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giovedì 18 luglio 2013

Roberto Bolaño dieci anni dopo, un ritratto per personaggi

 Leonardo Merlini -

Roberto Bolaño dieci anni dopo, un ritratto per personaggi

“Mi piacerebbe essere uno scrittore fantastico, come Philip K. Dick, anche se man mano che il tempo passa e invecchio, Dick mi sembra sempre più realista”. Diceva così Roberto Bolaño, in un’intervista a Carmen Boullosa del 2002, e, forse sapendolo, forse solo intuendolo, in fondo tracciava un ritratto estremamente veritiero tanto di ciò che Dick ha rappresentato nel nostro immaginario collettivo, quanto di quello che stava per rappresentare lui, icona reticente (ma non troppo) di una letteratura capace di farsi fenomeno senza rinunciare alla propria enorme tensione verso qualcosa di diverso. Oggi, a 10 anni dalla scomparsa dello scrittore cileno, la sua fama si consolida e si amplia, restituendoci la potente ironia della storia – mai sottovalutarla! – che ha fatto di un poeta convertitosi al romanzo dopo essersi scoperto malato per “fare soldi” per la propria famiglia, uno dei maggiori interpreti della letteratura globale contemporanea. Perché il fenomeno Bolaño è esploso sul serio fuori dall’ambito linguistico spagnolo ed è stato consacrato, cosa estremamente rara, proprio negli Stati Uniti, tendenzialmente (e anche con molte ragioni, sia chiaro) autoreferenziali e diffidenti verso scrittori di lingua non inglese (Borges e Calvino sono forse gli altri esempi più importanti, giusto per capire di cosa si sta parlando).

Un decennio dopo quel triste mese luglio del 2003 nel quale Bolaño si è spento a soli 50 anni mentre attendeva un trapianto di fegato mai arrivato, uno dei possibili modi per ricordare lo scrittore è quello di farlo attraverso l’unica cosa che conta veramente in quel mestiere, ossia le opere. In particolare attraverso i suoi personaggi, sospesi tra una inestricabile proiezione della sua personalità e del suo mondo e il genio letterario che li ha resi in molti casi indimenticabili in quanto “artefatti” culturali. Partiamo dal più noto alterego di Bolaño, ossia quell’Arturo Belano che, insieme all’inarrivabile Ulises Lima (imago letteraria del poeta Mario Santiago Papasquiaro), è protagonista de I detective selvaggi (sempre che questa parola mantenga un suo senso all’interno di un uber-romanzo che ha più o meno fatto allegramente a pezzi l’idea di narrazione tradizionale, per di più con una falsa veste “gialla” che rende il tutto ancora più straniante e meraviglioso). Belano e Lima che scappano con una prostituta inseguita dal suo magnaccia e nel deserto di Sonora vanno in cerca di una poetessa segreta, Belano che diventa custode di un campeggio nel Sud della Francia, Lima che si perde durante un viaggio per scrittori in Nicaragua, e insieme, questi poeti realvisceralisti e spacciatori, che forgiano un modo di essere unico sulla scena della letteratura del presente (e ha ragione Nicola Lagioia quando scrive che Bolaño, benché abbia vissuto solo poco più di tre anni del XXI secolo, è il primo scrittore del terzo millennio, perché i suoi libri e i suoi personaggi nascono già nel futuro, un po’ come accadeva con l’altrettanto compianto Dick…)

Lontano, lontanissimo dall’autobiografia, ecco lo scrittore fantasma Benno von Arcimboldi, la primula rossa dell’enigmatico e monumentale (e imprescindibile) 2666, la seconda opera-mondo, per dirla con Franco Moretti, di cui Bolaño non ha mai visto la pubblicazione. Un labirinto in cinque parti che ruota intorno alla ricerca, quasi degna delle storie medievali sul Santo Graal, di questo scrittore scomparso, in una trama delirante fatta di letteratura, omicidi, orrore, meraviglia, mistero… Intorno alla luce oscura che Arcimboldi, o chi per lui, emana, si muovono altri personaggi memorabili, come il giovane poliziotto Lalo Cura (leggetelo pure come La Locura, ossia la pazzia) o il professor Amalfitano, i critici che decidono di mollare l’Europa per fare una salto nel buio nella terra dei femminicidi o Oscar Fate, il giornalista afroamericano che, pure lui, in Messico finisce giustamente (il Fato, non a caso) per perdersi e scomparire, in un modo che potremmo definire dolce, ma come può esserlo un liquore molto zuccherato, sebbene tremendamente alcolico.

E ancora quell’altra personificazione del male che è Carlos Wieder, il poeta-aviatore-killer seriale di Stella distante, o gli incredibili scrittori immaginari de La letteratura nazista in America, come la dinastia dei Mendiluce (la cui epopea tragica e marginale è degna di una famiglia reale decaduta ed esiliata) o quel Willy Schurhoz, che nelle sue opere stranianti tracciava nel deserto delle mappe esatte dei campi di concentramento di Hitler. E poi le donne, che pure loro in un certo modo sono (e ovviamente al tempo stesso non sono) Bolaño, come Auxilio Lacoutre, la protagonista di Amuleto, che vive la violenta irruzione della polizia nell’università di Città del Messico del 1968 nascosta in un gabinetto. E per questo si salva, e per questo vivrà un complesso di colpa che la porterà a diventare protettrice di poeti di sinistra (e forse il senso di colpa – e di sollievo, il che rende ancora più acuto il primo – di Auxilio è paragonabile a quello di Bolaño, che ha sì vissuto sulla propria pelle il golpe di Pinochet, ma dal cui incubo si è, almeno nella pratica, liberato dopo pochi giorni per strane e fortunate circostanze che gli hanno risparmiato gli orrori toccati a tanti suoi amici militanti). Ancora: le sorelle Maria e Angelica Font, le poetesse adolescenti dei Detective, che poi forse si trovano anche in Stella distante sotto il nome di sorelle Garmendia, vittime dei crimini inenarrabili di Wieder. E sempre neiDetective ecco la prostituta innamorata, Lupe, che fugge con Belano e Lima e intreccia una relazione sorprendentemente felice, nell’assurdità della situazione e nella breve durata, con Juan Garcia Madero, la più cospicua delle innumerevoli voci narranti di quel romanzo monumentale.

