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mercoledì 4 agosto 2010

Eraldo Affinati: su Massimo Rizzante, non siamo gli ultimi

Eraldo Affinati - 26 novembre 2009  

i percorsi di Griselda   - - - -

su Massimo Rizzante, non siamo gli ultimi

Da dove viene Massimo Rizzante? In quale modo dobbiamo interpretare la sua vitale insofferenza nei confronti del narcisismo estetico e intellettuale dominante?

Difficile dirlo, se non rimescolando le carte di cui dispone, due raccolte di poesia tra le più eccentriche dei nostri tempi (Lettere d'amore e altre rovine e Nessuno), un paio di volumi saggistici molto intensi (L'albero e Non siamo gli ultimi, appena uscito), e alcune traduzioni (tra cui i versi di Sinfonia di novembre e altre poesie, folgoranti, di O. V. de L. Milosz), come se fossero quelle dei tarocchi.

lunedì 2 agosto 2010

Antonio Sparzani, non siamo gli ultimi

  Antonio Sparzani - 28 maggio 2009  


La poesia e lo spirito   - - - -

non siamo gli ultimi di Massimo Rizzante
Si tratta di un libretto di 122 pagine di testo, verrebbe voglia di dire la frase di circostanza “si legge in fretta, d’un fiato” questo saggio di Rizzante, ma invece no, non è affatto vero, non si legge in fretta, io ci ho messo giorni e giorni, certo non a tempo pieno, ma il fatto è che quando ne hai letto un paragrafo, tre o quattro pagine, hai già materiale da rimuginare nella testa, scartabellando in biblioteca e nei tuoi vaghi ricordi per un bel po’.

Ho detto “saggio”, in mancanza di una parola migliore, e non saprei bene che altra parola usare: in tre capitoli, divisi in brevi paragrafi, Rizzante parla di sé e raccontando di sé e delle proprie esperienze di lettura e di frequentazione scrive di letteratura con una vastità di orizzonti davvero non comune. L’autore insegna letteratura comparata all’università di Trento, i suoi studenti compaiono anche in qualche passo del libro, e la sua miglior arte, così l’ho pensata io, è quella di parlare degli autori più diversi con leggerezza e profondità insieme. Non si ha mai l’impressione che si stia menando il tradizionale cane per l’aia, o che si cerchi l’aggettivo migliore per “commentare” la tale o la tal’altra opera. Mi viene in mente il libro di George Steiner Vere presenze, sottotitolo: contro la cultura del commento.Ecco, qui proprio siamo lontani da questa frastornante mania del commento ad ogni costo che iin qualche periodo è sembrata costituire l’essenza della critica letteraria. Lo scopo che raggiunge Rizzante è quello di cogliere nei libri che legge e cita e rilegge quello che gli sembra significativo per il filo del discorso sulla letteratura che sta portando avanti. Sì, perché il discorso portante è quello sulla letteratura, e sul romanzo in particolare. Vi sono autori che percorrono tutto il libro come tanti fili rossi, si direbbe: il primo è certamente Kafka, che occupa finanche la copertina, e subito dopo viene Milan Kundera (1929 – ), di cui Rizzante ha seguito il seminario sul romanzo europeo a Parigi negli anni 1992-97, e poi Danilo Kiš (1935-89, soprattutto questo), Witold Gombrowicz (1904-69, soprattutto questo) e Ernesto Sabato (1911 – ). Rizzante colloca le sue conoscenze, di persone e di opere, in momenti precisi della sua vita, facendole diventare brandelli di brevi ma illuminanti flash.

domenica 1 agosto 2010

gianni celati: Frontiere erranti della letteratura

  Gianni celati - 12 settembre 2009  

Alias del manifesto   - - - -

 Frontiere erranti della letteratura

Fine dell’umanesimo.

 Un filosofo contemporaneo, Peter Sloterdijk, si è chiesto che ne è di tutto quello che l’umanesimo ci ha lasciato in eredità. (Regole del parco umano, in Non siamo ancora stati salvati, Bompiani, 2004). Questa eredità è soprattutto quella dei libri, della lettura, dello studio, come un vaccino contro la ferocia e la barbarie. Sloterdijk considera i grandi testi greci (Omero e Platone innanzi tutto) come lettere inviate ad amici ignoti: lettere che hanno prodotto nell’occidente latino una fioritura di comunità di pensiero, unite dall’amore per i grandi testi e orientate verso l’umanizzazione dell’homo inumanus. Questi aspetti resteranno alla base della forma scritta, dal Convivio di Dante (che è un manifesto per togliere l’uomo dal suo stato ferino) fino alle soglie della nostra epoca.

Ma Sloterdijk si chiede se il vaccino dell’umanesimo abbia ancora un senso. I libri sono entrati in un conflitto con le nuove forme di comunicazione a distanza, e hanno dovuto adeguarsi alla cultura televisiva. Ora i prodotti dello scrivere sono affidati a manager, il cui lavoro consiste nel trattare i libri come neutri oggetti di profitto. Questa è la cultura del presente assoluto, senza memorie d’un passato o d’una tradizione.

Pochi hanno affrontato questa perdita di memoria senza mascherarla con valanghe di citazioni erudite. Massimo Rizzante è tra quelli che hanno più vivamente percepito la perdita d’una memoria e il vuoto che s’è formato al suo posto. E il suo ultimo libro pone questa domanda: dov’è finita l’eredità che ci collegava a Omero? Cos’è successo all’arte dello scrivere, per arrivare a produrre una letteratura composta da nani che non sanno più arrampicarsi sulle spalle dei giganti del passato?