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mercoledì 1 giugno 2011

scuola di calore VII - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie

-

 

ancora due poesie

 della raccolta ancora inedita Scuola di calore





Sybille

Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna
dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare
l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo
impronte di rossetto Rouge Interdit perfino sulle sue natiche

Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi
l’entrata per il circo né che rincorressi il successo travestita
da nana o nazista. Me ne stavo con gli zingari, nelle roulottes,
nelle gabbie, nel tanfo degli animali in cattività: che altro c’è da vedere?

Poi, in città, certo non potevo sperare di sposare un pivello.
Così m’innamorai di un vecchio visionario, un ex pugile di Lione
che camminava come un manzo portato al macello, con cinque
matrimoni alle spalle e sette figli da chiudere all’angolo

Lo vidi la prima volta a un ricevimento in onore di un ricco
mecenate delle arti. Gli scrissi una poesia che lui mi rispedì
con le sue correzioni in rosso. Finalmente qualcuno che con il pathos
si era lavato i coglioni! Seguì un appuntamento in rue Saint-Jacques

Quando qualcuno della corte delle sue adulatrici mi chiedeva
che moglie ero, rispondevo l’ultima. E così è stato. Ai suoi sette figli
si aggiunse Octavius e per trentatré anni restammo insieme. Jean
era un seduttore, e io che conoscevo il tanfo della cattività lasciavo fare

Dopo tre anni passati a lottare contro un carcinoma,
sono morta. Jean, quando mi asportarono il primo seno, se ne andò
di casa. Non poteva scopare senza addentarmi i capezzoli.
Spero di rivederlo, ma non subito: ho bisogno di un po’ di riposo…

Maria

Ci sono rumori che non sono mai esistiti:
la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,
una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite
che non hanno mai meritato di essere vissute.

Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.
E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto
nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando
a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica

«Siete vive?». A un filo di tungsteno giunto
a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla
della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero
del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo

La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.
Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,
il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon
dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra

In città c’era un corteo di donne incinta
che per proteggere il feto dai cecchini
camminavano all’indietro come granchi dal carapace
gonfio di microscopici detriti

Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere le connessioni
dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka non abbiamo
compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,
le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžic'






nazione indiana   ---- - - (la numerazione non corrisponde)-
©

domenica 1 maggio 2011

Per Ernesto Sabato (1911-2011)

  Massimo Rizzante -

30 aprile 2011

Per Ernesto Sabato (1911-2011)