Il catalogo, ovviamente, non è questo, o madamina. Al massimo è una sua proiezione lacunosa, un’idea da caverna di Platone, nel quale abbiamo solo definito il contorno di quelle strane ombre che vediamo sul muro. Perché, se non bastasse, i personaggi di Bolaño si scambiano anche di libro, tornano, tramano, intrecciano le loro vicende tra un romanzo e l’altro, segretamente, con una grazia folle e rizomatica che lo scrittore cileno padroneggiava con una sicurezza che in parte possiamo attribuire anche alla sua inconsapevolezza. Ma sulla pagina ogni cosa risplende al punto giusto e questi segreti chissà che non siano l’ultimo tentativo dello scrittore di non morire mai. In qualche modo è possibile che Roberto Bolaño continui a farcela, anche 10 anni dopo.

Leonardo Merlini
© Kilgore Magazine

© Kilgore Magazine - 15 luglio 2013    - - -
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domenica 23 giugno 2013

My Bolaño Archive

 Lisa Locascio-

Los Angeles Review of Books   23 giugno 2013

My Bolaño Archive


1.
THE FIRST PUBLIC EXHIBITION of the papers and personal effects of the Chilean author Roberto Bolaño is the Centre de Cultura Contemporània de Barcelona (CCCB) exhibit “Bolaño Archive. 1977–2003,” the result of the Centre’s partnership with Bolaño’s widow, Carolina López, who along with her two children, Lautaro and Alexandra, constitute Bolaño’s heirs. The intensity of Bolaño’s posthumous fame — his second life as a cult literary idol — must be both mesmerizing and repellant to López, who for over two decades was the partner of an author for whom recognition was elusive. In the years since Bolaño’s passing, López has only rarely spoken to the press, primarily to dispel rumors. The exhibition, which will close just weeks before the 10th anniversary of Bolaño’s early death from liver failure, is not only an unprecedented point of access to his creative process but also a unique opportunity to investigate Bolaño himself: not the winsome headshot on the back jacket, not the collective dream of his admirers, but Bolaño the immigrant, the worker, the father, the artist, the man.
Readers tend to mythologize writers. A well-loved book has the power to elevate the author into a guru or totem. Bolaño’s death aggravated this process, forcing his readers to invent an origin story to explain the miracle of his work. He’s gone, so we seek his trace in his books and interviews. In the vacuum compounded by López’s silence, Bolaño legends have sprung up with weed-like rapidity, fueled by the combination of Bolaño’s sudden ubiquity and the relative paucity of biographical details. The author’s tendency to write about a doppelgänger protagonist — Arturo Belano, frequently simply “B.” — further muddies the waters.
Seeking a point of entry to Bolaño’s unforgettable prose — its curious power to dazzle and baffle, the pervasive, addictive mood that Francine Prose called his “microclimate” — we repeat the verses of his contradictory legend: He was an alcoholic like Bukowski. He was Alejandro Jodorowsky’s protégé. He was a heroin addict. He never did drugs. Hepatitis C, contracted from dirty needles, damaged his liver. He was arrested under suspicion of terrorism in Pinochet’s Chile, held in a secret prison, and escaped execution only because the men guarding him turned out to be his high school classmates. He was never in Chile. The prison story is a compensatory fiction prompted by guilt. Naturally a poet, he only began writing fiction to support his family.
With the CCCB exhibition, Carolina López draws this fantasia to a close, asserting control of her husband’s narrative. The exhibition has an air of correction, evident in prim assertions in the catalogue, as in this section by Valerie Miles, who worked closely with López on the exhibition:
Contrary to what has been repeatedly claimed about Bolaño the poet versus Bolaño the prose writer, his notebooks show that he had every intention of becoming a novelist [. . .] [Bolaño], whose exploration ofviolence and evil had probed the dark recesses of the human psyche, was in fact a happy man who experienced immense joy when he was writing. [. . .] It’s also obvious that he never used heroin and that his drink of choice was tea.
By displaying his private archive, López reclaims her lost husband, a restoration Miles explicitly endorses:
[López] belongs to another tradition, that of the practical genius whose role has been instrumental in creating an environment for a writer to work. She brought economic and emotional stability, the framework of a family, grounding, and encouraged him through the days of fasting in the desert when his manuscripts were being rejected by editors and agents alike. An author’s archives and the living memory of his family are undoubtedly the most trustworthy sources of information, and in the case of Roberto Bolaño he stated it clearly in one of the last interviews he gave: “My children, Alexandra and Lautaro, are my only homeland,” and “Carolina reads my books first, then Jorge Herralde” (his publisher).
“Bolaño Archive. 1977–2003” returns the story to Bolaño himself, whose vivid voice rings from each manuscript page in his tiny, neat handwriting, whose unflinching gaze stares from each photograph.

