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domenica 8 luglio 2012

El laboratorio Bolaño

  Nora Catelli-

 14 SEP 2002 - el pais

la traduzione su Archivio Bolaño
En Amberes, escrita en 1980 y publicada ahora en España, se encuentran algunas de las claves literarias del escritor chileno: lo fragmentario de la narrativa y el motivo del doble. El autor muestra ya aquí su facilidad de encontrar y desarrollar argumentos.



En la obra de Roberto Bolaño (Santiago de Chile, 1953), la impresión de facilidad es nítida, casi indiscutible. Donde tantos colegas suyos se esfuerzan en armar una trama apenas convincente para a continuación persuadir (y persuadirse) de que el resultado no muestra debilidad argumental sino reticencia ontológica, Bolaño no parece tener ninguna dificultad en encontrar y desarrollar argumentos. Y lo hace de una manera tan fluida que engañosamente podría tomarse como natural. Una manera, no obstante, en absoluto decimonónica: ni su destreza es ingenua, ni su utilización de los recursos autocomplaciente. De hecho, puede decirse que Bolaño ha construido un sistema tan sencillo como férreo de hacer ficción.
Dentro de este sistema, ¿cómo enfocar Amberes, novela escrita en 1980 pero publicada 22 años más tarde? En la página 54 lo sugiere la propia voz del narrador. Cabe leerla como una 'respiración inmadura en donde aún es dable encontrar asombro, juego, perversión, pureza': es la novela donde, a partir de una proverbial búsqueda de muchacha pelirroja y misteriosa, con crimen incluido y retorcida sordidez barcelonesa de carretera de Casteldefells en otoño, se puso en marcha, de manera elíptica, alusiva, fragmentaria, el laboratorio de Bolaño. En Amberes hay una voluntad de trabajar con lo fragmentario de la tradición narrativa; da la impresión de que la elaboración tiene que ver con un lirismo del que el narrador no quiere desprenderse.

domenica 24 giugno 2012

El caleidoscopio observado: Prosa de otoño en Gerona, de Roberto Bolaño.

   Felipe Ríos Baeza   -


21 giugno 2012

El caleidoscopio observado: Prosa de otoño en Gerona, de Roberto Bolaño.



El ensayista y narrador chileno Felipe Ríos Baeza (Santiago, 1981) nos presenta un texto en torno a “Prosa de otoño en Gerona”, de Roberto Bolaño (1953-2003), es uno de los autores de culto de la narrativa contemporánea en lengua española.  Ríos Baeza es Doctor en Teoría de la Literatura y Literatura Comparada por la Universidad Autónoma de Barcelona.


El caleidoscopio observado: Prosa de otoño en Gerona, de Roberto Bolaño.


0. Intro: Trazos iniciales

La sección Prosa de otoño en Gerona del escritor chileno Roberto Bolaño (1953-2003) aparece publicada por primera vez en el libro Fragmentos de una universidad desconocida (Gráficas del Tajo, 1992); luego incorporada a su poemario Tres (El Acantilado, 2000); para finalmente constituir una de las columnas vertebrales de La universidad desconocida (Anagrama, 2007), ese testimonio póstumo que pretendía, con la voluntad de su esposa, Carolina López, recoger la totalidad de su producción poética. Esta breve perspectiva de publicaciones intermitentes bastará para mostrar el recorrido oblicuo que ha tenido el género lírico en la literatura de Bolaño, una fracción asumida, por la academia y por gran parte de la crítica, como suplemento de su narrativa[1], como mero registro biográfico o como el ejercicio de un adolescente precoz que jugó, en un minuto, a configurar movimientos poéticos delirantes en un México precisamente delirante: el de finales de los años 70.
            Es sabido que en sus comienzos como escritor, Bolaño ensayó poemas a dos manos y probó variadas modulaciones para esos textos embrionarios que formarían luego volúmenes variopintos como Muchachos desnudos bajo el arcoiris de fuego(1976). También es sabido que, en un momento dado (tras la publicación de La pista de hielo, en 1993), la apuesta definitiva, de doble o nada, se jugará en las casillas de la narrativa, quedando su poesía en un evidente segundo plano —hasta el año 2000, cuando se edita (y reedita) una selección de sus versos bajo los títulos de Tres y Los perros románticos (Lumen, 2000)—. Con lo dicho, si hubiese que determinar pronto una afirmación inicial para este trabajo, podría argumentarse que lo intermitente y fragmentaria que resulta la visibilidad de su poesía en el marco general de su literatura se convertirá en una característica temprana de su propia poética. Los libros de poemas no parecen tener un deseo de unidad tan férreo como sus novelas o volúmenes de cuentos (a excepción del libro Amberes aunque, como se verá, en el año 2007 será considerado “prosa poética”, a falta de mejor término, e incluido en La universidad desconocida). Sin aventurar el calificativo de azaroso, mas sí fragmentario, el encuentro de los distintos textos en sus libros de poesía responderá más a una recopilación, a la manera de un caleidoscopio, y no tanto a un proyecto de escritura trazado de antemano [2].