di Massimo Rizzante
Oggi 30 aprile è’ morto Ernesto Sabato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974) e di saggi come Lo scrittore e i suoi fantasmi, Prima della fine, Resistenza. In realtà gli editori italiani avrebbero dovuto fare di più e meglio per il maestro argentino. Ma mai come in questo caso sono rimasti sordi ai miei richiami. Non che la mia voce abbia per loro un qualche peso, ma questi mirabili capi d’azienda, la cui presunzione spesso supera quella dei loro editor, la quale a sua volta supera quella dei loro scrittori, dovrebbero qualche volta alzare il naso al di là dei nostri confini e del nostro presente.
In forma di omaggio riprendo qui una piccola parte del saggio dedicato a E.S. presente nel mio Non siamo gli ultimi.
Leggendo Sabato mi sono detto: scrive come se dovesse essere letto fra diecimila anni! Un’altra idea, subito dopo, mi è balenata nella mente: Sabato è uno degli ultimi umanisti, un umanista in lotta contro la crisi dell’uomo concreto e universale.
Nel saggio intitolato El desconocido de Vinci c’è questo passaggio:
Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.
Quest’ultima frase è giustamente famosa perché è il vero emblema di tutta l’opera di Sabato, dei romanzi e dei saggi, della sua parte notturna come di quella diurna, un emblema che è un lungo elogio all’imperfezione dell’uomo. Sia che scriva su Leonardo da Vinci, Borges, i problemi dell’educazione dei nostri tempi o che inventi personaggi come Castel, Alejandra, Martín, Sabato non perde mai di vista quell’essere «ansiosamente duale» che egli, come qualsiasi altro uomo, é. Sabato sa bene che la vera patria dell’uomo è quella «regione chiamata anima», in cui si mescolano senza soluzione di continuità «le idee» e «il sangue». Ma egli sa anche che l’uomo ha abbandonato progressivamente questa regione intermedia e che grazie alla sua ansia di perfezionamento ha razionalizzato a tal punto il mondo da renderlo disumano.
Tuttavia il pensiero di Ernesto Sabato non è né tragico né nichilistico. Proprio in virtù del nostro status ontologico di esseri finiti, di esseri carnali e spirituali, possiamo costruire ponti sopra gli abissi delle nostre coscienze, partecipando così agli eventi del passato e del presente. Possiamo sempre aprire una finestra sulla nostra solitudine, sugli altri, su quelli che ci hanno preceduto nel tempo come su quelli che non appartengono alla nostra geografia. Per il fatto che è nutrita da una riflessione ontologica sull’uomo, l’opera di Sabato è refrattaria a ogni «astratta complessità», a ogni bizantinismo.
Sabato demistifica il gigantesco paradosso secondo il quale un movimento chiamato Umanesimo ha prodotto, alla fine, una totale disumanizzazione delle forme e, al contempo, cerca di preservare a qualsiasi costo l’insondabile capacità onirica dell’uomo, la sua cecità produttiva. Egli demistifica il mondo della tecnica e cerca di proteggere e difendere l’individuo, essere concreto e confuso, sospeso tra l’ansia di perfezione e i suoi istinti.
Per questo Sabato è uno degli ultimi umanisti: perché demistifica la realtà senza demitificarla.
Demistificare senza demitificare la realtà significa restare fedele all’imperfezione ontologica della condizione umana.
Ma come può l’uomo oggi raggiungere attraverso la sua parte intelligibile e le sue passioni, in un modo insieme intelligibile e appassionato, la propria imperfezione? La risposta dell’autore è di quelle senza appello: attraverso l’arte, e in particolare l’arte del romanzo.
Tradire è volgere lo sguardo verso un punto ignoto, che ci attira proprio perché ignoto. Così Sabato, dopo aver attraversato con devozione assoluta la cittadella delle scienze matematiche e fisiche, ha abbandonato le sue aspirazioni alla purezza, alla chiarezza e all’ordine geometrico, approdando su un altro territorio, incerto e pericoloso: quello dove le congetture non precedono mai le azioni e in cui le azioni, molto spesso, non sono frutto di congetture: il territorio del romanzo.
Per Sabato, questa regione intermedia in cui si mescolano senza soluzione di continuità «le idee» e «il sangue», questa «regione chiamata anima», ontologicamente ambigua, impura e propria dell’individuo finito, concreto e confuso, coincide con il territorio esplorato dal romanzo. Coincide, non confina. Per questo Sabato può dire che «il romanzo è la patria dell’uomo». Il romanzo, infatti, è il luogo in cui l’uomo, in esilio sulla Terra e lontano dagli dei, diventa amico dell’uomo, e impara a essere fedele alla sua imperfetta condizione.

Nazione indiana   ---- - - -
© Massimo Rizzante -

domenica 13 marzo 2011

Per Kenzaburo Oe ( da tradurre poesia di massimo rizzante)

