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venerdì 13 gennaio 2012

Silvio Bernelli -

Primo amore 11 gennaio 2012

Alla fine, dopo tanta attesa, ecco I dispiaceri del vero poliziotto, il nuovo romanzo postumo di Roberto  Bolaño. Per sgombrare il campo dal sospetto che la pubblicazione nasca per fare cassa con l’autore del capolavoro 2666, il libro che esce adesso per Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani (pp. 304,19€) è corredato da un’accurata ricostruzione filologica. Secondo gli esperti, l’edizione di I dispiaceri del vero poliziotto rispetta al 100% il manoscritto dello scrittore cileno, lavorato fino alle soglie dell’editing definitivo nel 2003, anno della morte. Resta comunque il mistero su un testo che, come dichiarato dallo stesso Bolaño, avrebbe dovuto far parte di un romanzo assai più complesso, una sorta di libro gemello di 2666. Proprio alcuni protagonisti di quel romanzo-fiume sono al centro di I dispiaceri del vero poliziotto, e più di tutti il triste professore di letteratura Oscar Amalfitano.
Un personaggio che però non ha tutte le caratteristiche di quello raccontato in 2666. Ad esempio, ha una moglie diversa, ma la stessa figlia Rosa; quella che in 2666 fuggì in compagnia del giornalista americano Fate. Un episodio citato anche all’interno di questo libro. Il complesso rimando tra i due testi, che assomiglia al desiderio dell’autore di sparigliare e confondere le poche certezze del paziente lettore di 2666, continua con lo scrittore “fantasma” Arcimboldi. Nei Dispiaceri del vero poliziotto si merita una lunga parte centrale che sembra uno stralcio imperfetto, uno scarto di 2666. Impossibile riassumere la trama di I dispiaceri del vero poliziotto, un libro nel quale di fatto non viene raccontato altro che la senile omosessualità di Amalfitano, che suscita l’interesse della pericolosa polizia messicana di Santa Teresa. Anche qui siavvistano alcuni personaggi di 2666, i fratelli Negrete, il poliziotto Lalo Cura che qui è invecchiato, ha un altro nome, ma la medesima storia alle spalle. Nel libro ci sono i classici temi di Bolaño: la meta-letteratura, le digressioni e le storie del passato che spaccano la narrazione, i personaggi epici, il sesso, l’arte contemporanea. A parte alcune pagine dedicate a Barcellona, sullo sfondo del romanzo c’è sempre la Santa Teresa di 2666, la capitale di un paese che sta “su entrambi i lati della frontiera, come una nazione rinnegata sia dal Messico che dagli Stati Uniti. La nazione invisibile.” Il romanzo non ha alcuna conclusione, come viene saggiamente ammesso dalle note critiche che accompagnano il testo, ed è difficile alla fine darne un giudizio. Ci sono pagine in cui Bolaño dispiega il suo talento narrativo, come nella formidabile storia del generale rivoluzionario Sepulveda, ma a volte si ha la sensazione di leggere un autore che fa il verso a se stesso, come nell’incipit dedicato alla “letteratura frocia”, che prevedibilmente farà spellare le mani alla critica di bocca buona. In bilico tra questi due estremi, I dispiaceri del vero poliziotto sembra un libro riservato ai fan accaniti di Bolaño. Per tutti gli altri, il consiglio è di sfidare le quasi mille pagine di 2666. Ne vale la pena.

Primo amore   ---- - - -

Massimo Lomonaco-


I dispiaceri del vero poliziotto

Come in un vero noir che si rispetti, il romanzo - inedito - di Bolano salta fuori dalle cartellette e dal computer alla morte dello scrittore nel 2003. Un regalo inaspettato perche' 'I dispiaceri del vero poliziotto' e' un'opera vera, perfettamente in linea con la visionarieta' di Bolano. L'edizione che ora l'Adelphi pubblica rispecchia quindi ''il preciso intento di offrire al lettore il romanzo cosi' come e' stato ritrovato, con la massima fedelta' possibile. Correzione e modifiche sono state ridotte al minimo indispensabile'', avverte la nota editoriale di Carolina Lopez. 'I dispiaceri del vero poliziotto' e' stato concepito alla fine degli anni '80 e Bolano ha continuato a lavorarci fino alla morte, ma sarebbe sbagliato pensarlo come il testamento letterario dello scrittore. In realta', l'opera e' assolutamente in linea con lo stile consueto al quale Bolano ha abituato i suoi lettori. A parte forse il titolo che, come spiega nel prologo Juan Antonio Masoliver Rodenas, ''e' lungo, descrittivo, senza il ritmo..., senza stranezze ne' la minima provocazione''.

