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lunedì 1 novembre 2010

ernesto Sabato - profilo di raul schenardi

Raul Schenardi

Ernesto Sabato
2001- profilo


Fa ben sperare il ritorno in libreria di Il tunnel, dello scrittore argentino Ernesto Sabato, dopo la tempestiva traduzione l’anno scorso del libro di memorie Prima della fine: racconti di un secolo, entrambi pubblicati da Einaudi [2001 e 2000]. Chissà che non ricompaiano finalmente in libreria anche gli altri due volumi della trilogia narrativa e magari, con ritardo incolmabile, qualche raccolta dei saggi.

Sabato non è una delle grandi passioni della nostra editoria. Benché appartenga a pieno titolo, se non altro per motivi generazionali, al gruppo di scrittori del cosiddetto “boom” della narrativa latinoamericana di fine anni ‘60, il suo background filosofico-culturale esistenzialista era un po’ imbarazzante per l’establishment editoriale. E rischiava di appesantire quella mongolfiera che invece, secondo i calcoli del marketing, doveva librarsi in volo e stare su un bel po’ di anni – com’è avvenuto –, diffondendo un’immagine esotica della letteratura del continente confezionata appositamente per i lettori europei  (la storia del “boom” è rievocata nello straordinario e preziosissimo Viaggio letterario in America Latina di Francesco Varanini, Marsilio). Sabato era ancora troppo “europeo”, almeno in quegli anni, per essere credibile come “latinoamericano d’esportazione”. E così nessuno dei suoi brillanti saggi – fra gli altri, Uno y el universo, Hombres y engranajes, El escritor y sus fantasmas, Heterodoxia, usciti fra il 1945 e il 1963 – ha mai trovato udienza presso i nostri editori. Del resto, non si sono nemmeno accapigliati per aggiudicarsi i suoi romanzi, come dimostra la lentissima migrazione da Feltrinelli a Einaudi, passando per gli Editori Riuniti e Rizzoli, che nel 1977 ha pubblicato L’angelo dell’abisso (Abaddón, el exterminador), da tempo  introvabile. Sabato nel 1990 ne ha dato alle stampe una nuova versione, con significative revisioni, subito tradotta in varie lingue: qui non se ne sono nemmeno accorti. Sopra eroi e tombe, nell’edizione fantasma degli Editori Riuniti, si trova solo in qualche bibliografia, ma non sugli scaffali delle librerie o delle biblioteche.

domenica 24 ottobre 2010

Enrique Vila-Matas raccontato da Raul Schenardi

  Raul Schenardi

Enrique Vila-Matas




  Il mal di montano    

trad. di Natalia Cancellieri    
Ed. feltrinelli    




 “Sento l’orgoglio del vampiro. Per esempio, per anni ho agito in letteratura come un perfetto parassita. In seguito ho cominciato a liberarmi di quell’attrazione per il sangue delle opere altrui e addirittura, con la collaborazione di queste, ad appropriarmi di un’opera inconfondibilmente mia: discreta, di culto, mezza segreta, forse eccentrica, ma che mi appartiene ed è ormai ben lontana dall’omologato esercito dell’identico.”

Così Enrique Vila-Matas nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia (Il mal di Montano, tr. di Natalia Cancellieri, Feltrinelli 2005). Già Borges, a proposito dei testi raccolti nella sua Storia universale dell’infamia, aveva scritto nella prefazione del 1954:
“Sono il gioco irresponsabile di un timido che non ebbe il coraggio di scrivere racconti e che si divertì a falsificare (talvolta senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui”.
E Vila-Matas, appoggiandosi al Maestro (“mi sono sentito ancora più in pace nel constatare, per esempio, che Borges era stato un caso assai creativo e astuto di parassitismo letterario”), e a Walter Benjamin ( “diceva che nel nostro tempo l’unica opera realmente dotata di senso – anche di un senso critico – dovrebbe essere un collage di citazioni, frammenti, echi di altre opere” ), dopo averci confessato di essere stato un parassita e di averne sofferto, finisce per rivendicare la legittimità e la produttività del procedimento.

giovedì 21 ottobre 2010

intervista a Cesar Aira di Raul Schenardi

  Raul Schenardi -

intervista a Cesar Aira
di Raul Schenardi - 2007



Bisogna risalire al 1991 per trovare il primo romanzo di César Aira pubblicato in Italia (Ema la prigioniera, tr. di Angelo Morino per Bollati Boringhieri). E si è dovuto attendere un bel po’ prima che la nostra editoria si interessasse nuovamente a questo scrittore che tutti si affrettano a definire “eccentrico” laddove, a ben vedere, è eccentrico soprattutto rispetto alla collocazione nel mercato editoriale. Non conosco invece altri autori che si installino oggi con tanta determinazione e consapevolezza al centro stesso dei meccanismi costitutivi della letteratura, e che affrontino con altrettanta radicalità le sfide che attendono chi intenda praticare una “nuova scrittura”, come recita il titolo di un suo pregnante intervento teorico.

