Marco Braggion-
"La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di
essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece,
di solito è vuoto".
Difficile mettersi a scrivere qualcosa di nuovo o di non già stato
pensato su Bolaño. Per queste battute ho deciso di selezionare poche
cose ripensate in tempi e luoghi altri dalla scrivania-con-laptop su cui
di solito mi metto a lavorare: qualche sguardo per strada, qualche
frase letta su altri testi, sugli stessi suoi, sui gialli che non ha mai
scritto. Memo appuntati di fretta dunque, arrivando fuori tempo
massimo, data l’immane mole di avvenimenti, uscite, libri, critiche,
apprezzamenti che in questi anni hanno decretato quella che molti,
compreso l’Economist, hanno bollato come
bolañomania. Poche
parole, pochi spunti che cercano di riassumere un classico degli Anni
Zero: fuoriposto, postmoderno, epico, massimalista, David Foster
Wallace, Radiohead, David Lynch.
Bolaño è fuoriposto perché con la sua
produzione riattiva - criticandola - la tradizione letteraria
sudamericana. Quando la mania di Marquez, Cortázar, Borges, Allende e
soci sembrava essere stata sepolta negli archivi della moda letteraria,
che a ondate insabbia od esalta correnti e intere biblioteche di autori
troppe volte definiti come ‘essenziali’, viene fuori lui, lentamente,
senza pubblicità, e solo grazie al suo valore poetico. Bolaño ci narra
in modo nuovo quel mondo magico e oscuro che è il Sudamerica. Il suo non
è però il sogno magico di
Cent’anni di solitudine. La sua
patria virtuale (il Messico) è fatto di delitti atroci, assassinî, gente
losca, personaggi poco raccomandabili che vivono in un mondo decaduto e
supercontemporaneo, così lontano e così vicino a tutti noi.
Frequentandolo ci si sente attraversare le vene dal vento caldo del
deserto.
Il critico del quotidiano spagnolo El Pais Ignacio Echevarría
(che ha da poco curato il libro di saggi e riflessioni
Tra parentesi,
edito da Adelphi nel 2009) ha definito bene la sensazione che si ha
leggendo i libri del cileno:
“il suo stile di scrittura non è nè
realismo magico, nè barocco o localista. Bensì è uno specchio
immaginario ed extraterritoriale dell’America Latina: più uno stato
mentale che un posto specifico”.
I due romanzi capolavori/bomba/culto (
I detective selvaggi, edito da Sellerio nel 2003 e
2666,
edito da Adelphi nel 2007-8) sono intrisi di postmodernità, perché
mescolano registri barocchi a liste di morti, giornalismo e storia
locale, poesia e pathos, poeti e professionalità scomparse, sogni e
realtà in un caleidoscopio che va oltre ogni canone e che rifiuta il
tempo, come se l’autore fosse stato consapevole di essere un classico,
come se del futuro non gli fosse importato poi così tanto, data la sua
statura imperitura, guadagnata a ritmi forsennati di pubblicazione (i
suoi dieci romanzi e tre raccolte di racconti sono infatti usciti
nell’arco di un solo decennio). In un’intervista ha dichiarato:
“io sono
lo scrittore latinoamericano con meno futuro. [...] sono uno di quelli
che hanno più passato, che alla fine è l'unica cosa che conta”.
Quello
che conta invece nella vita girovaga di Bolaño sono pochi ma
fondamentali eventi, che meritano di essere ricordati: nasce in Cile nel
1953, ma si trasferisce nel ‘68 con la famiglia a Città del Messico,
dove inizia ad abitare le biblioteche. Cinque anni dopo torna in patria
per combattere la dittatura di Pinochet, che aveva appena effettuato il
colpo di stato. Qui viene arrestato come spia e sconta la pena otto
giorni in carcere, dopo che due suoi amici poliziotti lo liberano. Negli
anni Settanta diventa trotzkista e fonda insieme ad alcuni amici e
poeti (tra cui Mario Santiago) il movimento d’avanguardia infrarealista
che sarà all’origine del suo capolavoro
I detective selvaggi,
un diario delle scorribande di giovani poeti sudamericani in cerca della
fondatrice della loro stessa avanguardia, la poetessa Cesárea Tinajero.
L’estetica del gruppo letterario va contro la letteratura ufficiale,
utilizzando accenni di surrealismo francese mixati ad elementi dada. Per
tutta la sua vita è un’instancabile girovago, finché nel 1977 non
sbarca in Europa. Cerca di sopravvivere facendo di tutto, dal lavapiatti
al cameriere, dallo spazzino al portiere di notte. Vive per un po’ a
Barcellona, ma stanco della metropoli si insedia a Blanes, una città di
mare sulla costa brava di Girona. Qui continuerà a scrivere poesia, ma
distrutto dall’eroina (anche se la moglie e il suo amico Enrique
Vila-Matas non hanno mai confermato la dipendenza) e dalla povertà,
inizia a scrivere romanzi per sopravvivere e per dar da mangiare ai suoi
due figli. Il suo
2666 nasce proprio qui, un libro ‘monstre’
di circa mille pagine che contiene tra le altre cose una denuncia contro
lo stato di abbandono dell’America latina, territorio offeso da
centinaia di delitti irrisolti (i famosi delitti di Ciudad Juárez), ma
nel contempo pieno di poesia. Morirà a causa di un tumore al fegato,
quando il suo successo sta scaldando i cuori di migliaia di
appassionati. Prima di essere scrittore, Bolano è un personaggio. In
questo assomiglia ad altre due icone morte prematuramente: David Foster
Wallace e su altri lidi Kurt Kobain. Le sue foto con la sigaretta, i
suoi occhiali rotondi e sproporzionati, la sua faccia così espressiva e
il suo sguardo intenso creano un mito. Un maudit postmoderno che riporta
l’epica come strumento narrativo cardine, avvicinando l’iper-realtà al
mito. Come se fosse una superstar rock dei Duemila (vedi alla voce
Radiohead) Bolaño passa in rassegna mondi incancreniti di realtà cruda e
senza speranza di cambiamento: nel lungo capitolo di
2666, La
parte dei delitti, ci allieta con visioni e cut-up del miglior Lynch (un
film su tutti "Mulholland Drive"), definendo con uno stile a tratti
asciutto, a tratti passionale, la realtà del suo e del nostro
contemporaneo: spezzettata, complessa, paranoica e perché no, anche
allegra. Per approfondire è ovviamente obbligatorio partire dalle sue
opere, ma uno dei luoghi virtuali in cui si possono trovare una miriade
di informazioni (peraltro sempre aggiornate) è il sito italiano
www.archiviobolano.it. Dateci un’occhiata...
Nota del Blog:
La notizia che Bolano fosse tossicodipendente è totalmente falsa.
vedasi l'articolo
Bolano falsificato
In realtà non aveva un tumore al fegato ma una malattia a lle vie biliari che
gli fu diagnosticata nel 1992.
mangialibri
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