venerdì 31 maggio 2013

La Bolano-mania

   Marco Ferrari -

Succede oggi    31 maggio 2013


La Bolano-mania


A dieci anni dalla morte Barcellona gli dedica una grande mostra e il resto del mondo lo consacra divo (letterario) del momento. Ritratto di uno scrittore grande, stanco e senza fissa identità: Roberto Bolaño
Purtroppo per lui il successo gli è piovuto addosso quando non c’era più. Una consacrazione postuma è un classico del genere letterario, secondo la regola che la morte risarcisce l’indifferenza subita in vita. Così è andata anche per il povero Roberto Bolaño, lo scrittore latino-americano più letto in questo momento, scomparso nel 2003 a Barcellona.
Bolaño è stato un vagabondo con la penna in mano: era nato a Santiago del Cile nel 1953, ha passato l’adolescenza in Messico, è quindi tornato nel Cile di Allende. Lui stesso ha raccontato quella rocambolesca avventura: nel 1973 decise di rientrare in Cile, intenzionato ad appoggiare assieme ad un gruppo di trotskisti il processo di riforme socialiste di Salvador Allende. Alla fine di un lungo viaggio in pullman, autostop e barca, attraversando quasi tutta l’America Latina, arrivò in Cile pochi giorni prima del colpo di stato messo in atto da Augusto Pinochet. Qualche ora appena per assaporare il senso di libertà, poi gli scontri, gli arresti e il carcere a Concepción. Ma lui fu uno dei pochi fortunati a scampare alla repressione: dopo otto giorni di carcere venne liberato grazie all’aiuto di due compagni di studi dei tempi di Cauquenes, che erano tra i poliziotti incaricati di vigilarlo. Questo episodio è stato lo spunto per il racconto “I Detective”, nella raccolta Chiamate telefoniche. Quella  che si pensava fosse un’invenzione letteraria, è stata invece confermata dall’amico Jaime Quezada, il quale ha raccontato di averlo ospitato nella sua abitazione in Cile dopo la liberazione. Ma altri, come il sociologo Ricardo Pascoe e la scrittrice e poetessa Carmen Boullosa, hanno espresso dubbi sulla reale presenza di Bolaño in Cile al tempo del golpe.
Rientrato in Messico diede vita al movimento d’avanguardia dell’infrarealismo che aveva come linee guida la rottura con la letteratura ufficiale. Anche se intorno a questo movimento ruotavano all’incirca una quindicina di poeti, Roberto Bolaño e Mario Santiago Papasquiaro furono gli esponenti stilisticamente più solidi, autori di una poesia quotidiana, dissonante e con vari elementi dadaisti. Nel 1977 emigrò in Spagna, in Catalogna, dove viveva la madre, contagiato dalla movida postfranchista. Lì praticò diversi lavori – vendemmiatore in estate, vigilante notturno in un campeggio a Castelldefels, commesso in un negozio, lavapiatti, spazzino, scaricatore di porto, commerciante di bigiotteria – prima di potersi dedicare completamente alla letteratura. Bolaño morì il 15 luglio 2003 all’ospedale Valle de Hebrón di Barcellona, lasciando incompiuto il romanzo “2666” con il quale aveva portato all’estremo la sua inventiva, guarda caso attorno alla figura di uno scrittore svanito.
Scoperto in Italia da Elvira Sellerio e quindi rilanciato da Adelphi, già riconosciuto come scrittore di nicchia in vita nell’ambito delle lettere ispaniche, Roberto Bolaño è ora letto e tradotto in tutta Europa e in America anche se la sua letteratura non è facilmente classificabile restando in bilico tra realtà e finzione, storia e thriller, intrigo psicologico e politico. Uno scrittore a parte, solitario, abulico con addosso la tristezza dell’esule, capace di mescolare la metafisica di Borges e la complessità di Cortazar, un intellettuale cileno che definiva un po’ altezzosamente Isabel Allende “una scribacchina” e che disdegnava Luis Sepulveda.
A dieci anni dalla sua prematura scomparsa il caso Bolaño infiamma le librerie europee e americane. Si è venuti così a conoscenza del male al fegato che lo colpì, l’attesa del trapianto, la vita che si spense a cinquant’anni, con tanti rimpianti, storie lasciate a metà, storie da scrivere, appunti di personaggi che resteranno ombre. Così si moltiplicano le iniziative per i dieci anni delle morte, pubblicazioni, convegni, interviste di amici veri e presunti che dicono la loro, quasi sempre nella classica maniera retorica post mortem.
Per scoprire chi era davvero Roberto Bolaño bisogna osservare e studiare il repertorio di oggetti, taccuini, appunti raccolti nella monumentale mostra che Barcellona, sua città adottiva, gli dedica al Centro di Cultura Contemporanea fino alla fine di giugno.
In realtà è difficile entrare nella personalità di Roberto Bolaño, caustico e irriverente, scontroso prima di tutto con se stesso, afflitto da un desiderio di rivincita ma pur sempre isolato. I suoi interventi erano provocatori e, una volta raggiunta la fama, certamente non diventò più disponibile, specie verso quelli che si consideravano scrittori latino-americani di sinistra, lui che si definiva trotkista. Nelle interviste, invece, era torrenziale e ellittico.
I suoi libri celebrano una certa autofiction o una riscrittura della storia. Con “I detective selvaggi” ha comunque dato una svolta alla narrativa sudamericana, rievocando i tempi di Borges, diventando un’icona giovanile, più da rete che da botteghino. Tanto che L’Economist ha coniato il termine Bolano-mania dopo che negli Stati Uniti sono stati pubblicati 2666 e I detective selvaggi, su insistenza del famoso agente letterario Andrew Wiley. Pochi giorni fa, poi, Roberto Bolaño è stato al centro del Salone del Libro di Torino che aveva come ospite proprio il Cile con una nottata di letture e un dibattito da ultima spiaggia dal titolo, Scrivere dopo Bolaño.  Poco prima di morire, proprio per presentare I detective selvaggi venne al Salone di Torino, assieme al suo traduttore italiano, Angelo Morino, anche lui scomparso prematuramente nel 2007. Appariva stanco, era spettinato, portava in giro a fatica il suo fisico allampanato che di lì a poco lo avrebbe tradito per sempre. Sperava di scrivere cinque romanzi per lasciare qualcosa in mano alla moglie Carolina Lopez, per questo stava fisso al computer. Ma il suo vero sogno era vincere alla lotteria per pubblicare solo cinque poesie e nulla più perché in fondo la scrittura era per lui una pratica noiosa.