Ora, con la pubblicazione di Come diventai monaca, e prima ancora di Il mago (entrambi per Feltrinelli), i lettori italiani possono finalmente cominciare a fare la conoscenza di questo scrittore argentino, classe 1949, che ha al suo attivo più di cinquanta romanzi (molti dei quali brevi, soprattutto in anni più recenti), oltre a svariati saggi e a un monumentale Diccionario de autores latinoamericanos, e che gode ormai di ampia fama a livello internazionale. Questa la buona notizia. Quella cattiva: ora che non si dedica più alle traduzioni, Aira pubblica 3-4 romanzi nuovi ogni anno, perciò, come ogni buon iceberg che si rispetti, la sua opera continuerà a restare per noi in gran parte sommersa. Le cose, del resto, vanno appena meglio per chi legge lo spagnolo, dato che molti suoi romanzi sono usciti per case editrici effimere, dai nomi pittoreschi e dalle tirature succinte, e questo, si badi bene, non solo quando era pressoché sconosciuto, ma anche dopo che era stato “scoperto” e lanciato da grossi editori. Sovrana indifferenza (o disprezzo) per le regole e le consuetudini del mercato editoriale? Perfida strategia per invadere tutti gli spazi possibili? 

venerdì 15 ottobre 2010

l'uomo arma

Raul Schenardi 

-

Horacio Castellanos Moya
L’uomo arma
traduzione e nota finale di Nicoletta Santoni
La Nuova Frontiera, pp. 102, euro 14


“Nel plotone mi chiamavano Robocop. Ho fatto parte del battaglione Acahuapa, delle truppe di assalto, ma quando la guerra è finita, mi hanno smobilitato. E sono rimasto senza niente: i miei unici averi erano due fucili AK-47, un M-16, una dozzina di caricatori, 8 granate a frammentazione, la mia pistola nove millimetri e, d’indennizzo, un assegno equivalente a tre mesi di salario.”

L’uomo arma è scritto in prima persona con un linguaggio secco, aspro e privo di connotazioni emotive, impassibile e cinico come il protagonista. Lo scenario è il San Salvador, mai nominato, ma potremmo trovarci in Honduras, Nicaragua, Guatemala, e gli anni sono quelli delle guerre civili e delle violenze che hanno imperversato in quei paesi. 

Questo l’incipit del monologo di Juan Alberto García, detto Robocop (come il cyborg del film di Verhoeven), 1,90 d’altezza, 120 libbre. Non è facile per lui accettare la “democratizzazione”, riciclarsi come “civile”: sa soltanto combattere e uccidere. Così, ruba una Golf e rapina una villa ammazzando una coppia di vecchietti. È l’inaugurazione di una carriera criminale costellata di tradimenti: prima va a letto con la moglie del cugino, poi con una puttana che non esiterà a uccidere temendo una spiata; entra in un gruppo paramilitare al servizio dei narcotrafficanti, ma è pronto a vuotare il sacco per arruolarsi nella lotta antidroga...

Horacio Castellanos Moya, salvadoregno, ne sa qualcosa, essendo costretto a vivere all’estero dopo le minacce di morte ricevute in patria. Con cinque romanzi e due raccolte di racconti, tutti di grande livello, ha saputo creare un mondo proprio cambiando continuamente registro silistico e si è imposto come uno degli autori più importanti e originali del Centroamerica, erede dei maestri del “realismo sucio” Arlt e Onetti. Di lui Roberto Bolaño ha detto: 
“Castellanos Moya è un malinconico e scrive come se vivesse nel cratere di qualcuno dei tanti vulcani del suo paese. Questa frase sa di realismo magico. Eppure non c’è niente di magico nei suoi libri, salvo forse la sua forza stilistica”.