Per Kenzaburo Oe                

di Massimo Rizzante - marzo 2011

Negli Anni della nostalgia, come in quasi tutti i suoi romanzi, Kenzaburo Oe, ritorna nell’isola di Shikoku, nel villaggio in mezzo alla foresta dove, nel 1935, è nato. Qui Kei, il protagonista, sperimenta l’«eterno tempo del sogno» in cui tutto ritorna. La nonna – e poi la madre – ha trasmesso al piccolo Kei le leggende degli antenati, fondate sul mito della rigenerazione degli uomini. Ciò che le unisce è un brevissimo racconto:
All’età di quattro anni, già mi intristivo al pensiero di aver consumato quattro anni della mia esistenza. Mia nonna, con voce tranquilla e melodiosa, mi diceva per incoraggiarmi: “Non devi preoccuparti, in questa valle, anche se gli uomini muoiono, il loro spirito ritorna nella foresta danzando nell’aria e poi si ferma ai piedi di un albero. Quindi anche tu, dopo la morte, aspetterai sotto il tuo albero e un giorno rinascerai in questo mondo”.
Concepire il tempo come «un cielo sotto il quale coesistono tutti i climi» e la sensazione complementare di essere «in un circolo infinito» hanno in Kei un’origine remota: lo spirito di un morto che dopo aver danzato nell’aria si posa ai piedi del suo albero in attesa di rinascere.
Nel prologo a un altro suo romanzo, M/T e il racconto delle meraviglie della foresta, il narratore, nel momento in cui traccia le due lettere dell’alfabeto che danno il titolo al romanzo e che rappresentano misteriosamente i due fondatori del villaggio nella foresta, afferma:
Per pensare la vita di un uomo è necessario disegnare una linea che non si accontenta di avere inizio dalla sua nascita, ma che risale nel tempo e che non si ferma neppure nel giorno della sua morte, ma si estende molto più in là. La venuta di un uomo al mondo non dovrebbe ridursi alla sua nascita e alla sua morte. Egli nasce nella grande ombra del cerchio delle persone che lo inglobano, e anche dopo la sua morte, ci dovrebbe essere qualcosa che sopravvive.
Nel villaggio dell’isola di Shikoku «l’eterno tempo del sogno» delle leggende e dei miti si mescola alla Storia, tanto che nella memoria del narratore di M/T le vite individuali dei personaggi fondatori del villaggio si confondono, sebbene essi siano vissuti in epoche diverse. Così, negli Anni della nostalgia, la «linea» individuale di Kei si estende ed è inglobata nella «grande ombra del cerchio» di tutti coloro che, non importa in quale epoca, hanno atteso di rinascere ai piedi del loro albero.
M. R.
OE KENZABURO
Io non posso rivivere, ma noi potremo rivivere
1
Vinto il trauma della nascita,
l’esserino serra ostinatamente
gli occhi ancora incapaci di vedere.
Poi piange,
sentendo avvicinarsi il volto di chi
riconosce in lui la propria immagine...
Sono forse io, vecchio di nuovo in fasce
a emettere quegli urli?
I tempi che dovrà attraversare questo bambino
supereranno in sofferenze i miei settant’anni.
Benché non possa pormi domande,
non cessa di brancolare nel buio, divaricando
le sue dita minuscole e delicate.
2
Una delle leggende della foresta dello Shikoku
si chiama «Il nostro albero». La leggenda racconta
che ogni persona che vive e muore nella valle
possiede un suo albero.
Quando qualcuno muore la sua anima se ne vola in cielo
per posarsi ai piedi di un albero.
Poi, trascorso un certo tempo,
discende a valle
per entrare nel cuore di un nascituro,
ai piedi del suo albero.
Se un bambino lo desidera con tutte le sue forze,
può (a volte) vedere da vicino
il vecchio che un giorno diventerà.
3
Fino ai miei dieci anni,
il Giappone era in guerra.
Bambini, cantavamo:
«Al tuo fianco, Grande Principe,
moriremo senza rimpianti»
Il giorno in cui il Grande Principe