Succede oggi   31 maggio 2013
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 Materiali relativi alla mostra CCCB di Barcellona Archivio Bolaño 1977-2003 
• Patricio Pron: Bolaño nel musseo  
• Sergio Garufi: Dieci motivi per cui mi piace Bolaño 
• Juan Insua: intervista sulla mostra: Archivio Bolaño. 1977-2003 
• Ignacio Echevarria: La mostra di Barcellona Archivio Bolaño 1977-2003  
• Giulia Cavaliere: La musica preferita di Roberto Bolaño 
• Francesca Lazzarato: Quel che resta della vita selvaggia, Archivio Bolaño. 1977-2003 
• Riccardo Iori Roberto Bolaño: Il trionfo non fa per me 
• Radio Svizzera: presentazione mostra Archivio Bolaño 1977-2003 
• Mostra CCCB: Materiali video sulla mostra 
• Mostra CCCB: le foto di Bolaño a Gerona 
• Mostra CCCB: Foto dei manoscritti di Bolaño 

 testi sulla mitizzazione e mistificazione di Bolaño: 

• Origini del mito Bolaño: , carmelo P.
• la ridefinizione dell'immagine di Bolaño dopo la sua morte : Volpi, Moya, Galan, Tarifeño
• Bolaño falsificato: come nasce e prolifera una falsa notizia basata sul nulla 
• Bolaño forever , di Javier Cercas 
• Print the legend , di Javier Cercas 
• Leggere con e contro Bolaño, di Patricio Pron 
• buttate questo articolo e leggete Bolaño, di Javier Cercas 

venerdì 17 maggio 2013

Bolañomania, così un anarchico diventa un mito pop

MARIO BAUDINO -  16 maggio 2013


Bolañomania, così un anarchico diventa un mito pop
 
Roberto Bolaño era caustico e irriverente; disse in una intervista:
 «Se mi fossi formato con i gusti di mia madre - disse in un’intervista - adesso sarei una specie di Marcelo Serrano o Isabelo Allende, cosa che del resto non sarebbe male perché non avrei conosciuto i tormenti dello scrittore e invece avrei conosciuto il miele dei milioni, il che visto con il senno di poi non sarebbe stata una brutta fine». 
Ancora sconosciuto, era temutissimo alle manifestazioni letterarie per i suoi interventi imprevedibili. E quando cominciò a conquistare una certa fama, non diventò più diplomatico. Il suo giudizio sugli scrittori latino americani, a parte gli amatissimi Borges e Cortazar, era spesso impietoso; come quando parlava degli autori «di sinistra», considerandoli una delle grandi disgrazie del continente, anzi un vivaio di disgrazie. 
 
Si dichiarava trotkista. Raccontò di essere tornato in Cile, dal Messico dove era cresciuto, per sostenere il presidente Allende, e nella sua biografia «ufficiale» ci sarebbe anche un arresto da parte dei golpisti. Ma è una testimonianza molto dubbia, a cui pochi credono. Bolaño è stato un irridente e serissimo eroe dell’autofiction quando ancora non era di moda, e uno scrittore gigantesco che a partire da I detective selvaggi ha imposto una narrativa diversa e inaudita. A dieci anni dalla precoce morte è un’icona che ingloba innumerevoli racconti mitologici, un eroe letterario e persino politico. «Quasi un mito pop» dice l’ispanista Vittoria Martinetto, che condurrà un incontro a lui dedicati. 
 
È uno scrittore coltissimo, molto «borgesiano»: ha un successo planetario, che non si traduce in numeri da best seller ma in un entusiasmo dilagante fra rete, cinema, fumetti, per non parlare dell’ammirazione che viene da scrittori diversissimi tra loro come Sandro Baricco, Javier Cercas, Jonathan Lethem. E naturalmente Enrique Vila-Matas, che lo conobbe quando si trasferì in Spagna e lo sostenne senza riserve. Nel Salone che ha per ospite il Cile, sarà una star e una presenza ineludibile. Nel 2008, quando uscì postumo in America il romanzo 2666, e già I detective selvaggi avevano suscitato convergenti entusiasmi nel New York Times e in Playboy, l’Economist coniò il termine di Bolano-mania osservando piccole folle nei bar alla moda dell’East Village che si passavano il libro. Quest’anno, oltre agli incontri del Lingotto sabato e domenica (una serata di letture e un dibattito «Scrivere dopo Bolaño») il Salone off gli dedica un’intera notte tra domani e sabato dove si parlerà addirittura di Inti Illimani. Bolaño-mania vuol dire anche agiografia. Non si rischia di perdere lo scrittore? 
 
