere in un ranch in montagna. Qui scrive Uno y el universo, nel quale respinge il feticismo verso la tecnologia e segnala i rischi della subordinazione crescente dell’umanità a una visione razionalistica della vita. Sono anni di privazioni e di isolamento totale, fino alla pubblicazione – a sue spese, come ci tiene a ricordare – del primo romanzo, Il tunnel, che gli darà una certa fama in patria e sarà tradotto in una decina di lingue, suscitando l’ammirazione di due scrittori così diversi come Albert Camus e Thomas Mann.

Angosciosa immersione nella psiche di un pittore che racconta in prima persona l’uccisione della donna che amava e non poteva avere tutta per sé, Il tunnel è soprattutto una febbricitante riflessione sull’attrazione fatale esercitata dall’arte come dimensione privilegiata dell’esistenza, e un grido disperato per l’impossibilità pratica di servirsene nella condivisione delle esperienze umane. La struttura del romanzo è ancora tradizionale, il protagonista-narratore si presenta fin dalla prima riga con nome e cognome per confessare il suo delitto, anche l’atmosfera è dostoevskiana; la vicenda, per quanto allucinata nella memoria, ha uno svolgimento lineare, e il registro stilistico è tutto sommato uniforme: il linguaggio esaltato, veemente, dell’ultimo messaggio di un condannato, dilaniato fra l’invettiva sprezzante, rabbiosa e gli accenti lirici di un poeta innamorato.

Sabato si è sempre rifiutato di sottrarre ai critici il lavoro d’interpretazione dei suoi romanzi, ma si è lasciato sfuggire una preziosa testimonianza a proposito di questo romanzo:
“Gli esseri carnali sono essenzialmente misteriosi e agiscono in base a impulsi imprevedibili, persino per lo scrittore che fa da intermediario fra il bizzarro mondo irreale, ma vero, dell’opera letteraria e il lettore che segue la vicenda. Le idee metafisiche allora si convertono in problemi psicologici, la solitudine metafisica nell’isolamento di un individuo concreto in una città ben determinata, la disperazione metafisica diventa gelosia, e il romanzo o il racconto che era destinato a illustrare quel problema finisce per diventare il racconto di una passione o di un delitto. Castel [il protagonista del Tunnel] cerca di impadronirsi della realtà-donna tramite il sesso. Tentativo vano”.

Ed è proprio la dimensione “metafisica” delle problematiche di Don Ernesto, qui ancora oscurata da un nichilismo opprimente, a emergere via via nelle opere successive, come ricerca di uno spiraglio di luce alla fine del tunnel (la partenza verso il Sud del giovane Martín alla fine di Sopra eroi e tombe), sia pure tra i bagliori dell’apocalisse prossima ventura (evocata soprattutto in L’angelo dell’abisso), per lasciare comunque una traccia di speranza, una volta vinta la sordida fascinazione del suicidio.
“Proprio perché ci sono stato così vicino, sono nemico del suicidio, ho meditato moltissimo su questo gesto. Credo che ci sia un motivo se tutte le grandi religioni e le grandi filosofie lo ripudiano. È un atto di un egoismo estremo.”

Sabato pubblica il suo secondo romanzo, assai più voluminoso del primo, soltanto nel 1961: ha il vizio di bruciare tutto quel che non gli sembra ben riuscito e ha sempre pronunciato parole di fuoco contro la mercificazione della creazione artistica (“I bestseller hanno con la letteratura lo stesso rapporto che la prostituzione ha con l’amore”). Con Sopra eroi e tombe il “lavoro forzato del dubbio” cui sembrano condannati i suoi protagonisti – come ha ben scritto Riccardo Campa in una penetrante analisi della sua opera narrativa – si sposta in uno scenario storico-geografico determinato, non più neutro come per Il tunnel. Siamo immersi nella Buenos Aires enigmatica e tentacolare, miscuglio di lingue e di un’umanità spossessata dei suoi privilegi aristocratici, o dei miti familiari e nazionali, o del paese d’origine, o di tutto quanto. La metropoli viene sviscerata, evocata anche nei dettagli visivi dei quartieri, dei bar dove si tengono interminabili conversazioni, ed è lo sfondo di violenti scontri sociali e politici, con gli episodi del bombardamento della Plaza de Mayo e dell’incendio delle chiese. Al di là di certi tratti “realistici” e dell’impianto “giallo”, però, Sabato disegna più che altro una mappa psichica della città, soprattutto nello splendido “Rapporto sui ciechi”, lunghissimo frammento dotato di autonomia eppure così essenziale per comprendere la vicenda e l’intera trilogia, che fa impallidire la stiracchiata e incolore metafora di Cecità di Saramago.