martedì 12 ottobre 2010

il Mandala di julio Cortázar

   Raul Schenardi   


 Julio Cortázar
profilo di Raul Schenardi

“La verità, la triste o gioiosa verità, è che mi piacciono sempre meno i romanzi, la narrativa come si pratica di questi tempi. Quello che sto scrivendo adesso (se un giorno o l’altro lo finirò) sarà qualcosa come un anti-romanzo.”

Così Julio Cortázar in una lettera a un amico. Il libro, Rayuela, sarebbe uscito tre anni dopo, nel 1962 (Il gioco del mondo nella traduzione italiana di Flaviarosa Nicoletti Rossini del 1969). Sulla copertina, disegnata dall’autore, l’illustrazione del gioco infantile cui allude il titolo: un rettangolo tracciato per terra e diviso in sei caselle che bisogna occupare, saltellando su una gamba dopo avervi gettato un sasso, per raggiungere il traguardo del Cielo. (Rivelatore il titolo primitivo che Cortázar poi cambiò, giudicandolo “un po’ pedante”: Mandala.) Subito baciato dal successo e tradotto in varie lingue, entrò di prepotenza nel ristretto numero di opere – Cent’anni di solitudine in testa – che a partire dalla fine degli anni Sessanta hanno forgiato l’idea che ci si è fatti in Europa della letteratura latinoamericana, a controbilanciare l’impressione che tutto quanto proveniva di lì fosse sotto il segno del barocco e del realismo magico.

Soprattutto era una conferma, quasi un inveramento, di posizioni che si affacciavano allora nel panorama critico internazionale: proprio nel 1962 uscivano Opera aperta di Eco e l’edizione italiana di un testo del ‘57 dal titolo altrettanto battagliero, La hora del lector, di Castellet, entrambi imperniati sull’importanza del ruolo del lettore nella genesi dell’opera letteraria. Erano in fondo le medesime preoccupazioni di Cortázar, espresse con chiarezza in uno dei frammenti metanarrativi più pregnanti di Rayuela:

lunedì 16 agosto 2010

per Fernando Arrabal (da tradurre poesia di massimo Rizzante)

  Massimo Rizzante


10 giugno 2010

La sua opera è monumentale. La mia contabilità risale al 2007, e quindi sarà certamente imprecisa per difetto: 21 volumi di pièces teatrali, 15 romanzi, 5 raccolte poetiche, 19 testi saggistici e lettere aperte, più di 750 libri per bibliofili, a cui oggi bisogna aggiungere i 5 libri contenenti 20 sue poesie di 20 versi ciascuna e illustrati da altrettante litografie di Yu Minjun, Wang Guangyi, Zhang Xiaogang, Yang Shaobin e Wang Qing Song.