con voce umana annunciò
che la guerra era perduta,
il sindaco del nostro villaggio,
in piedi davanti alla stazione radio, esclamò:
«Noi non potremo rivivere!»
Sotto un cielo azzurro senza nuvole,
la sola eco alle sue parole fu un grande silenzio.
Quando ci s’inoltra nella foresta, attraversata la zona
dei cedri e dei cipressi,
si scorgono alcuni alberi dalle ampie foglie che formano una lucida fustaia.
Qui si erge un gruppo di abeti.
Sono i «nostri alberi», gli alberi della mia famiglia.
Ho atteso ai piedi di un giovane albero.
Desideravo chiedere
al vecchio che sarei diventato:
«Potrò rivivere?»
Ma quando al tramonto sentii dei passi nel sottobosco,
corsi impaurito verso una scarpata di sorbi.
Saltando qua e là, scivolai e caddi.
Spogliando il mio corpo coperto di ferite
per ungerlo con un olio di radici che aveva raccolto,
mia madre brontolò arrabbiata:
«Come si fa a dire a dei bambini
“Noi non potremo rivivere?”»
E aggiunse queste parole, che per me sarebbero rimaste
a lungo un mistero:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».
4
Un amico, che combatteva una difficile lotta contro la leucemia,
e che condivideva allo stesso tempo l’incertezza
del suo popolo senza patria,
scelse come argomento di riflessione finale
lo stile di vita e d’espressione che certi artisti adottano di fronte alla morte.
Quegli artisti che non raggiungono mai una serena maturità,
che rifiutano la tradizione, che non si conciliano con la società,
che si ergono solitari nel loro rifiuto,
alcuni dei quali pervengono a un’originalità senza pari...
Nel suo ultimo fax, inviatomi da una stanza
d’ospedale di New York, scriveva:
«Non temere le contraddizioni che tormentano l’anima della vecchiaia,
esamina bene le difficoltà e, anche se le tue gambe vacillano,
tendi le braccia al di là».
Oggi che erro nel vicolo cieco degli anni,
sono perfettamente consapevole della mia scontrosa solitudine:
il sentimento del rifiuto mi è fin troppo famigliare.
Che io dica no alle macchine di distruzione planetaria
accumulatesi nel corso del mio secolo, non ha niente di straordinario.
Ma oggi dubito perfino dei molti tentativi
che si fanno per smantellarle.
Mi rannicchio sul pavimento che trema, domandandomi:
«Che valore hanno tutte queste opere, frutto della mia semplice immaginazione?»
Il vecchio che avevo atteso quel giorno
ai piedi del «mio albero»,
oggi sono io, ma non ho ancora trovato
le parole per rispondere alla domanda di quel ragazzo...
5
Un anno dopo la sua nascita, non ritrovo più in mio nipote
alcun riflesso della mia vecchiaia
che credevo di avervi intravisto.
La pelle liscia e lucente, mi guarda.
Ed io, errando nel vicolo cieco degli anni,
mi rannicchio al suo fianco.
Nel suo libro incompiuto il mio amico scriveva:
«La vecchiaia non si può né spezzare né vincere,
si può soltanto percorrere fino in fondo».
Se vado in fondo al mio sentimento di rifiuto,
la mano tesa verso il cielo, le gambe vacillanti,
finirò per cogliere
qualcosa?
Rinsaldare il proprio sentimento di rifiuto
significa non cedere né alla facile speranza né alla disperazione...
Questo esserino innocente di appena un anno per il quale tutto è nuovo
continua
ostinatamente
davanti ai miei occhi
a brancolare.
6
Per la prima volta, in fondo a me stesso,
le parole di mia madre
hanno perduto il loro mistero.
Un vecchio desidera rispondere a tutti i piccoli esseri:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».
© Oe Kenzaburo
(traduzione di Massimo Rizzante e Mokichi Ohiro)
Nota
La traduzione del testo poetico di Kenzaburo Oe (con l’originale giapponese) è apparsa nell’ultimo numero della rivista Il primo amore, Effigie edizioni.