''Tuttavia - scrive ancora - esso contiene un indizio, in una scrittura disseminata di indizi, e rimanda non tanto ai 'Detective selvaggi' quanto al titolo, altrettanto atipico, del romanzo di Padilla, 'Il dio degli omosessuali'''. Per Masoliver Rodenas, se il 'detective' del romanzo e' Amalfitano, che impernia la dimensione 'metaletteraria' della storia, il 'poliziotto' e' il lettore stesso. Del resto e' stato lo stesso Bolano ad anticipare, parlando del romanzo, che ''il poliziotto e' il lettore, che cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo''.

E cosi', come ogni reale 'piedipiatti', anche il lettore, pagina dopo pagina, si imbatte ad ogni passo ad affrontare solo piste false in un continuo ritrovarsi al punto di partenza. Si parte con il professor Amalfitano approdato in Messico dopo essere stato espulso dall'Universita' di Barcellona per omosessualita'; si passera' poi a conoscere il suo amante, un falsario di dipinti di Larry Rivers; si ritrovera' la bella Rosa Amalfitano della quale sembra innamorato il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho. Nel mezzo di tutto questo una serie di digressioni letterarie, di classifiche, di biografie, sogni rivelatori: insomma, la consueta, scintillante, trama di Bolano.

E alla fine il lettore, anche questa volta, dovra' rassegnarsi a vedere sfuggire i personaggi che continueranno a scappare ben oltre le pagine del libro. E forse non e' un caso che Bolano abbia dedicato il libro a Manuel Puig e Philip K.

Dick: due autori che la dicono lunga sulle preferenze dello scrittore cileno.(ANSA).

Ansa   ---- - - -


la stampa    12/01/2012 -


Torna Bolano, nuova perla metaletteraria

Roberto Bolano, forse più di qualunque altro narratore contemporaneo, è riuscito a costruire dei mondi letterari in grado di irretire il lettore con forza irresistibile, trascinandolo in un'esperienza quasi sempre memorabili. La sua morte prematura, nel 2003 mentre attendeva un trapianto al fegato, resta una delle grandi perdite per la letteratura, non solo di lingua spagnola. La fama Bolano l'ha conosciuta per breve tempo, ma da postumo il cileno è diventato un vero e proprio fenomeno, capace di conquistare migliaia di lettori in tutto il mondo. E così questo 2012 in libreria si apre con un nuovo - se così si può dire - postumo di Bolano, "I dispiaceri del vero poliziotto", che Adelphi pubblica dopo il clamoroso "2666" e i ritrovati "Amuleto" e "Il Terzo Reich". "E' un curiosissimo libro - ha detto Matteo Codignola di Adelphi a TMNews - perché è in un certo senso quello che tutti vorremmo fare quando vediamo un film o leggiamo un libro che ci piace, ossia sapere che cosa è successo ai personaggi dopo quel frammento che abbiamo avuto modo di vedere, leggere o ascoltare. E Bolano ha fatto proprio questo, in una specie di compulsione perché non riusciva probabilmente a separarsi dai suoi personaggi. Chi ha amato Amalfitano,e tutti gli altri, qui li ritrova tutti, da piccoli, da grandi, in altre storie, in altre vite, in altre situazioni. Ed è un grandissimo godimento letterario e metaletterario al tempo stesso".La storia dei "Dispiaceri", curato anche questa volta da Ilide Carmignani, ruota dunque intorno a personaggi già noti ai lettori di Bolano, ma anche all'ennesimo poeta irregolare, Padilla, riedizione omosessuale degli indimenticabili Belano e Lima de "I detective selvaggi", l'unico grande romanzo di Bolano pubblicato in vita. Ora siamo di fronte a un'opera incompiuta, ma che brilla dell'energia febbrile tipica delle pagine più famose del gran cileno, nonché di una struttura circolare - in un senso che sarebbe piaciuto a Borges - fatta di continui rimandi alle altre opere dello scrittore, in un viluppo che è parte integrante del fascino di ogni pagina di Bolano. Come se ci trovassimo di fronte a un eterno ritorno, ma giustamente non è chiaro a che cosa si torni, forse alle suggestioni di quel motto di Democrito amato e ripreso dal fondatore della contemporaneità, Samuel Beckett: "Niente è più reale del niente". E niente, aggiungiamo, è più importante.Una notizia molto importante per i lettori di Bolano, poi, è che Adelphi ha annunciato la ripubblicazione della sua opera omnia. "Bola o in questi anni - ha aggiunto Codignola - è diventato una delle pochissime stelle polari dei lettori e anche degli scrittori del nostro tempo, e quindi pensiamo che la riproposta della sua opera ed eventualmente di cose che ancora non sono uscite, insieme a 2666 aiuti a capire che cosa questo scrittore è stato, ma ancora è, perché è un autore del quale è abbastanza complicato parlare al passato, perché è come se fosse qui". Leggere Bolano, dunque, per provare a dare un senso, una cartografia, forse anomala ma indubbiamente universale, al nostro tempo. "In una situazione caotica - ha concluso Codignola - come quella in cui siamo, Bolano, insieme a Foster Wallace, a Murakami e per certi versi anche a Stieg Larsson, ha scritto libri che sono un po' il segno di questi anni. Poi, che cosa sono e perché lo sono diventati è un discorso che ci porterebbe lontano". Ma forse è proprio lì che questi libri riescono davvero a condurci.