Ogni volta che leggo una sua pagina di romanzo, di teatro o una sua poesia mi domando se, di fronte all’opera di Arrabal, il mio mondo non abbia dimenticato per sempre il gusto per l’assurdo. Mi sento un erede senza eredi alla frontiera di due mondi: il mondo di Arrabal e il mio mondo, un mondo in cui, alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, si è aggiunta quella dell’uomo, senza che ciò turbasse gli ingegni che, nel loro procedere alla clonazione della realtà, si stanno condannando alla sterilità onirica. Contro la divina non serietà di Arrabal, il mio mondo oppone oggi soltanto il sorriso disincantato di un’arte che ricicla la sua storia: intravedendo la possibilità della sua fine, essa vuole vendicarsi di ciò che ha creato in passato e, per non soccombere, cerca di fare di questa vendetta un piacevole intrattenimento.

giovedì 1 luglio 2010

Il ’68 messicano: nati per essere vinti, ma non per negoziare

Mario perniola - marzo 2009

pubblicato su Agalma, nr 17

 Il ’68 messicano: nati per essere vinti, ma non per negoziare


1. La solitudine messicana
Dopo il Maggio francese, che vide scendere in sciopero spontaneamente dieci milioni di persone, e l’invasione sovietica della Cecoslovacchia in agosto, il terzo evento che nel 1968 turbò l’opinione pubblica mondiale, fu l’eccidio di più di trecento studenti sulla Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, avvenuto nel pomeriggio del 2 ottobre di quell’anno. Questa strage, in cui perirono anche bambini e passanti, fu un vero e proprio agguato contro una manifestazione pacifica, accuratamente preparato e compiuto dalle forze congiunte della polizia e dell’esercito, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici.
Tra le tante proteste studentesche che in quell’anno infiammarono il mondo, questa ebbe l’esito più tragico. La giornalista italiana Oriana Fallaci, presente sulla scena del massacro e ferita gravemente da una raffica di mitra, descrive in un libro la ferocia gratuita di una carneficina che si protrasse per cinque ore (Fallaci, 1969). Il giornalista dell’”Espresso” Carlo Gregoretti, che arrivò qualche giorno dopo sul luogo, paragonò il comportamento delle autorità messicane a quello di un ospite che per garantirsi la buona riuscita di una festa, invece di mandare a letto i bambini, li ha ammazzati (Gregoretti, 1968).

mercoledì 30 giugno 2010

Messico '68: La strage degli studenti

Mario Perniola - 4 ottobre 2008

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Messico '68: La strage degli studenti

Dopo il Maggio francese, che vide scendere in sciopero spontaneamente dieci milioni di persone, e l'invasione sovietica della Cecoslovacchia in agosto, il terzo evento che nel 1968 turbò l'opinione pubblica mondiale fu l'eccidio di più di trecento studenti sulla Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, avvenuto nel pomeriggio del 2 ottobre di quell'anno. Questa strage, in cui perirono anche bambini e passanti, fu un vero e proprio agguato contro una manifestazione pacifica, accuratamente preparato e compiuto dalle forze congiunte della polizia e dell'esercito, pochi giorni prima dell'inaugurazione dei Giochi Olimpici.

mercoledì 23 giugno 2010

faville messicane

Francesca Lazzarato -  Il Manifesto - 20 agosto 2009



"Atlante letterario. Faville messicane"


«Fuentes, promotore e sopravvissuto del boom, sparring di Octavio Paz e lobby vivente delle lettere messicane, non è più quello che era… Un propagandista della propria ormai esaurita genialità, con insufficienza cronica di buone idee narrative»:  
Così scrive Alvaro Bisama, trentaquattrenne scrittore cileno dei più promettenti e critico letterario senza peli sulla lingua, letto e seguito in tutta l’America Latina, a proposito di colui che viene considerato la figura più autorevole della letteratura messicana contemporanea, tradotto ovunque e vincitore di tutti i possibili premi (escluso il Nobel, al quale aspira da anni). Un giudizio spietato che, evocando il «Manifiesto del Crack» lanciato nel 1996 da cinque giovani scrittori messicani per far presente l’urgenza di rinnovare la letteratura nazionale, parla esplicitamente della necessaria «uccisione» di un padre ingombrante. Pronto a sfornare quasi un libro l’anno (la sua ultima opera, La voluntad y la fortuna, è uscita nel 2008 presso Alfaguara) e impegnato in incessanti tournées – l’abbiamo visto l’anno scorso al Festival di Mantova – Fuentes è in effetti lo scrittore messicano vivente più noto e interpellato all’estero, tanto che la sua onnipresenza sembra dare ragione a José Agustín, esponente della cosidetta «Onda», la corrente che negli anni ’60 irruppe sulla scena letteraria per sovvertirla brevemente con le nuove istanze giovanili.

domenica 20 giugno 2010

nel nome di saramago

Massimo Rizzante - unitn nr 7 - 20 maggio 2010


Nel nome di Saramago


Dagli esordi a Todos os nomes: José Saramago
racconta la nascita della "scrittura orale"
e dei suoi personaggi senza nome.
Riflessioni inedite del Premio Nobel 1998 per la letteratura.