AbsoluteVille   ---- - - -
 

domenica 2 gennaio 2011

Dialogo con José Saramago

  di Massimo rizzante 


Dialogo con José Saramago


Questo dialogo (che in realtà sono tre dialoghi avvenuti tra il 1994 e il 2004 in tre città diverse) è tratto da un'opera di dialoghi e ricordi intitolata "Avanzando verso il passato" di prossima pubblicazione. (Massimo Rizzante)


MR - Una domanda sulla sua vocazione romanzesca. La sua carriera letteraria iniziò nel 1947 con la pubblicazione di Terra do pecado. Il suo secondo romanzo, Manuale di pittura e calligrafia, uscì trent’anni dopo, nel 1976. Come mai un così lungo silenzio?

       JS - Cominciamo dalla vocazione romanzesca. Siamo nel 1947. Un ragazzo privo di studi universitari, educatosi nelle biblioteche pubbliche, scrive un romanzo. Trova miracolosamente un editore che gli consiglia di cambiare il titolo iniziale, A Viúva, ritenuto poco “commerciale”, con Terra do pecado. Il giovane scrittore, eccitato dalla prospettiva di vedere il suo libro pubblicato, accetta. Il romanzo ha il successo che merita, cioè nessuno. Il giovane scrittore allora si rimette al lavoro e scrive un altro romanzo, Clarabóia, a tutt’oggi inedito. Poi, vent’anni di silenzio, fino alla pubblicazione, nel 1966, di un libro di poesie, Le poesie possibili. Ecco la mia preistoria come scrittore. Credo sia perciò azzardato parlare di «vocazione romanzesca», tanto più che il mio primo libro di poesie osava proporsi appena come «possibile». Dovevano trascorrere ancora undici anni prima che l’autore, già molto meno giovane, trovasse la forza di confrontarsi per davvero con il romanzo. Perché un così lungo silenzio? Dopo aver scritto Clarabóia, compresi di non avere più niente d’interessante da dire. Le ragioni estetiche del successivo rifiuto del mio primo romanzo? Non si tratta di ragioni estetiche, ma semplicemente del fatto che Terra do pecado era stato scritto da un’altra persona, una sorta d’altro io fossilizzato nel tempo. Se alla fine ritornai al romanzo, fu grazie alla poesia che andavo scrivendo: riflessiva, concettuale, a volte descrittiva.

      
MR - Il protagonista di Manuale di pittura e calligrafia abbandona – per poi farvi ritorno – la pittura e si dedica anima e corpo alla letteratura come altra forma di conoscenza. Pensa che il romanzo sia una forma d’arte e di conoscenza autonoma rispetto a tutte le altre?

domenica 5 dicembre 2010

scuola di calore VI - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


altre due poesie della raccolta ancora inedita
  Scuola di calore











          Sorella, amante

         a Ornela

        
Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,
         in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo
         dove aquile ammaestrate spiccavano il volo
         quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.

         All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.
         Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo
         era per il partito più che un delitto una tara:
         ah gocce di sperma lucenti come canini!

         Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –
         ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino
         al girone dei traditori della patria, da dove non sono
         più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.

         Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava
         lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,
         il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:
         corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.

         Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi
         e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,
         i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,
         il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti

         Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata
         del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.
         C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:
         ah corpi non più vergini, sale d’attesa!



       

           Fog, magla

         a Dubravka

        
Quando ero jugoslava leggevo i russi,
         Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.
         L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:
         “Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”

         Poi venne il collasso comunista,
         la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:
         sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.
         Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana

         Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,
         il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,
         mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo
         dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato

         Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,
         facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato
         il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.
         Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa

         I mean, alla frontiera. Rinascere non conta
         e dato che dal dolore ci salva non la morte
         ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel
         con in mano un passaporto di Olandese volante

         Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata
         che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so
         dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico
         è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra



"Ornela Vorpsi e Dubravka Ugresic sono le mie scrittrici preferite"
[Massimo Rizzante]


da nazione indiana   - - - -
© Massimo Rizzante

venerdì 26 novembre 2010

Hermann Broch, I sonnambuli

  prefazione di  Milan Kundera-




Hermann Broch, I sonnambuli, 2010, 
a cura di M. Rizzante, 
prefazione di M. Kundera, 
postfazione di C. Fuentes, pp. 720, 
Isbn 9788857501659, prezzo dei tre volumi indivisibili Euro 35,00



la prefazione di Milan kundera:


IL PRAGMATISMO È LO SPETTRO CHE SI AGGIRA PER L’EUROPA


Broch ha compreso che vi è una necessità sotterranea che orienta la Storia, sebbene quest’ultima, a causa degli esiti imprevedibili e inevitabili della vita politica, può realizzare questa necessità in un grande numero di varianti. A Broch perciò non interessa una storia reale, che (per caso) ha avuto luogo. Egli non desidera scrivere un “romanzo storico”. Ciò che lo affascina è la forza sotterranea, invisibile, che plasma le persone e i loro pensieri. Ecco il senso del titolo, I sonnambuli: tutti i personaggi di Broch sono ipnotizzati da forze sotterranee e agiscono (come sonnambuli) senza poter spiegare razionalmente perché fanno ciò che fanno, perché dicono ciò che dicono.

venerdì 12 novembre 2010

scuola di calore V - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


  ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore




Ora che non ci sei più

                                                a Carmen

Ora che non ci sei più, il tribunale militare
che accusava la mia adolescenza anarchica
ha smesso di condannarmi in contumacia. Con gli anni
sono diventata repubblicana: la nostra guerra civile è l’età adulta

Madrid è stato l’ultimo avamposto. Melilla,
da dove si è alzato il vento. Ma ricordo soprattutto
un vicerè del Messico, un uomo corrotto fino al midollo
ma giusto, un mulatto, figlio di un’africana e di un castizo

Ricordo il tuo disprezzo per la mia mancanza di purezza.
Nel mio sangue, dicevi, circolava la follia della nonna
che a Huesca tramava con i torturati perché il loro corpo
non si trasformasse in pasto per maiali

Ricordo Andrés Nin, ferito alla gola come il buon George,
come lui lungimirante ma molto meno fortunato. Il suo omaggio
alla Catalogna fu un sacchetto con dentro un paio di testicoli mozzati.]
I comunisti della NKVD serbano rancore solo ai morti, dicevi

Ora i tuoi resti sono qui. Alla luce. Ma in questo paese di sentinelle
i crimini non possono rimanere impuniti. Il presente è più sacro
del perdono. Perciò si girano spot miliardari: Pépe Cruz, di ritorno da Calcutta,]
scava nelle crepe della Meseta alla ricerca di qualche teschio

Io che sono una tua vittima, conosco l’odio delle tue mani
la rosa degli abusi, le chiavi della tua cella. E la paura – figlia
di una cagna africana e di un castizo – che incutevi a te stesso,
ai tuoi inferiori, a tutti noi, che siamo stati riesumati per nulla



La guerre des poissons

                                                a Imane

Sulla strada per Ourika siamo come uccelli notturni
che si strappano le ali a vicenda, fino a quando
il becco affonda in un organo cieco per molti,
soprattutto per coloro che sono stati ciechi a lungo

Così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni
dobbiamo trasformarci in talpe, e scavare cunicoli nel tempo
e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire
in superficie. E questo per un giorno. O per sempre

O in cani che girano su se stessi un numero di volte
pari ai loro anni moltiplicato per le cagne in calore che hanno
posseduto e che ora ubriachi cercano di ricordare,
prima di trovare una posizione in cui dormire

O in mariti puntuali che, all’ultima chiamata, zoppicando
si avvicinano al letto e posano la loro mano azzurrina
sull’inguine di una sposa sottomessa. “Per questo esisti:
per correggere all’infinito i miei errori”.

Per questo esiste un incubo chiamato Ourika, dove con i piedi
nell’acqua gelata risalgo da sola il torrente, lasciandomi alle spalle
accampamenti di cicogne, passerelle per scheletri che scendono
dall’Atlante, muri di terra rossa, bambini annegati

E un branco di pesci in guerra per alcune briciole di pane
lanciate in una vasca da una coppia di innamorati
dall’occhio feroce di bambini annegati,
che non smettono di chiedere, di chiedere, di chiedere…

La dimora del tempo sospeso   - - - -


La raccolta dovrebbe essere pubblicata entro la fine dell'anno
 

giovedì 21 ottobre 2010

Per Nikos Kachtitsis (da tradurre poesia di Massimo Rizzante)

  Massimo Rizzante


  12 ottobre 2010

da
Punto vulnerabile
Quattordici poesie della giovinezza

Vulnerable Point
Fourteen Poems of Youth

traduzione di Massimo Rizzante

 Per  Nikos Kachtitsis

I did not want eternity,
I only begged for time

Non ho desiderato l’eternità,
ho solo chiesto tempo

Demetrios Capetanakis

mercoledì 6 ottobre 2010

scuola di calore III - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 



“il ciclo di Marrakech”: ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore
(la seconda serie è qui ) 



grande grandissima poesia!!!!!!!!!! 