Pulp libri   
©   Raul Schenardi

 intervista a Horacio  Castellanos  Moya
 

martedì 12 ottobre 2010

il Mandala di julio Cortázar

   Raul Schenardi   


 Julio Cortázar
profilo di Raul Schenardi

“La verità, la triste o gioiosa verità, è che mi piacciono sempre meno i romanzi, la narrativa come si pratica di questi tempi. Quello che sto scrivendo adesso (se un giorno o l’altro lo finirò) sarà qualcosa come un anti-romanzo.”

Così Julio Cortázar in una lettera a un amico. Il libro, Rayuela, sarebbe uscito tre anni dopo, nel 1962 (Il gioco del mondo nella traduzione italiana di Flaviarosa Nicoletti Rossini del 1969). Sulla copertina, disegnata dall’autore, l’illustrazione del gioco infantile cui allude il titolo: un rettangolo tracciato per terra e diviso in sei caselle che bisogna occupare, saltellando su una gamba dopo avervi gettato un sasso, per raggiungere il traguardo del Cielo. (Rivelatore il titolo primitivo che Cortázar poi cambiò, giudicandolo “un po’ pedante”: Mandala.) Subito baciato dal successo e tradotto in varie lingue, entrò di prepotenza nel ristretto numero di opere – Cent’anni di solitudine in testa – che a partire dalla fine degli anni Sessanta hanno forgiato l’idea che ci si è fatti in Europa della letteratura latinoamericana, a controbilanciare l’impressione che tutto quanto proveniva di lì fosse sotto il segno del barocco e del realismo magico.

Soprattutto era una conferma, quasi un inveramento, di posizioni che si affacciavano allora nel panorama critico internazionale: proprio nel 1962 uscivano Opera aperta di Eco e l’edizione italiana di un testo del ‘57 dal titolo altrettanto battagliero, La hora del lector, di Castellet, entrambi imperniati sull’importanza del ruolo del lettore nella genesi dell’opera letteraria. Erano in fondo le medesime preoccupazioni di Cortázar, espresse con chiarezza in uno dei frammenti metanarrativi più pregnanti di Rayuela:

domenica 3 ottobre 2010

intervista a Carlos Fuentes di Raul Schenardi

  Raul Schenardi


intervista a Carlos Fuentes

Forse il Nobel non glielo daranno mai, hanno sempre la scusa (contemplata nello statuto) che quei soldi non gli servirebbero, ma di tutti gli altri premi internazionali ha fatto incetta. I suoi numerosi romanzi, tra i più letti e incensati nel mondo ispanico, sono stati tradotti in tutto il mondo (in italiano si possono leggere La morte di Artemio Cruz, Aura, Le relazioni lontane, Gli anni con Laura Díaz, Il gringo vecchio, Orchidee al chiaro di luna), così come molti saggi (Geografia del romanzo e Tutti i soli del Messico), e gli studi dedicati alla sua opera costituiscono già una bibliografia impressionante. Carlos Fuentes, classe 1928, messicano, è uno dei nomi cruciali del cosiddetto “boom” della letteratura latinoamericana, oltre che uno straordinario “ambasciatore” culturale del suo paese e del subcontinente americano. Quanti volumi ci vorrebbero per raccogliere le interviste che ha rilasciato nella sua vita? Le probabilità che ho di non annoiarlo rivolgendogli domande inaudite devono essere bassissime... Oltre tutto, è reduce da un’applauditissima conferenza all’Università Cattolica di Milano e da una sfilza di colloqui e interviste. Decido di rompere il ghiaccio portandogli i saluti dello scrittore argentino César Aira, e vedo il suo viso illuminarsi – malgrado quell’impertinente, in un romanzo, abbia tentato niente meno che di clonarlo, convinto che “con 100 Carlos Fuentes si potrebbe prendere il potere mondiale” –, e scopro che non è affatto difficile come immaginavo entrare in sintonia con un monumento letterario, così parto con le domande.

sabato 2 ottobre 2010

Il segreto di Rivera Cristina Garza

  Francesca Lazzarato

settembre 2010
Un libro di Cristina Rivera Garza


 Il segreto di
Rivera Cristina Garza
Tarduzione di Raul Schenardi
Voland Editore
settembre 2010
  