la stampa   ---- - - -


 

sabato 30 luglio 2011

Roberto Bolaño - Il Terzo Reich

 Alfredo Ronci      - 

Roberto Bolaño -  Il Terzo Reich

Adelphi, Pag. 325 Euro 20,00

Hai voglia a dire. Si fanno tante chiacchiere sulla letteratura e sul suo stato di salute. Si fanno tanti discorsi sulla possibilità di trovare vie d’uscita alla situazione stagnante e corriva della narrativa contemporanea e sull’eventualità, quasi miracolistica, di fare i conti con scrittori capaci ed innovativi e poi di punto in bianco ti capita un libro nel senso più classico del termine (anche con le sue differenziazioni), con una storia semplice e coinvolgente, ed ecco che i pruriti ‘intellettualistici' si placano e trovi la pace dei sensi.

Va precisato: stiamo per parlare di un autore straordinario, per certi versi ‘rivoluzionario’, ma è pur vero che non è difficile, nell’eccellenza, spesso trovar buggerature, intese anche nell’accezione più classica… e che fa tanto male.

A otto anni dalla morte del grande scrittore messicano/cileno, Adelphi ripropone un romanzo che appartiene alla prima fase: quella, forse, di una costruzione identitaria che sarebbe poi esplosa in un’opera letteraria con pochi eguali nella letteratura mondiale contemporanea.

Di sicuro Il Terzo Reich mostra una propensione all’indagine psicologica e alla difficoltà interpretativa della realtà già sicura e robusta, ma quel che colpisce di Bolaño è la sua capacità di affascinare il lettore con una rappresentazione dei luoghi magistrale, quasi fotografica.

La storia è semplice (anche se l’aggettivo in Bolaño può avere una risultanza ambigua): Udo Berger, appassionato di giochi di guerra (‘Il Terzo Reich’ è appunto uno svago bellico a cui il protagonista si dedica) si reca sulla Costa Brava in vacanza con la moglie. Qui i coniugi fanno amicizia con un’altra coppia in evidente crisi matrimoniale: dei due l’uomo, ormai affiatatosi con Berger, pochi giorni dopo, sparirà inghiottito dalle onde del mare.

Il corpo verrà restituito settimane più tardi e determinerà in Berger una sorta di confronto con la vita e con i rapporti umani: deciderà di rimanere in Spagna e di assistere alla partenza della consorte. E man mano che la stagione calda si smorza in un precoce grigiore autunnale, il protagonista fai conti col proprio passato (ha una forte attrazione per Frau Else, l’enigmatica proprietaria dell’albergo, già presente quando Berger vi andava in vacanza da ragazzino coi genitori), e con una figura minacciosa (il Bruciato, un gigante del posto che fa il bagnino e che ha il volto deturpato da una larga bruciatura) che gli impediscono il ritorno a casa.
Romanzo per certi versi isherwoodiano o forse ancor meglio, bowlesiano dove alla dinamica della enigmaticità si aggiunge un vago senso frustrante di desolazione e solitudine.

Il lettore non fa fatica ad adattarsi ai cambiamenti climatici e quindi ad una stagione estiva che simbolicamente si spegne verso una precoce fine. Ma nulla di certo vi è in una ‘costruzione’ nient’affatto paradigmatica.

Rispondendo ad un suo interlocutore sorpreso che tenga un diario Berger dice:  
Non sono un poeta, ho sorriso. Mi interesso alle cose quotidiane, compreso quelle sgradevoli, per esempio mi piacerebbe annotare sul mio diario qualcosa di relativo allo stupro.
Un approccio che forse non è proprio un ‘modello’.


Alfredo Ronci

Il paradiso degli orchi   ---- - - -
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  Archivio Bolaño

lunedì 27 giugno 2011

Los sinsabores del verdadero policía - Roberto Bolaño

  Stefano Cristi-

Los sinsabores del verdadero policía - Roberto Bolaño

È un libro non finito, quasi un romanzo. Pubblicato quest'anno de Anagrama, è il frutto di un progetto che Bolaño ha portato avanti per quindici anni, del quale l'unica cosa certa è il titolo (in italiano: i dispiaceri del vero poliziotto), scelto dall'autore fin dall'inizio. Molto del contenuto di queste pagine finirà in 2666, i personaggi quasi tutti, qualcuno tale e quale, altri profondamente cambiati: Arcimboldi, che in 2666 è un tedesco di 2 metri, qui è un nanerottolo. Per giunta francese.