Hashish ed eunuchi

a Warda

Durante l’occupazione, conoscevo tutti i governanti francesi.
Non che scopare con i loro lacché mi sia servito a molto.
O meglio, sono sopravvissuta. Per miracolo, come una stella surriscaldata
allo zenit, o un virus: esplosioni veneree, diarree lattee

Fedeltà, onore: piatti arcipelaghi abbandonati su cui da mezzo
secolo si abbattono uragani dal nome di donna. Da quando
il generale McArthur, sul ponte della Elizabeth, in preda a una crisi di vomito,
intuì che la causa della guerra era sempre la stessa: Elena

Ora tutto questo, a parte il gioco degli scacchi dove la regina
muove e divora in ogni direzione, va sotto il nome di discriminazione
sessuale. Come negare, ad esempio, che l’hashish più puro – Sputnik,
Zero-zero, chocolate – sia prodotto dalle ghiandole femminili della resina?

Poi, però, se tra rottami e cellofán giungi in auto nella valle del Rif,
un agosto segnato da una crocetta tatuata sul braccio destro del tuo giovane
amico Youssouf, ti rendi conto che il Cinquantasei è dietro
l’angolo, un po’ come l’impero dei Saadi e la presa di Fèz

Certe volte penso che la condizione degli eunuchi in Cina
sia, alla vecchia ascetica che sono diventata, la sola consolazione.
Prendevano i migliori, i più dotati, i più sensibili, i più poveri.
Così milioni di bambini evirati con in mano il loro scroto rugoso

Mi guardano dai bordi della strada per Chefchaouen, mentre
colonne di estasi e fumo si alzano dai loro corpi mutilati. “Rien que chasteté!
Rien que chasteté!”, sbraitano rincorrendo l’auto da cui due dirham,
come minuscole teste d’imperatore, rotolano sull’asfalto

* *      *     *    *

Puttane e molluschi

a Nora

Un po’ di carbonato di calcio, qualche pigmento
ed ecco il mio guscio di mollusco lontano dal mare
nel deserto dell’Atlante, allo stesso tempo autobiografia e arte,che rivela quanto
tempo ho vissuto, se in profondità o in superficie

Uno sconosciuto, un sonnambulo mi ha raccolto
nel mare di Essaouira. Prima di immergersi, la bruma
gli aveva invaso le orbite. Ma la vista conta poco in certi
ambienti, tra estroflessioni di bocche-proboscidi e prede-satellite     

Io allora ero molto snella, dotata di spine, il mantello corrugato.
Poco evoluta. A forma di cono, direi. Sapevo difendermi. Ricordo
che ero in grado di emettere una tossina paralizzante di cui ancor oggi
non esiste un antidoto. Ero una graziosa puttana assassina

Mietere vite altrui, con gli anni, dà al tuo carapace la forma
di un cuore. Non è affatto paradossale. Le mie vittime, per quanto
si adoperassero a penetrarmi con le loro sporgenze appuntite,
grosse protuberanze o cannucce simbiotiche, non mi davano nutrimento

Riuscivano soltanto a solleticare le mie valve, il mio amore
per il fango, per il ricatto, per il sopruso che viene dai suburbi
più abissali. Succhiavo il loro plancton erotico. Così diventavano come me,
conchiglie, ma vuote, che si cementavano sul mio guscio di collezionista

Come sia finita in questo deserto, così lontano dai miei fondali,
arpionata dalle dita di un erede di Palinuro, è, credo, semplice da capire.
Io appartengo alla famiglia delle portatrici di stranieri, xenophora
“Mai sentirsi a casa propria”. Ecco la mia autobiografia e l’opera

 © Masimo Rizzante