 Manoscritti rubati nel segno della follia
«L'osso iliaco, uno dei tre che formano la cintura pelvica. Un osso largo a forma di campana, le cui ali si dispiegano ai due lati della spina dorsale. Il punto superiore delle ali dell'ilio viene chiamato cresta iliaca. Da lì, da Ilio, dalla sua cresta, Ulisse salpò per tornare a Itaca dopo la Guerra». 
E da questo promontorio osseo, che sporge ben visibile dal fianco scarno di una ragazza, salpa anche La cresta de Ilión, terzo dei cinque romanzi di Cristina Rivera Garza, appena uscito anche da noi nell'ottima traduzione di Raul Schenardi con un titolo diverso ma calzante, Il segreto (Voland, pp. 134, euro 13).
Della stessa autrice, nata nel 1964 in una cittadina di frontiera tra Messico e Stati Uniti, Mazamoros, l'editore Voland ha pubblicato nel 2008 lo splendido Nessuno mi vedrà piangere, con cui Il segreto presenta molti punti di contatto e altrettanto notevoli differenze. Come il romanzo precedente, anche questo ha fra i suoi temi fondanti la follia, l'istituzione totale (che in Nessuno mi vedrà piangere è l'immenso manicomio la Castañeda, fatto costruire nel 1910 da Porfirio Díaz, e qui è uno spaventoso cronicario a picco sul mare), il potere del linguaggio e la sua reinvenzione, il labile confine tra maschile e femminile.

lunedì 5 luglio 2010

stella distante



•   intro • F, Rusconi  •  C, Almonte   •   G. Quilici  •   G.Quaranta   •  S.Scurani  •
•   F.Meneghetti  •   