Il poliziotto cui allude il titolo è il lettore "che cerca invano di mettere ordine in questo romanzo indemoniato"(Roberto Bolaño)

Non si tratta di un'operazione commerciale, o per lo meno non solo. Non si sta raschiando il fondo del barile sull'onda del successo commerciale. Sono pagine di altissimo livello, all'altezza della migliore produzione di Bolaño, sono curate e limpide.

Ogni riga lasciata de Bolaño è un regalo.

dal blog di Stefano cristi   ---- - - -
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La literatura nazi en América - Roberto Bolaño

Stefano Cristi -


La literatura nazi en América - Roberto Bolaño

La letteratura nazista in AmericaLa letteratura nazista in America, pubblicato in Italia de Sellerio (l'edizione originale in spagnolo è di Seix Barral) è un volumetto che racchiude una breve storia degli scrittori nati nel continente americano che hanno avuto contatti o hanno dimostrato simpatia nei confronti del regime nazista. Scritto nel tono impersonale di una antologia scolastica è arricchito da un indice analitico dei nomi, delle case editrici e delle riviste, nonché da una ricca bibliografia. L'aspetto che rende unico questo libro è che si tratta di un'opera di finzione dalla prima all'ultima lettera. Roberto Bolaño è sicuramente uno degli scrittori più significativi del XXI secolo (io lo considero tale anche se è morto nel 2003). È anche uno dei miei scrittori preferiti in assoluto. 
 
Si possono forse intravedere le ombre di scrittori realmente esistiti alle spalle dei personaggi, spesso rocamboleschi, dipinti da Bolaño, quello che è certo è che durante la lettura si coglie una lucidissima interpretazione della politica ed una ancor più vivida visione della Letteratura. Il libro si colloca nel terreno poco esplorato della "finzione non narrativa" e lascia una sensazione di costante straniamento oltre al desiderio quasi nevrotico di cercare su Wikipedia informazioni su personaggi che sappiamo inventati. Consiglio appassionatamente di provarlo.
 
 
Stefano cristi dal suo blog   ---- - - -19 dicembre 2010
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2666 di Roberto Bolaño

  Stefano Cristi -


26 dicembre 2010

2666 - Roberto Bolaño

Ho riletto, per la seconda volta, 2666.
Non sono la persona piú indicata per parlarne perchè sono realmente innamorato di questo libro - e del suo autore - e come ogni innamorato mi lascio trasportare.
Quello che io penso è che 2666 segna l'inizio della Letteratura del XXI secolo.
Si tratta di cinque romanzi legati in una struttura unica che ha il suo centro di gravità in un luogo (Santa Teresa) verso cui tutto precipita. In ogni parte lo stile narrativo è differente pur mantenendo un'omogeneità di fondo.
È composto di un migliaio di pagine ma si legge d'un fiato come un racconto.
Attraverso le sue pagine si intravede l'abisso del male e quello del dolore. E sembra che coincidano.
Attraverso molti dei suoi personaggi si intravede il profilo dell'autore, ma anche quello del lettore, in un gioco di rimandi borgesiano...

Ecco lo sapevo sto trascendendo.

PS. In Italia Adelphi ha pensato di pubblicarlo in due volumi indipendenti venduti separatamente. Che gran pensata! Fortunatamente da quest'anno è possibile comprarlo in un unico tomo.
L'edizione spagnola è di Anagrama.

Stefano Cristi dal suo blog: "cheleggo"   ---- - - -
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le vite inventate suonano piu' autentiche delle biografie ufficiali

  Cesare Alemmani -


19 giugno 2011
frammento

In un piccolo libro, tra i meno noti e i più borgesiani della sua produzione, intitolato La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño impila una sull’altra una serie di biografie, tutte rigorosamente inventate, di altrettanti scrittori; esponenti fittizi di una frangia della letteratura sudamericana, questa sì verissima, che al culmine dell’ultradestra europea intrattenne rapporti disinvolti con gerarchi, scrittori, poeti e intellettuali tedeschi, compreso il Fürher in persona.
Il gioco, insieme ironico e invettivo, regge perché le vite inventate di questi letterati suonano in definitiva più autentiche di qualunque biografia ufficiale di scrittori realmente esistiti. Nonostante le infinite iperboli, anzi proprio per queste. Bolaño, scrivendo, operava secondo un principio fondamentale: non c’è niente di più verosimile che esagerare il verosimile.