Pomeriggio di giovedì 8 ottobre [1998, n.d.c.]. Rientrato a casa, dopo il lavoro all’università, squilla il telefono. È il direttore de L’Atelier du Roman, una rivista francese con cui collaboro da alcuni anni. Da Parigi, tutto contento, mi annuncia che José Saramago ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Dopo un respiro profondo gli rispondo: “Finalmente è arrivato”. Mi spiega poi che secondo le ultime indiscrezioni giunte da Stoccolma via Varsavia (i polacchi in questi ultimi tempi, vedi Milosz e Szymborska, poeti premiati con il Nobel rispettivamente nel 1980 e nel 1996, devono essere degli specialisti) Saramago ha dovuto battere addirittura la concorrenza di un suo compatriota, anche lui tra i cinque finalisti, Antonio Lobo Antunes.
Insomma quest’anno il Nobel per la letteratura è stato un affare di famiglia, della grande famiglia di lingua portoghese e lusofona che annovera tra una sponda e l’altra dell’Atlantico, tra Portogallo e Brasile (senza dimenticare le isole Azzorre, Capoverde e le varianti creole africane) circa duecento milioni di parlanti e solo in questo secolo almeno una dozzina di scrittori di valore assoluto in campo internazionale. Per il Portogallo bastino i nomi di Pessoa, Miguel Torga, Vergilio Ferreira, Agustina Bessa-Luís, José Cardoso Pires, José Saramago, Antonio Lobo Antunes, João de Melo; per il Brasile mi vengono in mente, tra quelli tradotti anche in Italia, i nomi di Machado De Assis, Clarice Lispector, João Guimarães Rosa e Jorge Amado.

mercoledì 16 giugno 2010

Le frontiere del romanzo nel XXI secolo

   Miguel Gallego Roca nazione indiana - 2008


Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l’Europa reinventata dall’America

di Miguel Gallego Roca
Nel gennaio 2007 è uscito un numero monografico di «Nuova prosa» (46), rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, consacrato alla nuova narrativa latinoamericana. Pubblico qui un estratto di uno scrittore e critico letterario spagnolo che ne indica alcune problematiche (Massimo Rizzante)


La frontiera fantasma dell’Europa

Hans Castorp, «il bambino viziato dalla vita», l’ingegnere navale, l’uomo concreto promesso alla tecnica, affronta all’inizio del XX secolo un percorso di formazione abbandonandosi con passione alla stretta della «malattia» dell’esilio. La sua iniziazione si svolge su tre fronti sotto l’egida di tre maestri: Settembrini, l’umanista massone, l’homo humans; Naphta, il gesuita terrorista, homo dei; e Peeperkorn, il vitalista, l’uomo che sa ridere ma conosce la tragedia.

Tutto questo avvenne all’alba del XX secolo in Europa. Oggi, all’inizio del XXI secolo, mi pongo la seguente domanda: che nuovo Peeperkorn è quello che ha trionfato? Di quale natura è il suo riso? Fino a che punto conosce la tragedia?

martedì 25 maggio 2010

Dio non scrive romanzi. Elogio a Ernesto Sabato

di Massimo Rizzante


Ricordo la prima volta che incontrai Ernesto Sabato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974).
Un giorno di settembre di dieci anni fa in una città del sud della Spagna procedevo sbuffando per l’opprimente calura. Ero uscito dall’albergo in anticipo su un appuntamento e gettavo distrattamente lo sguardo sulle bellezze del luogo. Fu così che, seguendo con la coda dell’occhio uno di quei superbi idilli mancati, franai su un vecchio signore. Il mio imbarazzo crebbe quando mi accorsi che portava un paio di occhiali spessi e scuri, e che cercava allungando a tentoni le mani sul marciapiedi il suo bastone.
Era cieco! Immediatamente raccolsi il bastone e glielo porsi.