Stella distante 


introduzione

molte trappole o scherzi letterari. Per esempio il personaggio finale di "letteratura nazista in America" Ramirez Hoffman, appare di nuovo in Stella distante, con il nome di Wieder, che in tedesco vuol dire "di nuovo"
In realtà sono piccoli scherzi che faccio a me stesso per sostenere le ore di scrittura, che di solito sono molto laboriose e anche noiose. E' semplicemente per sopportare la solitudine del computer e anche perchè Concepisco, con molta umiltà, la totalità della mia opera in prosa e anche una parte della mia poesia come un tutto. Un tutto non solo stilistico, ma bensì anche un tutto argomentativo....
[ intervista di Marcelo soto link esterno ]
* * *
"Stella Distante è il fratello siamese super rapido e letale di La letetratura nazista in America, che è un siamese grasso, lento e goffo: una mole enciclopedica di una calma bestiale"
[Intervista con Lina Meruane. Caracas, 20/3/1998 ]
* * *
In Stella distante, come avverti all'inizio del romanzo, riprendevi la storia che chiudeva "La letteratura nazista in America link interno" e la rifai, l'amplii, come se si trattassi di una variazione musicale - come hai fatto posteriormente, in Amuleto, in forma diversa - Ti domandi, a volte, se al lettore risulterà facile entrare in questo gioco?
Stella Distante e Amuleto, per me in qualche modo, o tra le altre cose, sono come sonetti o come costruire in versi una rima particolare: ho un testo, lo trasformo, pero' mantenendolo. In Stella distante utilizzo un metodo, In Amuleto un altro. Amuleto è più difficile perchè sorge da un frammento de I detective selvaggi , un frammento nel quale non cambio nemmeno una virgola, lascio tutto uguale. In Stella distante , mi sono permesso una maggiore libertà: cambio nomi, riaggiusto. Uno degli esercizi di Stella distante, era quello della correzione, non si trattava solo di ampliare, bensì di migliorare il testo, approfondire in parti non affrontate nell'originale. In Amuleto , già non uso la correzione, bensì il situare il testo in un contesto molto più ampio, con altre stanze, altri sguardi....Per me sono esercizi letterari, ma anche plastici. E sì, c'è un certo minimalismo. Però, ovviamente, non mi chiedo mai se ciò sarà facile o non sarà facile per il lettore. Sono esercizi dove ciò che importa è il mio stesso piacere o le difficoltà che il testo mi costringerà ad affrontare e la virtù che dovrò superare per risolvere il rompicapo. Comunque, credo che si possono leggere perfettamente bene come testi indipendenti, autonomi....
anche come contrappunto
Se hai una visione globale dell'opera sì, però se qualcuno legge solo Amuleto, per esempio, o solo Stella distante, come è successo in Cile, o in Messico - dove ho lettori che di me hanno solo letto Stella distante -, li leggono perfettamente bene. Sono testi autosufficienti dal punto di vista argomentativo. Anche se puo' succedere che qualche lettore che abbia letto i testi base si senta spiazzato.
Di Stella Distante, mi ha colpito il terrore sotterraneo che emana, nella linea di Rosemary baby - Il bambino di rosemary -, che citi, significativamente all'inizio e verso la fine del romanzo: l'idea che il male può stare dentro di noi.
E' che Stella distante è fondamentalmente proprio questo. E' un'immersione nel male. Il male assoluto, sì che esiste. E' tentare di vedere il volto del male assoluto, però assoluto, assoluto.
anche nella bellezza puo' trovarsi l'orrore ?
In qualsiasi cosa. La capacità di sovvertire un ordine dato, che ha il male assoluto è enorme. Io, in poche occasioni della mia vita, sono stato vicino a qualcosa che, vagamente, potremmo chiamare male assoluto, che non lo era, e l'influsso del male, la deformità del male, sprigiona una sensazione strana, è come appiccicoso ma non esattamente.
Ed è anche un disinganno rispetto alla presunta vocazione di sinistra e progressismo delle avanguardie.
Senza dubbio, le avanguardie possono essere di estrema destra. La peggiore estrema destra che c'è stata in questo secolo è sorta in parte dalle avanguardie. Il futurismo italiano, una delle prime avanguardie del secolo, genera il fascismo italiano, che poi da una copertura ideologica al nazismo.
D'altra parte, continuando con Stella distante, a partire da qui appare anche Arturo B. che abbiamo continuato a frequentare successivamente nella tua opera narrativa. Si può dire che comincia lì quello che potrebbe denominarsi il tuo gioco autoreferenziale che, in qualche modo, da unità alla tua opera? >
Si è possibile. Ed è abbastanza misterioso. Perchè Arturo Belano appare in Stella distante solo nel prologo, nelle parole iniziali, quando si dice "Questa storia me l'aveva riferita il mio compatriota Arturo B.", però è chiaramente Arturo Belano, senza il minor dubbio. Però io non avevo chiaro che si sarebbe chiamato Arturo Belano il protagonista di alcuni dei racconti di Chiamate telefoniche e de I detective selvaggi: è stata come un'apparizione.
Cambiando per un momento di tema ma non del romanzo, credi che il "Cile dimentica" (pag 155)?
Si, sì, tutti i paesi dimenticano. La memoria collettiva è forse una delle più deboli, delle più magre memorie che possano esistere. Mai bisogna confidare nella memoria collettiva.
[intervista di Dunia Gras Miravet link interno, 2000]
Estrella distante viene pubblicato in Spagna nel 1996 e tradotto in Italia con lo stesso titolo - Stella distante - nel 1999 da Angelo Morino, per la Sellerio ed.. Nel 2009 viene fatta una secodna ristampa






«Tutto quello che ho scritto è una lettera d'amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L'intera America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati»  [R.B:]

Questa storia me l'aveva riferita il mio compatriota Arturo B. veterano delle guerre fiorite e suicida in Africa, che non rimase soddisfatto del risultato finale. Nell'ultimo capitolo de La letteratura nazista fungeva da contrappunto, forse da anticlimax nei confronti del grottesco letterario chge veniva prima, e Arturo desiderava una storia più lunga, non specchio nè esplosione di altre storie bensì specchio ed esplosione in se stessa. Così, ci rinchiudemmo per un mese e mezzo nella mia casa di Blanes e con l'ultimo capitolo in mano e sotto la dettatura dei suoi sogni e dei suoi incubi redigemmo il romanzo che adesso il lettore ha davanti a sè. La mia funzione si è limitata a preparare da bere, consultare alcuni libri, e discutere, con lui e col fantasma sempre più vivo di Pierre Menard, il valore di molti paragrafi riprodotti.
[Roberto Bolaño, Stella distante, pag 15]
..credeva, alla maniera statunitense, decisa e militante, nell'esistenza del male, del male assoluto. Nella sua personalizzazione teologica l'inferno era un ordito o una catena di casualità. Spiegava gli omicidi in serie come un'"esplosione del caso". Spiegava le morti degli innocenti (proprio quanto la nostra mente si rifiutava di accettare) come il linguaggio di quel caso in libertà"
[ R.Bolano Stella distante - p. 142 ]
Accesi una sigaretta e mi misi a pensare a cose senza importanza. Il tempo, per esempio. La temperatura della Terra. Le stelle sempre più distanti
[ pag. 201 ]