«L’agiografia c’è, ma in fondo non mi dà fastidio» dice uno dei nostri autori che più lo hanno studiato e amato, come Nicola Lagioia. Non si rischia la caricatura? «Bolaño era un anarchico. Si dichiarava trotkista. E i suoi gusti letterari sono sempre ambigui, quindi ottimi. Ci ricorda che il Sud America non è realismo magico, ma desaparecidos, che è il luogo dove si instaurano dei carnevali macabri. Però ingabbiarlo politicamente temo sia una sciocchezza, soprattutto in Italia. Negli Anni 90 leggevo Philiph Roth. Nel decennio successivo, Bolaño. I suoi personaggi emarginati, beffardi e disgraziati, hanno fatto presa su una nuova generazione di lettori». Cominciò a pubblicarlo Sellerio, tradotto da Angelo Morino che lo aveva scoperto. Con I detective selvaggi venne al Lingotto, spettinato e allampanato. Era il 2003, gli restavano pochi mesi di vita. Il successo, la Bolano-mania, fu un dono postumo, quando il celebre agente letterario Andrew Wiley lo impose in America. Da noi, i diritti passarono all’Adelphi, che continua a pubblicare inediti (è appena uscito Un romanzetto pulp). Ha scritto senza sosta, come un monaco. Ma amava tutte le contraddizioni. Una volta disse che se gli fosse capitato di vincere alla lotteria - come ci ricorda Vittoria Martinetto - si sarebbe dedicato a quattro poesie e basta. Perché, aggiungeva, «scrivere è noiosissimo». 
 
  La Stampa 16 maggio 2013   ---- - - -
©  MARIO BAUDINO 


domenica 29 luglio 2012

un escritor salvaje

  Andrés Páramo Izquierdo -


Un escritor salvaje

Este año se estrenan dos documentales sobre el autor: ‘Estrella distante’, de Daringa Guevara y Jordi Lloret, y ‘Roberto Bolaño. La batalla futura’, de Ricardo House.



Luis Sebastián Rosado espera a Alberto Moore y a su hermana en el negocio de don Néstor Pesqueira. Apacible, prestándole atención al cumplimiento de sus propios cánones. Pensando, acaso, que de esta manera su vida será perfecta: el suceso planeado, el resultado esperado. Los sobresaltos para qué.
Nada en la vida es perfecto, sin embargo, y esto lo sabe de sobra el chileno Roberto Bolaño, autor del episodio. De su pluma —en un lenguaje propio de la clase alta, alejado de él, pero manejado con una maestría notable— sale la idea: el personaje debe ser atacado por los “real visceralistas”, lo más indeseable de la escena literaria mexicana.
Lo rodean, lo asustan, le hablan de poesía y le insultan a su adorado Octavio Paz. Pero lo interesante viene luego, cuando se van con él y sus dos amigos a un bar de mala muerte para que la noche los envuelva con sus oscuros movimientos: un baile entre hombres, una pelea, un trago, luego otro, un nubarrón de imágenes; la borrachera, el vómito dentro del carro de Albertico Moore. Los real visceralistas destruyendo a cualquiera que tenga que ver con literatura y que no sean ellos mismos.

domenica 15 luglio 2012

Roberto Bolaño

  Massimiliano Ferrari -

Roberto Bolaño 
Finzioni magazine 14 luglio 2012

Raramente capita nell'universo letterario che uno scrittore raggiunga vette di celebrità tali da accostarlo ad una rockstar o a un divo del cinema. Se vi dovesse capitare di stilare un compendio di regole base per cui si possa ambire ad entrare nell'empireo degli idoli immortali, Roberto Bolaño ne sarebbe un testimonial appropriato. Morto nel pieno di un'attività creativa "matta e disperatissima", passato attraverso una serie di mestieri marginali e improbabili, fu vendemmiatore, guardiano di un campeggio estivo e commesso di un negozio di souvenir per turisti, Bolaño è diventato negli anni successivi al 2003, anno della scomparsa, oggetto di un seguito di bolaniani affamati di qualsiasi cosa scritta dall'autore cileno, di aste milionarie per accaparrarsi i diritti dei suoi libri, di avidi e ammirati lettori che dopo aver letto anche solo una semplice frase scritta da lui, si sono dati ad una caccia compulsiva di ogni sua pagina, racconto, romanzo, intervista o saggio che fosse. Io sono tra questi devoti.
In vita un successo trascurabile, qualche premio in terra spagnola, una diffusione editoriale limitata e tante pagine scritte in una sofferta ma inestinguibile vena creativa. Molta della fama postuma deriva da una confusionaria lettura del Bolaño narratore e del Bolaño uomo. Qualcuno in virtù di leggende o semplici falsità ha voluto costruire l'immagine di un Bolaño maledetto, passato attraverso la lotta contro Pinochet, il carcere, la mai accertata dipendenza dall'eroina, il tutto farcito dagli elementi dei suoi libri, popolati spesso di reietti, poeti in bilico fra Eros e Thanatos, scrittori oscuri dall'identità sfuggente. Tutto questo, volenti o nolenti, ha portato Bolaño ad essere accostato a un Jim Morrison in salsa cilena.

sabato 23 giugno 2012

PÁJARO DE CALOR EN BAHÍA DE KINO

   Diego Enrique Osorno  -


PÁJARO DE CALOR EN BAHÍA DE KINO



Portada de Pájaro de calor. Ocho poetas infrarrealistas. Ediciones Asunción. Sanchís, México, 1976.