Nel “Rapporto” si riflette l’ossessione paranoica di Fernando Olmos, uno dei protagonisti del romanzo: i fili del mondo sarebbero tirati da una setta di ciechi che ha il suo quartier generale nelle fogne di Buenos Aires, e lui, durante una delle sue visioni, si accoppia con una di loro. Nella realtà l’accoppiamento “mostruoso” lo ha avuto con la figlia Alejandra, e il romanzo inizia proprio con la notizia giornalistica della sua uccisione per mano di lei, che poi dà fuoco alla casa lasciandosi bruciare viva. Se si pensa che in quegli anni era in gestazione la setta segreta dell’apprendista stregone López Rega, che sarà il mago di Perón e poi della sua seconda moglie Isabela, nonché l’ispiratore della mattanza della seconda metà degli anni ‘70, si possono cogliere anche certe implicazioni profetiche di questo testo.

La struttura del romanzo tradizionale è saltata, la trama sfilacciata, la commistione dei generi assoluta: prosa, poesia, indagine poliziesca, ricostruzione storica (l’epopea della nascita della nazione argentina e l’evocazione degli eroi dell’indipendenza americana), romanzo familiare, ritagli di giornale, testi di canzonette, love-story (disperata, fra Alejandra e il giovane studente Martín, la coppia di innamorati adolescenti più celebre della letteratura argentina). Ampia gamma di registri – epico, comico, romantico... – e un impasto di lingue diverse, fra cui il lunfardo, il gergo della mala bonaerense, e il cocoliche, parlato soprattutto dagli emigranti di origine italiana, come il vecchio D’Arcangelo, perso nella nostalgia del Natale a casa, accanto al caminetto. Fa capolino il personaggio inquieto dello scrittore Ernesto Sabato, che poi assumerà ulteriore rilievo nell’Angelo dell’abisso, e l’elemento dell’intertestualità, con citazioni dal Tunnel e da Borges. L’immagine dell’anziano maestro e amico è rievocata con affetto, ma Sabato non gli risparmia una feroce critica al celebre racconto “La biblioteca di Babele”, e indirettamente a buona parte della sua produzione letteraria. Perdipiù la mette in bocca a un sacerdote:
“Lì fa dei sofismi intorno al concetto di infinito, che confonde con quello di indefinito. Una distinzione elementare, si trova in qualsiasi trattato da almeno venticinque secoli. Naturalmente, da un’assurdità si può inferire qualsiasi cosa (...) E da questa puerile confusione trae la suggestione di un universo incomprensibile, una specie di parabola empia”.

A dividere i due per lungo tempo furono le divergenze politiche. Entrambi oppositori di Perón, ma per ragioni non coincidenti, in seguito si divisero nel giudizio sulla dittatura del generale Videla: Borges inizialmente si dichiarò favorevole e si corresse in ritardo, quando seppe dei crimini di cui si erano macchiati i militari, mentre Sabato fu sempre uno strenuo oppositore. Non a caso fu chiamato a presiedere anni dopo la commissione d’indagine sulle violazioni dei diritti umani che presentò il rapporto Nunca más (Mai più) sui desaparecidos, conosciuto anche come Informe Sabato. In Prima della fine racconta la vera e propria discesa agli inferi che rappresentò per lui questo impegno, e come fosse necessario ogni tanto sostituire le dattilografe di quelle 50.000 cartelle, che non ce la facevano a proseguire per l’orrore. E in L’angelo dell’abisso ha descritto una seduta di tortura, che si conclude con l’assassinio dell’interrogato, in pagine che non si lasciano leggere impunemente. Presentato da “Le Monde” come “La Divina Commedia del no man’s land argentino”, l’ultimo romanzo della trilogia si apre con l’apparizione quasi fantasmatica dello scrittore Ernesto Sabato, subito seguita dalle allucinazioni visive di un ubriaco che si trova di fronte nientemeno che il drago a sette teste dell’Apocalisse, per concludersi, dopo oltre quattrocento pagine, con l’iscrizione su una lapide: “Ernesto Sabato. Volle essere sepolto in questa terra con una sola parola sulla sua tomba: pace”. Dentro, insieme al compendio delle ossessioni kafkiane dello scrittore, compare persino il testo di un’autointervista:
“È soddisfatto di quel che ha scritto?” “Non sono così canaglia” “Chi è Ernesto Sabato?” “I miei libri sono stati un tentativo di rispondere a questa domanda. Io non voglio obbligarla a leggerli, ma se vuole una risposta dovrà farlo”.

Da molti anni afflitto dalla cecità, e dedito ormai quasi esclusivamente alla pittura, ci aveva avvertiti, pubblicando Prima della fine, che non dovevamo considerarlo un testamento. Poco dopo infatti, inaspettatamente, è uscito La resistencia (disponibile anche in rete). “In quest’epoca di falsi trionfalismi, la vera resistenza è quella di chi combatte per valori che si ritiene smarriti... credo che dovremmo affrontare la vita con un attitudine anarcocristiana...”

2001
© Raul Schenardi

  Sopra eroi e tombe è stato pubblicato da Einaudi nel 2009
  nel 2010 Feltrinelli ha pubblicato Il Tunnel
 

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