 
Introduzione di Raul Schenardi
Come nella Pista di ghiaccio e nei successivi Detective selvaggi e 2666, anche in Stella distante c'è un accenno di trama poliziesca: la ricerca di uno scrittore (un poeta sui generis che scrive versetti biblici in latino con i gas di scarico del suo aereo) sospettato di crimini nefasti. E come nei Detective selvaggi a dargli la caccia è Arturo Belano, l'alter ego dello scrittore che compare in tanti romanzi e racconti. Del resto, anche il protagonista, Carlos Wieder, è una vecchia conoscenza: l'Hoffman di "La letteratura nazista in America". Poeta avanguardista cileno, nazista, torturatore all'epoca del golpe di Pinochet, esteta della crudeltà, alla fine Wieder viene rintracciato a Parigi dove gira snuff-movies. Stella distante tocca un tema centrale nella narrativa di Bolaño: la relazione fra l'arte e la barbarie. È un romanzo raggelante sulle atrocità del potere dello Stato quando si fa orrore, e sulla miseria degli artisti amorali asserviti a questo potere. Ma senza prediche moralistiche e senza retorica.
Raul Schenardi






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mercoledì 2 giugno 2010

Roberto Bolaño (2666 )

Raul Schenardi -Pulp Libri- dicembre 2007


Roberto Bolaño (2666 )

Arrivato  in  libreria  2666,  il  romanzo  postumo  di  Roberto  Bolaño  (nella  traduzione  di  Ilide Carmignani) che Adelphi ha deciso di pubblicare in due volumi (il prossimo uscirà fra un anno). L'autore, consapevole del peggioramento delle sue condizioni di salute e preoccupato di garantire qualche introito alla famiglia, avrebbe voluto cinque volumi separati (tante sono le parti, dotate di relativa autonomia, in cui si divide 2666) e distanziati nel tempo. L'editore spagnolo però, in considerazione del carattere malgrado tutto profondamente unitario dell'opera, ha deciso di pubblicarla in un unico volume. Inevitabili le polemiche, ma molti gliene sono stati grati. (Mica bisogna sempre rispettare le ultime volontà di un autore, viceversa non potremmo leggere buona parte dell'opera di Kafka…)nota. La scelta di Adelphi di farne due volumi immagino lascerà un po' interdetti i lettori curiosi di sapere "come va a finire". Anche perché il principale nucleo tematico viene affrontato proprio nella quarta parte. Ma tant'è. Impossibile comunque parlare di questo romanzo misterioso (a cominciare dal titolo) senza fare riferimento all'opera nel suo complesso. Impossibile anche riassumerlo, o rendere conto in modo esauriente della ricchezza di situazioni, personaggi e temi. Tenterò una descrizione sommaria della struttura del romanzo, avvertendo che 2666 è la summa dell'opera letteraria di Bolaño, in cui confluiscono le sue riflessioni più profonde e che rispecchia la sua piena maturità di scrittore. Poco importa che non avesse concluso il lavoro di revisione. E lasciamo ai pedanti la caccia ai "difetti", e agli oziosi la discussione se sia più bravo come poeta, nel racconto, nella nouvelle o nel romanzo-fiume (lui ha sempre insistito sul fatto che la sua opera letteraria doveva essere vista come una totalità).

sabato 29 maggio 2010

intervista a raul schenardi

intervista di carmelo p. marzo 2010


'conversazione su Bolaño' 


Piacentino, Raul Schenardi è uno dei più apprezzati traduttori dallo spagnolo di libri latinoamericani di narrativa e saggi, per le più importanti case editrici italiane. Tra gli altri ha tradotto il signor presidente dello scrittore guatemalteco Miguel Angel Asturias, considerato un precursore del realismo magico, e annoverato tra i grandi della letteratura del secolo scorso. Collabora come critico, con riviste e case editrici. E' stato tra i primi in Italia, a recensire l'opera di Roberto Bolaño intuendone la grandezza, dalle pagine di Pulp, dove sono state pubblicate le sue recensioni (le prime risalgono al 2000) e la magnifica intervista concessa da Bolaño nel maggio 2003. Il carattere schivo di Raul viene fuori non appena sente nominare la parola "critico"