A la entrada de Bahía de Kino hay un retén nocturno. Dos policías sonorenses con su linterna en la penumbra cerca del mar, detienen el viaje. Uno pasea lentamente entre las luces delanteras con su pequeña pistola nueve milímetros, el otro se pone a medio metro del conductor de la gigantesca camioneta Expedition, a la que sólo le falta una metralleta empotrada donde ahora va el quemacocos, para convertirse en una máquina de guerra.
—¿A dónde?
—A Kino.
—¿Saben que semana es esta?.
—La semana diabla.
—Okey. Abusados.
—Adiós.
El policía tenía un diente de oro. O de chapa de oro. Sonreía como si acabara de matar a alguien. El conductor de la Expedition calculaba que había matado a un par de personas. Imaginó a un indio seri tirado entre cactus, con un balazo abriéndole un enorme hoyo en la espalda. Imaginó también a un yonqui de Arizona buscando emociones fuertes en los pueblos de Sonora y encontrando su cenit en la mirada policial de aquel asesino con placa. 
La bahía de Kino estaba en calma. Seis parejas de gordos en traje de baño jugaban voleibol, unos muchachos tomaban Tecate blanca y oían reguetón junto a una fogata. Camionetas blindadas con los vidrios polarizados hasta abajo, llenas de tipos duros, recorrían la única avenida del pueblo, con la música norteña a un volumen tan bajo que causaba inquietud. 
Justo a mitad de la avenida —o sea a mitad del pueblo—  había otro retén de la policía de Sonora: cinco autos con las torretas encendidas, golpeando la noche con su ruido visual; cinco autos con dos policías cada uno. Diez policías sonorenses fastidiados que a lo lejos parecían recién salidos de un manicomio militar.
Antes de llegar al nuevo retén, el conductor de la Expedition, basado en una extraña lógica, quitó el disco de Los Cadetes de Linares, un grupo más típico del noreste mexicano —allá en la región mexicana colindante con Texas— que de aquí del noroeste. Puso un disco de Chalino Sánchez. La número siete del CD pirata era “Nocturno a Rosario”, un poema de Manuel Acuña con versos que Chalino canta con voz chillona. Chalino fue sicario y luego quiso retirarse cantando. Se convirtió en una estrella; como quiera acabó cosido a balazos.
Mínimo diálogo en el retén. La expedición continúa. Este viaje acaba esta noche en un hostal de Lorenzo Pinelli, quien sorprendió a todos porque tenía secuestrado en su casa un Pájaro de calor, el animal infrarrealista en peligro de extinción, con el que ninguno de los pasajeros pensó que se iba a topar. 
Lorenzo Pinelli es un entrañable personaje de Dostoievski exiliado en esta Siberia de arena: cuerpo fornido, bigote espeso y ojos buenos, como de insecto marino gigante.
Lo que sí sabían los viajeros es que Roberto Bolaño nunca vino a Sonora. Sonora, que en la obra del escritor es lo que Macondo para Gabriel García Márquez, o Yoknapatawa para William Faulkner, la conoció Bolaño por unos mapas hechos por Julio César Montané, un sabio chileno exiliado aquí desde los setenta (un chileno en Sonora es tan extravagante como un finlandés en la región triqui de Oaxaca, aunque ambas cosas han ocurrido y no han acabado bien). Este chileno —profesor de literatura, historiador y geógrafo— aparece representado en el mundo narrativo de Bolaño como Amalfitano. En la novela 2666 (Anagrama, 2008)Amalfitano tiene una larga intervención en la que habla de un tema tan delicado como el del narco: los escritores.

El ejemplar inicia con un epígrafe de Huidobro y una foto de los infrarrealistas en la Ciudad de México.



—En realidad no sé cómo explicarlo —dijo Amalfitano—. La relación con el poder de los intelectuales mexicanos viene de lejos. No digo que todos sean así. Hay excepciones notables. Tampoco digo que los que se entregan lo hagan de mala fe. Ni siquiera que esa “entrega” sea una entrega en toda regla. Digamos que sólo es un empleo. Pero es un empleo con el Estado. En Europa los intelectuales trabajan en editoriales o en la prensa o los mantienen sus mujeres o sus padres tienen buena posición y les dan una mensualidad, o son obreros y delincuentes y viven honestamente de sus trabajos. En México, y puede que el ejemplo sea extensible a toda Latinoamérica, salvo Argentina, los intelectuales trabajan para el Estado. Esto era así con el PRI y sigue siendo así con el PAN. El intelectual, por su parte, puede ser un fervoroso defensor del Estado o un crítico del Estado. Al Estado no le importa. El Estado lo alimenta y lo observa en silencio. Con su enorme cohorte de escritores más bien inútiles, el Estado hace algo... Ellos sólo escuchan los ruidos que salen del fondo de la mina. Y los traducen o reinterpretan o recrean. Su trabajo, cae por su peso, es pobrísimo. Emplean la retórica allí donde se intuye un huracán, tratan de ser elocuentes allí donde intuyen la furia desatada, procuran ceñirse a la disciplina de la métrica allí donde sólo queda un silencio ensordecedor e inútil. Dicen pío pío, guau guau, miau miau, porque son incapaces de imaginar un animal de proporciones colosales o la ausencia de ese animal. 
-—No entiendo nada de lo que has dicho- dijo Norton.
-—En realidad sólo he dicho tonterías- dijo Amalfitano.
(Bolaño, 2008: 161)