rivista " Studio" - frammento dell'articolo "Luigi Bisignani, una verissima vita immaginaria"   - - 

sabato 25 giugno 2011

2666, Un sogno che potrebbe portarci ovunque

Libereditor-

Creato il 22 giugno 2011

Un sogno che potrebbe portarci ovunque


 
Forse il modo migliore per leggere 2666 di Roberto Bolaño è immaginarsi in un sogno che potrebbe portarci ovunque. Un sogno strano, bizzarro e strampalato, misterioso e fortemente espressivo. Come in molti sogni o incubi, nella prima sezione del romanzo Bolaño ci fa subito fare la conoscenza con quattro studiosi di letteratura europei interessati all’opera di un oscuro romanziere tedesco di nome Benno von Arcimboldi. Bolaño segue gli intrighi amorosi tra gli studiosi (tre uomini e una donna) e fornisce indicazioni circa la strana carriera di Arcimboldi, che da un certo punto della sua vita ha vissuto come un eremita isolandosi dal mondo. Improvvisamente e inverosimilmente gli studiosi vengono a sapere che Arcimboldi è stato avvistato nel nord del Messico e tre di loro decidono di andarlo a cercare nella città di Santa Teresa dove nel corso di un decennio centinaia di donne sono scomparse nel nulla. Da questo momento in poi, Santa Teresa diventerà il centro di gravità (una sorta di punto cardine che irradia verso l’esterno in ogni direzione) di tutto il romanzo.

Non c’è dubbio che Roberto Bolaño sia un grande scrittore e che questo enorme romanzo (che aveva quasi completato quando morì nel 2003 a cinquant’anni) ha convinto tutti o quasi che si tratti di un capolavoro. Anche se è stato pubblicato come opera unica, 2666 si compone di cinque sezioni indipendenti tra loro (Bolaño originariamente aveva previsto di pubblicare cinque differenti libri).

Forse 2666 è il romanzo epico che Borges non ha mai ha scritto. Indubbiamente è una prova notevole del virtuosismo di Roberto Bolaño e si legge come uno strano puzzle che si rifiuta di conformarsi alle nostre aspettative.
Gran parte della scrittura di Bolaño va al di là di qualsiasi modello letterario riconoscibile e, come I detective selvaggi, ci offre una folla di voci, sottotrame, dettagli, riferimenti e disquisizioni a non finire.
All’inizio sembra informe, goffo o perverso. Poi, una volta che lo si impara a leggere, ci si rende conto che questa sua eccentrica bruttezza è davvero un nuovo tipo di bellezza del tutto inaspettato e che ciò che sembrava sbagliato nella sua scrittura è esattamente ciò che la rende grande.

Roberto Bolaño in 2666 si rivela uno scrittore senza compromessi e un maestro della digressione. La sua prosa è originale e spesso a corto di aggettivi, ma può anche ingannare perché costellata di aforismi, molti dei quali calcolati per invitare al disaccordo appassionato.

2666 è insomma un libro pericoloso, oltre che un emozionante labirinto letterario. Una cronaca del ventesimo secolo che non ha paura di affrontare i luoghi più raccapriccianti della storia. Un’esperienza difficile da scrollarsi di dosso.

libereditor   ---- - - -
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sabato 18 giugno 2011

Roberto Bolaño

Marco Braggion-

"La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto".