mercoledì 1 luglio 2009

la pista di ghiaccio: un trio da camera

Raul Schenardi -  Pulp libri, 2004 



 Un trio da camera
Se Amuleto e Notturno cileno erano assoli e I detective selvaggi un coro polifonico, La pista di ghiaccio - l'ultimo romanzo di Roberto Bolaño uscito in Italia -, con le sue tre voci narranti, è un trio da camera. Gaspar Heredia, poeta messicano, è guardiano notturno in un camping sulla Costa Brava ("Io non sono uno che chiede la carità"). Il suo occasionale datore di lavoro, conosciuto anni prima in Messico, Remo Morán, cileno, è un commerciante di bigiotteria con la vocazione dello scrittore ("Non sono, come si è detto ultimamente, l'uomo di paglia di un narcotrafficante colombiano"). Enric Rosquelles, infine, politico socialista responsabile dei servizi sociali, è un idealista felicemente approdato al sottogoverno e a un candido cinismo ("Io non mollo mai"). Attraverso i racconti dei tre veniamo a sapere dell'assassinio di un'ex cantante d'opera - la parola "omicidio" compare fin dalla prima pagina - che viveva come una barbona nel camping. La vicenda è raggelante come il luogo del delitto: una pista di ghiaccio di cui pochissimi conoscono l'esistenza, all'interno di un palazzo storico disabitato e isolato. I racconti si intrecciano illuminando i rapporti fra i tre personaggi principali e facendoci intravedere squarci della vicenda, spingendo la narrazione verso il climax, ma senza contraddirsi o sovrapporsi, perché in fondo ciascuno racconta (o tace) di sé.
La pista di ghiaccio è un poliziesco, o se si vuole un noir, alquanto anomalo: nessuno conduce serie indagini, a nessuno interessa stabilire "la verità" - salvo il lettore, forse -, poiché tutti vogliono proteggere qualcuno. Enric non si preoccupa di un'improbabile accusa di omicidio nei suoi confronti: il suo cruccio è lo scandalo per la scoperta della pista di pattinaggio che ha fatto costruire illegalmente per la bella Nuria, scandalo che segna anche la fine delle sue illusioni d'amore. Gaspar, innamorato di Caridad, una ragazza marginale che gira con un coltello, amica della vittima, vuole solo proteggerla dopo averla trovata sul luogo del delitto, indifferente al fatto che possa essere lei l'assassina. Remo, infine, amante segreto della bella Nuria, pur avendo ascoltato la spontanea confessione dell'assassino, si guarderà bene dal denunciarlo alla polizia.
Bolaño, acuto lettore di Borges, concordava probabilmente con il giudizio del Maestro sul genere poliziesco: è il più artificioso che ci sia, dato che i casi perlopiù vengono risolti solo grazie a una soffiata, e non alle indagini. Eppure, l'atmosfera rarefatta di suspense che sa creare anche in questo romanzo, con pochi cenni magistrali, dosando sapientemente preziosi indizi e piste fuorvianti per il lettore più attento, non ha niente da invidiare a quella dei migliori giallisti; nel frattempo, intesse le sue storie - autobiografiche, come sempre - di latinoamericani smarriti nel mondo ("Creature sciatte e ferite, risentite, disadattate, silenziose, malate, che era meglio non incontrare in una via deserta"), di gesti di solidarietà ruvidi e imbarazzati, di amori impossibili o precari.
La pista di ghiaccio, il primo romanzo pubblicato da Bolaño in Spagna (nel 1993), non è certo un "affettuoso omaggio" alla terra dove ha vissuto il suo lungo esilio. Lui, del resto, non si è mai sentito un esule, convinto che uno scrittore è di casa ovunque si parli la sua lingua. E dato che sulla sua non aveva peli, il quadro della Spagna socialista-affarista (tanto simile all'Italia craxiana) che emerge dal romanzo non deve aver gratificato i suoi ospiti. Sono posti che tutti conosciamo per esserci stati in vacanza d'estate, così accoglienti verso i turisti, così vivaci e tutto sommato tranquilli. Ci voleva Bolaño, uno straniero, per illuminare con un fascio di luce cruda il rovescio della medaglia, mettendo al centro della sua miniatura una pista di ghiaccio, luogo che assurge a metafora del gelo che pervade le relazioni umane, tanto nei bassifondi come ai vertici della società.

 Raul Schenardi