Pese a ser uno de los mejores narradores del norte mexicano, lo más lejos que Bolaño se internó en él fue Gómez Palacio, Durango, a donde fue a dar un taller de cuento apenas unos días. No pisó nunca Sonora sino a través de los atlas que le abastecía hasta Barcelona, Amalfitano, padre del poeta Bruno Montané, otro de los camaradas infrarrealistas de Bolaño. 
“Los desiertos de Sonora” se llama el vertiginoso capítulo final de Los detectives salvajes. Arturo Belano y Ulises Lima, alter egos del propio Roberto Bolaño y de Mario Santiago Papasquiaro, viajan por Sonora buscando a la desaparecida poeta Cesárea Tinajero, de quien sólo tienen el rastro de que fundó la revistaCaborca. Caborca es un pueblo fronterizo con Arizona, al que los detectives salvajes viajan recorriendo la carretera federal hasta Santa Ana. De Santa Ana se desvían al oeste por una carretera pavimentada, luego pasan Pueblo Nuevo y Altar. Antes de entrar a Caborca vieron la desviación a Pitiquito, la cual ignoraron. Llegaron a Caborca, buscaron a Cesárea, pero no la hallaron. Siguieron su viaje.
Muchos otros pueblos sonorenses aparecen en la obra de Bolaño. Su novela tótem tiene como elemento principal Santa Teresa, Sonora, lugar inspirado en Ciudad Juárez, Chihuahua, cerca de aquí. Bolaño escribía en sus distintos departamentos de Barcelona y Blanes, armado de mapas de Sonora. Mapas regados en el piso, a veces pegados en las paredes. Mapas para asomarse a una fonética propia de su prosa, que parece espontánea, pero es más calculadora que cualquiera de los asesinos sonorenses que aparecen en Los sinsabores del verdadero policía, la última novela de Bolaño, publicada por Anagrama, aunque en realidad, lo último que escribió Bolaño antes de morir sin ni siquiera haber cumplido 60 años, fue “El policía de las ratas”, un cuento delirante, con más de un paralelismo con “Josefina la cantora o el pueblo de los ratones”, el último cuento de Kafka.
Bahía de Kino no aparece en ninguno de sus libros. Pero aquí habrá esta madrugada un homenaje clandestino a los poemas de Bolaño, considerados como malos por la crítica, sobre todo en comparación con su narrativa. El propio Bolaño lo reconoció en una entrevista con la televisión chilena: “Yo escribía poemas que no resisten el paso del tiempo, mi viaje a Europa me hizo cambiar la perspectiva de mi propia poesía”.
Aunque hay versos que, leídos en Sonora, tienen un enorme sentido:

La violencia es como la poesía, no se corrige.
No puedes cambiar el viaje de una navaja
ni la imagen del atardecer imperfecto para siempre.

O éste:

Doy gracias al cielo por haber hecho el amor 
con las mujeres que he querido.
Desde lo oscuro, surco pálido, vienen
los días como muchachos caminantes.

Roberto Bolaño con José Vicente Anaya, y los dos primeros poemas del chileno en esta compilación. 

Algunos de estos poemas son leídos entre música norteña por Alejandro Almazán, autor de una novela sobre Joaquín El Chapo Guzmán; Carlos Sánchez, quien imparte un taller literario para asesinas presas en la cárcel de Hermosillo; Felipe de Jesús Larios, el mejor periodista de todo Sonora, quien siempre se refiere a sus parejas como sicarias, nunca como novias; Luis Alberto Medina, oriundo de Cananea, quien acaba de regresar de Edimburgo, a donde llevó maletas cargadas hasta la madre de coyotas, machaca, Café Combate, chiltepino y otras peculiaridades sonorenses para una mala mujer; y José Luis Valencia, autor de un cuento totalmente infrarrealista titulado “La poeta gorda” y dedicado a una escritora a la que le gusta que las portadas de sus libros contengan fotografías de su cuerpo desnudo.
También se acerca Lorenzo Pinelli a leer poemas de Bolaño, junto al mar y a los policías de Sonora. Se trata de una noche esplendorosa.
Además de la poesía de Bolaño, la velada discurre entre charlas sobre proctólogos de Agua Prieta, pangas repletas de cocaína con rumbo a Los Ángeles, y las historias que platica un viejo que parece una sombra. Un viejo que cuando habla lo hace con arena de mar en los ojos y en las comisuras de la boca. Ese viejo sombra se llama Pedro Carrillo y nació en Navolato, Sinaloa, donde nacieron también los Carrillo Fuentes, capos de Ciudad Juárez, quienes no son sus parientes, según dice el Viejo Sombra, aunque por supuesto, con ese apellido y esa cara entinieblada, nadie lo cree.
También hay una charla sobre una temible pandilla conocida como Los Ponis; sobre el tío Celerino, aquel personaje patibulario del campo mexicano que le dictaba los cuentos a su sobrino Juan Rulfo.
Y también un recuerdo sobre dos teiboleras, allá en la Ciudad de México. Una nacida en Mérida, Venezuela, y la otra de Ciudad Obregón, Sonora. Una es bajita y la otra, alta. La sonorense es la alta, obviamente, y se fue de Sonora huyendo. Lo que pasó es que a la hermana de la teibolera alta la mataron por andar con un narco. Los asesinos pensaron que también habían matado al narco, pero el narco está vivo, con una nueva identidad, en Estados Unidos, sin que nadie lo sepa. El narco recibió doce balazos en una calle perdida de Ciudad Obregón. ¿Quién sobrevive a eso? Su hermana recibió siete, pero desde el primero ya había perdido la vida, porque le atravesó la sien. Fue un tiro perfecto. 
La madrugada del 2 de noviembre de 2010, al salir del trabajo en el barrio de Polanco, la teibolera alta (la sonorense), le explica a la teibolera bajita, lo que significa el caso de la Guardería ABC, en el cual murieron quemados 49 niños: le dice que hay un gobernador que prohibió los table dance en Sonora, pero no las guarderías mal operadas por sus corruptos amigos políticos. En dicho recuerdo ambas están ebrias y lloran mientras miran 49 veladoras encendidas en el Ángel de la Independencia. 
De repente, Lorenzo Pinelli cuenta con lentitud pasmosa que hace muchos años conoció a Roberto Bolaño. Por supuesto que nadie le cree, aunque tenga la edad para haberlo hecho y tenga el suficiente misterio en su pasado, como para que tal cosa sí hubiera ocurrido.
Después entra a un cuarto, revolotea entre cassettes de Pink Floyd, hierba verde, libros de Bukowski, llaves, muchas llaves pero ya inútiles (llaves con las que se podría hacer una estatua pequeña para el Che Guevara aquí en Bahía de Kino) hasta que finalmente aparece un librito pequeño con las hojas amarillentas, la tinta gastada pero aún legible. 