Difficile mettersi a scrivere qualcosa di nuovo o di non già stato pensato su Bolaño. Per queste battute ho deciso di selezionare poche cose ripensate in tempi e luoghi altri dalla scrivania-con-laptop su cui di solito mi metto a lavorare: qualche sguardo per strada, qualche frase letta su altri testi, sugli stessi suoi, sui gialli che non ha mai scritto. Memo appuntati di fretta dunque, arrivando fuori tempo massimo, data l’immane mole di avvenimenti, uscite, libri, critiche, apprezzamenti che in questi anni hanno decretato quella che molti, compreso l’Economist, hanno bollato come bolañomania. Poche parole, pochi spunti che cercano di riassumere un classico degli Anni Zero: fuoriposto, postmoderno, epico, massimalista, David Foster Wallace, Radiohead, David Lynch.
Bolaño è fuoriposto perché con la sua produzione riattiva - criticandola - la tradizione letteraria sudamericana. Quando la mania di Marquez, Cortázar, Borges, Allende e soci sembrava essere stata sepolta negli archivi della moda letteraria, che a ondate insabbia od esalta correnti e intere biblioteche di autori troppe volte definiti come ‘essenziali’, viene fuori lui, lentamente, senza pubblicità, e solo grazie al suo valore poetico. Bolaño ci narra in modo nuovo quel mondo magico e oscuro che è il Sudamerica. Il suo non è però il sogno magico di Cent’anni di solitudine. La sua patria virtuale (il Messico) è fatto di delitti atroci, assassinî, gente losca, personaggi poco raccomandabili che vivono in un mondo decaduto e supercontemporaneo, così lontano e così vicino a tutti noi. Frequentandolo ci si sente attraversare le vene dal vento caldo del deserto.
Il critico del quotidiano spagnolo El Pais Ignacio Echevarría (che ha da poco curato il libro di saggi e riflessioni Tra parentesi, edito da Adelphi nel 2009) ha definito bene la sensazione che si ha leggendo i libri del cileno:
“il suo stile di scrittura non è nè realismo magico, nè barocco o localista. Bensì è uno specchio immaginario ed extraterritoriale dell’America Latina: più uno stato mentale che un posto specifico”. 
I due romanzi capolavori/bomba/culto (I detective selvaggi, edito da Sellerio nel 2003 e 2666, edito da Adelphi nel 2007-8) sono intrisi di postmodernità, perché mescolano registri barocchi a liste di morti, giornalismo e storia locale, poesia e pathos, poeti e professionalità scomparse, sogni e realtà in un caleidoscopio che va oltre ogni canone e che rifiuta il tempo, come se l’autore fosse stato consapevole di essere un classico, come se del futuro non gli fosse importato poi così tanto, data la sua statura imperitura, guadagnata a ritmi forsennati di pubblicazione (i suoi dieci romanzi e tre raccolte di racconti sono infatti usciti nell’arco di un solo decennio). In un’intervista ha dichiarato:
“io sono lo scrittore latinoamericano con meno futuro. [...] sono uno di quelli che hanno più passato, che alla fine è l'unica cosa che conta”.
Quello che conta invece nella vita girovaga di Bolaño sono pochi ma fondamentali eventi, che meritano di essere ricordati: nasce in Cile nel 1953, ma si trasferisce nel ‘68 con la famiglia a Città del Messico, dove inizia ad abitare le biblioteche. Cinque anni dopo torna in patria per combattere la dittatura di Pinochet, che aveva appena effettuato il colpo di stato. Qui viene arrestato come spia e sconta la pena otto giorni in carcere, dopo che due suoi amici poliziotti lo liberano. Negli anni Settanta diventa trotzkista e fonda insieme ad alcuni amici e poeti (tra cui Mario Santiago) il movimento d’avanguardia infrarealista che sarà all’origine del suo capolavoro I detective selvaggi, un diario delle scorribande di giovani poeti sudamericani in cerca della fondatrice della loro stessa avanguardia, la poetessa Cesárea Tinajero. L’estetica del gruppo letterario va contro la letteratura ufficiale, utilizzando accenni di surrealismo francese mixati ad elementi dada. Per tutta la sua vita è un’instancabile girovago, finché nel 1977 non sbarca in Europa. Cerca di sopravvivere facendo di tutto, dal lavapiatti al cameriere, dallo spazzino al portiere di notte. Vive per un po’ a Barcellona, ma stanco della metropoli si insedia a Blanes, una città di mare sulla costa brava di Girona.  Qui continuerà a scrivere poesia, ma distrutto dall’eroina (anche se la moglie e il suo amico Enrique Vila-Matas non hanno mai confermato la dipendenza) e dalla povertà, inizia a scrivere romanzi per sopravvivere e per dar da mangiare ai suoi due figli. Il suo 2666 nasce proprio qui, un libro ‘monstre’ di circa mille pagine che contiene tra le altre cose una denuncia contro lo stato di abbandono dell’America latina, territorio offeso da centinaia di delitti irrisolti (i famosi delitti di Ciudad Juárez), ma nel contempo pieno di poesia. Morirà a causa di un tumore al fegato, quando il suo successo sta scaldando i cuori di migliaia di appassionati. Prima di essere scrittore, Bolano è un personaggio. In questo assomiglia ad altre due icone morte prematuramente: David Foster Wallace e su altri lidi Kurt Kobain. Le sue foto con la sigaretta, i suoi occhiali rotondi e sproporzionati, la sua faccia così espressiva e il suo sguardo intenso creano un mito. Un maudit postmoderno che riporta l’epica come strumento narrativo cardine, avvicinando l’iper-realtà al mito. Come se fosse una superstar rock dei Duemila (vedi alla voce Radiohead) Bolaño passa in rassegna mondi incancreniti di realtà cruda e senza speranza di cambiamento: nel lungo capitolo di 2666, La parte dei delitti, ci allieta con visioni e cut-up del miglior Lynch (un film su tutti "Mulholland Drive"), definendo con uno stile a tratti asciutto, a tratti passionale, la realtà del suo e del nostro contemporaneo: spezzettata, complessa, paranoica e perché no, anche allegra. Per approfondire è ovviamente obbligatorio partire dalle sue opere, ma uno dei luoghi virtuali in cui si possono trovare una miriade di informazioni (peraltro sempre aggiornate) è il sito italiano www.archiviobolano.it. Dateci un’occhiata...

Nota del Blog:
La notizia che Bolano fosse tossicodipendente è totalmente falsa.

vedasi l'articolo Bolano falsificato
In realtà non aveva un tumore al fegato ma una malattia a lle vie biliari che
gli fu diagnosticata nel 1992.

mangialibri   ---- - - -

mercoledì 23 febbraio 2011

Il terzo reich secondo Wundergammer

  Lincoln-

30/1/2011

Il terzo reich

“El Tercer Reich” di Roberto Bolano, composto nel 1989 ma pubblicato solo recentemente, postumo, nel 2010, e quasi immediatamente tradotto in italiano da Ilide Carmignano per l’Adelphi, è indubbiamente uno dei pilastri fondamentali della ricezione del moderno fenomeno ludico del wargame sul finire degli anni ’80.
[...]
Lo stesso Bolano, nato in Cile nel 1953 e scomparso a Barcellona nel 2003, è un autore che sta venendo solo di recente riscoperto. Emigrato in Messico a quindici anni, nel 1968, con la famiglia, nel 1973 sarebbe tornato in Cile per appoggiare il governo di Salvator Allende. Ma il golpe militare di Augusto Pinochet pone fine al governo democratico e anche Bolano viene imprigionato dal regime. Fuggito fortunosamente, tornò in Messico dove fondò l’Infrarealismo (1974) assieme ad altri autori, in seguito all’espulsione da parte di André Breton dall’internazionale del surrealismo. In seguito si sarebbe trasferito in Europa (1978) e quindi in Spagna, dove verso il 1980 andò a vivere a Blanes, una città balneare di 30.000 abitanti sulla Costa Brava. L’avvio di una produzione letteraria sistematica iniziò verso 1990, ottenendogli subito un buon successo spagnolo; ma il vero trionfo sarebbe avvenuto dopo la morte, con una certa tipica mitizzazione dello “scrittore impegnato-maledetto” non esente da una buona dose di marketing. A tale proposito, e per un generale approfondimento bio-bibliografico, si veda innanzitutto il valido archiviobolano.it, esaustiva risorsa in lingua italiana sull’autore.

domenica 6 febbraio 2011

Bolaño postumo, le tracce di una grandezza

  Kilgore magazine -

6 febbraio 2911

Bolaño postumo, le tracce di una grandezza

Per chi ancora oggi piange la prematura scomparsa di Roberto Bolaño, l'uscita di un nuovo romanzo postumo dopo l'incommensurabile 2666 è di per sé un evento da festeggiare. Anche perché il vero e proprio boom dello scrittore cileno negli ultimi anni - partito dagli Stati Uniti dove peraltro ne hanno fatto un'improbabile icona di ribellismo giovanilista molto limitativa, oltre che filologicamente scorretta, rispetto alla sua reale grandezza letteraria - ha creato una vera e propria generazione di cultori che attendevano con ansia la pubblicazione de Il Terzo Reich, di cui la stampa parlava ormai da molto tempo. Il libro, edito in Italia da Adelphi, è notevole, e la mano di Bolaño sempre ispirata. Si tratta comunque di un romanzo scritto nel 1989, ossia ancora nove anni prima del grande capolavoro pubblicato in vita, I detective selvaggi, e che mostra in alcune pagine l'ancora non completata metamorfosi dell'oscuro poeta infrarealista nel meraviglioso e magnetico narratore universale capace di raccontare come pochi altri l'orlo dell'abisso. Eppure, seppur talvolta acerbo, Il Terzo Reich è un romanzo bolañiano in tutti i sensi, con alcuni personaggi molto ben riusciti, e alcune frasi che fanno già intravedere l'imminente grandezza. Si può leggere, per esempio, a pagina 29: "Come animali degli abissi, i pattìni formavano un'isola nera in mezzo alla penombra uniforme che copriva la spiaggia. Seduto su un galleggiante di uno di quegli strani veicoli, con la camicia sbottonata e i capelli spettinati, Charly ci stava aspettando". Bellissimo, anche senza contestualizzazione.

ancora i terzo reich

  2666 blog 

6 febbraio 2011


 Bolano terminò questo libro nel 1989, anno in cui si svolgono gli accadimenti che vi sono narrati, e poi lo mise da parte. Anni dopo, parlando con un amico giornalista, spiegò che aveva da parte un romanzo bell'e pronto, ma che, a dirla tutta, si trattava di "una vera merda".

  Solo verso la fine della sua vita, quando già la malattia e la morte lo tallonavano a breve distanza, decise di rimetterci le mani e si accorse, evidentemente, che il suo giudizio non era corretto. Cominciò a trascriverlo al computer, forse pensando ad una eventuale pubblicazione in vita o, più probabilmente, non si convinse mai appieno della sua effettiva bontà, ma decise di porvi mano per lo stesso motivo per cui voleva mettere ordine a tutto il suo archivio di incompiuti: per garantire alla moglie ed ai figli un minimo di ossigeno in previsione della sua morte. Bolano era sicuramente già cosciente di essere divenuto, alla fiine, ciò che aveva sempre desiderato e forse mai sperato, cioè un autore di culto. Quello che sarebbe stato definito un classico. A questo momento, l'ultimo classico.