En la portada se lee: 

PÁJARO DE CALOR
Ocho poetas infrarrealistas
Ediciones Asunción. Sanchís
MÉXICO-LORA DEL RIO
1976

Se trata del animal infrarrealista desaparecido. El primer y quizá único libro colectivo hecho por los infrarrealistas, el movimiento al que perteneció Bolaño y que en Los detectives salvajes, aparecen nombrados como “real visceralistas”. Rara avis, cuya introducción —hecha por un tal Juan Cervera— advierte que cinco de los ocho poetas serán famosos en el año 2000, y presenta a los infrarrealistas de la siguiente manera:

Atlas de Julio César Montané que usó Bolaño para escribir sus novelas.

Antes de leer a estos jóvenes poetas, reunidos bajo el curioso estandarte de lo que ellos llaman infrarrealismo, uno se enreda en interrogantes. Piensa y pregunta: ¿de qué se trata este movimiento? Y resulta que, una vez leído lo que ellos expresan, los rubros nos salen sobrando. Estos ochos poetas, infrarrealistas o como quieran denominarse, no son más que ocho voluntades y ocho sentimientos que nos hablan con fe y entusiasmo de la vida con una hermosa y enorme carga de sensualidad liberada.
A la mañana siguiente, los viajantes dejan Bahía de Kino. En el camino revisan los otros poemas de Bolaño que aparecen en Pájaro de calor: “Estos patios parecen playas” (dedicado a Mara Larrosa), “Generación de los párpador eléctricos / Irlandesa No. 2 Constelación sanjines” (poema combativo-troskista), “Vive tu tiempo” (quizá el peor de todos) y “Para María Salomé” (en él habla de Gauguin). Descubren que el libro tiene un pequeño epígrafe de Vicente Huidobro: “Cowboys que brotan en el crepúsculo. / Y quieren saltar sobre el público intacto”.


Hablan sobre los siete poetas restantes (Mara Larrosa, Cuauhtémoc Méndez, Ruben Medina, José Peguero, Bruno Montané, Mario Santiago y José Vicente Anaya), aunque sobre todo discuten acerca de la veracidad del apartado final llamado “Breves noticias de los poetas”, donde se dice lo siguiente acerca de Bolaño: “Nació en Santiago de Chile en 1953. Poeta y escultor. Tiene publicado ‘Reinventar el amor’, 1976, y aparece en la antología 11 poetas jóvenes de Latinoamérica, próxima a editarse. Codirige la revista ‘Correspondencia infrarrealista’. Tiene un libro inédito”.  
Cuando la Expedition está entrando a Hermosillo hablan de la contraportada de Pájaro de calor, donde aparece la fotografía de una chica que podría ser Yoko Ono, la cual mira hacia su derecha enfurecida y tiene una nariz hermosa que le sangra hasta el mentón.
En Hermosillo van a Tacos El Pescadito, donde, a pesar del nombre del lugar, se comportan como gente ruda. Al terminar, caminan unas calles y llegan a la casa de Julio César Montané, quien vive en la misma zona de Tacos El Pescadito. Amalfitano no está, pero su casa está repleta de murales surrealistas. Los viajeros se toman fotos y se van. Hasta ahí acaba el homenaje a los poemas tan criticados de Bolaño.
Al siguiente mes, en la colonia Roma, en el Distrito Federal, después de comer en Tacos Álvaro Obregón, uno de aquellos viajeros -—acompañado por un viajero de otro relato— encuentra en una librería de viejo un enorme atlas de Sonora, publicado por el gobierno estatal en 1993, año en que Bolaño empezó a trabajar en Los detectives salvajes, publicada en 1999. El atlas comienza con un prólogo escrito por el gobernador de Sonora, Manlio Fabio Beltrones, quien fue acusado por The New York Times de ser narco, aunque luego el periódico se desdijo. El texto del gobernador sonorense se titula: “Raíces de nuestro pasado y frutos de nuestro presente”.
La introducción al atlas la escribió Amalfitano usando el nombre de Julio César Montané. En él, Amalfitano cuenta cómo hizo los mapas. Explica que al poco tiempo de llegar a Hermosillo -—primero exiliado de Chile, luego del DF— empezó a dar clases en la Universidad de Sonora y le llamó la atención los escasos conocimientos sobre el vasto territorio sonorense que había entre los alumnos. Cuenta que le pareció increíble que por ninguna parte se viera un mapa de Sonora en la universidad (ni tampoco de México). Amalfitano se enteró de que no había mapas en la máxima casa de estudios sonorense y decidió hacer algo para que los estudiantes tuvieran conocimiento de su territorio, límites, montañas, ríos, poblados, caminos...
Esos mapas que hizo fueron con los que Roberto Bolaño, después de todo, pudo viajar a Sonora. 



Después de leer toda la noche poemas de Bolaño, a los viajeros les pareció que la chica de la contraportada podría ser Yoko Ono.

PÁJARO DE CALOR EN BAHÍA DE KINO   ---- - - -
© Diego Enrique Osorno, Imágenes de Archivo