giovedì 3 febbraio 2011

Il Terzo Reich - Roberto Bolano

  Paolo Petroni -

5 febbraio 2011

Quel che pesa in questo nuovo romanzo di Roberto Bolano, e' il passato, in particolare quello che e' insito, con tutto il suo valore di minaccia, nel wargame da tavolo 'Il Terzo Reich' e quello misterioso alle spalle del Bruciato, uomo ricoperto di ustioni che noleggia pattini sul lungomare e si trovera' a sfidare a quel gioco il protagonista, l'io narrante Udo Berger, anche lui con un suo passato, visto che e' tornato in un Hotel della Costa Brava, a dieci anni dalla sua solare vacanza da ragazzo in quello stesso luogo. Ed e' il peso di questi passato che aiutera' la nuova discesa agli inferi raccontata da questo narratore cileno, maestro di metafisici vuoti esistenziali, scomparso cinquantenne nel 2003 e diventato, solo dopo la sua morte, autore di culto e grande successo grazie alla pubblicazione del suo monumentale capolavoro '2666' (ed. italiana Adelphi), che ha fatto riscoprire anche i tanti libri precedentemente pubblicati da Sellerio (da 'La letteratura nazista in America' a 'I detective selvaggi'). Di '2666' poi proprio Adelphi annuncia di star traducendo quella che pare si possa considerare la sua sesta parte, visto che ha gli stessi personaggi e, salvo qualche incongruenza, ne aiuta la comprensione, 'I dispiaceri del vero poliziotto', ritrovato dattiloscritto tra le carte di Bolano e la cui prima edizione spagnola arriva in questi giorni in libreria.

mercoledì 2 febbraio 2011

La letteratura nazista in America" di Roberto Bolano

  Stefano Crupi -

4 febbraio 2011

Un'antologia di scrittori immaginari che ci parla di un continente e del "triste" mestiere di scrivere


“La letteratura nazista in America” non è la prima raccolta di biografie di scrittori immaginari: lo stesso Roberto Bolaño indicò i capostipiti della sua opera nella “Storia universale dell’infamia” di Jorge Luis Borges, ne “La Sinagoga degli iconoclasti” di Rodolfo Wilcock, senza dimenticare “Ritratti reali e immaginari” di Alfonso Reyes e “Vite immaginarie” di Marcel Schwob. 

Diversamente però dai suoi illustri predecessori, Bolaño dà un taglio originale al suo libro focalizzandosi su un particolare tipo di letteratura, quella nazista. 

La fascinazione dello scrittore cileno per il nazismo non è una novità. In “2066”, la sua opera fiume, nell’ultima parte intitolata “La parte di Arcimboldi”, quella più importante nella quale incontriamo il famoso scrittore evocato in molte delle pagine precedenti, vi è narrata la storia di Hans Reiter, soldato della Waffen SS nella seconda guerra mondiale, coinvolto spesso in rastrellamenti ed eccidi. A spiegarci i motivi alla base di questo interesse è lo stesso Bolaño, in un’intervista che rilasciò nel 1998 all’indomani della pubblicazione del suo libro.

martedì 4 gennaio 2011

Le grandi opere

  Via Pozzo 6 -

Ecco qualcosa che ho letto e non potrò più far finta di non aver letto, come fossi andato a sbattere contro il muro:
Uno degli impiegati era un farmacista quasi adolescente, estrememente magro e con grandi occhiali, che la sera, quando la farmacia era di turno, leggeva sempre un libro. Una volta Amalfitano gli chiese, tanto per dire qualcosa mentre il giovane cercava sugli scaffali, quali libri gli piacevano e cosa stava leggendo in quel momento. Il farmacista gli rispose, senza voltarsi, che gli piacevano i libri tipo La metamorfosi, Bartleby, Un cuore semplice, Canto di Natale. E poi gli disse che stava leggendo Colazione da Tiffany, di Capote. Anche trascurando il fatto che Un cuore semplice e Canto di Natale erano racconti e non libri, i gusti di quel giovane farmacista colto [...] erano indicativi di una preferenza netta, indiscussa, per l’opera minore a discapito dell’opera maggiore. Sceglieva La metamorfosi invece del Processo. Sceglieva Bartleby invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Péuchet e Canto di Natale invece di Le due città o del Circolo Pickwick. Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.
(Roberto Bolano, 2666 – La parte di Amalfitano)

Via Pozzo 6  12 luglio 2010
© 

sabato 1 gennaio 2011

il rumore del vento

  Vincenzo Aiello-

il rumore del vento 

Ho scoperto da relativamente poco il Roberto Bolano, questo autore cileno – morto cinquantenne a Barcellona – e vissuto soprattutto – come si arguisce dalle sue opere – in Messico. Per tante ragioni – morte prematura, biografia non ancora sistematizzata – è destinato, secondo i più avvertiti, a divenire oggetto di culto, a mo’ del già citato e lodato Stieg Larsson, che ha condiviso con lui un percorso di esplosione in libreria post mortem. Dalla lettura di “Amuleto” e “2666” che l’ottima Adelphi nella traduzione sempre viva della Ilide Carmignani ha approntato – a gennaio già si annuncia un altro tomo del nostro – mi sono fatto persuaso che ci troviamo di fronte ad un grande narratore di storie civili.