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giovedì 18 luglio 2013

“2666”: Bolaño nell’abisso

Alessio Mirarchi -

15 luglio 2013

“2666”: Bolaño nell’abisso



Quando in un’intervista la scrittrice Carmen Boullosa gli domandò come avrebbe voluto essere ricordato, Bolaño rispose: «È una battaglia futura». Che siamo critici spocchiosi convinti di poter spiegare la sua opera agli altri, vedove risentite e senza scrupoli che vendono i diritti dei suoi libri al migliore offerente (che, come scrisse lui stesso, «molte volte è anche il peggiore») o ancora agenti letterari spietati che trattano i libri come fossero patate al mercato, possiamo stare certi che Bolaño sta ridendo a crepapelle proprio di tutti noi dalle acque del mare di Blanes dove riposano le sue ceneri.

Quello che ci ha lasciato lo scrittore cileno è un testamento irriverente e che getta sale sulla ferita aperta delle nostre vite, solo in apparenza perfette e senza macchia. Per ricordarlo oggi, a dieci anni dalla sua prematura scomparsa, non possiamo che rimarcare l’estrema irriverenza e lo spirito polemico e iconoclasta che caratterizzano tutte le sue opere. Scegliamo quindi di parlare di 2666, pubblicato postumo nel 2004 e edito in Italia da Adelphi, proprio perché questo libro sembra essere il punto più alto del suo percorso di ricerca in letteratura, il luogo dove confluiscono le linee spazio-temporali di una vita dedicata ai libri e alla scrittura, all’amore e alla sconfitta.

Ciudad Juárez è una città dello stato di Chihuahua, nel nord del Messico. Situata al confine con gli Stati Uniti, forma un unico agglomerato urbano con El Paso, Texas. A unire le due città ci sono dei ponti che attraversano il fiume Rio Grande, confine naturale fra gli Stati Uniti d’America e il Messico. Per la sua posizione geografica, Ciudad Juárez ha conosciuto negli ultimi cinquant’anni un’incredibile crescita. Grazie ai piani di sviluppo varati agli inizi degli anni Sessanta del Novecento e all’accordo di libero scambio tra il governo federale messicano, gli Stati Uniti e il Canada entrato in vigore il 1 gennaio 1994 (Nafta – North American Free Trade Agreement), molte aziende statunitensi hanno stabilito impianti industriali (denominati maquiladoras) oltre il confine, allettate dalla possibilità che veniva loro offerta di sfruttare la manodopera a basso costo del Messico e di importare nel paese latinoamericano macchinari e materiali praticamente esentasse. Da quel momento i pezzi per l’assemblaggio di frigoriferi, televisori, forni, telefoni cellulari, ecc. hanno cominciato a varcare la frontiera per finire tra le mani di messicani (in maggioranza donne) che li lavorano per circa 4 euro al giorno, turni di 45 ore a settimana. I prodotti finiti vengono poi caricati di nuovo sui camion che attraversano la frontiera sulla rotta Sud-Nord per essere poi immessi sui mercati occidentali.

È la globalizzazione. Lo stallone dell’economia lanciato di gran carriera sulla strada della ricchezza, senza regole e senza controlli. Una ricchezza che pare offrire opportunità proprio a tutti. E così Ciudad Juárez è diventata una delle città più popolose del Messico in tempo record. Ha attirato centinaia di migliaia di persone (in maggioranza donne) dalle regioni più sottosviluppati del Messico meridionale e dell’America Centrale che, in attesa di varcare il confine per entrare negli Stati Uniti, trovano impiego presso le maquiladoras e si arrangiano a vivere in baracche (tanto sarà per poco) senza acqua potabile e talvolta senza elettricità per andare a popolare le periferie della città ingrossatesi ormai fino a invadere le zone desertiche da cui è circondata. Tuttavia, la frontiera fra il primo e il terzo mondo è sempre più difficile da varcare in direzione nord, e così accade spesso che queste donne si ritrovino a vivere a Ciudad Juárez a tempo indeterminato, almeno finché non finiscono violentate e uccise in un’area abbandonata di periferia, con i vestiti strappati e le ossa lasciate a marcire sotto il sole. Perché nel periodo 1993-2004 circa 600 donne sono sparite e circa 475 sono state ritrovate morte dopo essere state violentate, la maggior parte era di età compresa fra i quattordici e i venticinque anni. Il 60% delle vittime era impiegato presso una maquiladora, tutte quante appartenevano a famiglie estremamente povere, oppure si trovavano a Ciudad Juárez da sole, senza alcun parente che potesse poi denunciarne la scomparsa.

Ma Ciudad Juárez non è solo il «laboratorio del nostro futuro», come la definì Charles Bowden. Paradiso della deregolamentazione in materia economica, non è solo l’avamposto delle orde barbariche di poveri che pressano alle porte del primo mondo in attesa di poter usufruire delle belle cose che essi stessi hanno contribuito a creare. Ciudad Juárez è anche la sede di uno dei più potenti cartelli della droga dell’America Latina affermatosi a metà degli anni Novanta, e per cui il Nafta è stato sicuramente vantaggioso. I  narcos messicani hanno fatto fortuna come intermediari grazie alla posizione geografica del loro paese. Trasportano la cocaina e l’eroina dalla Colombia, dalla Bolivia e dal Perù verso il più grande mercato degli stupefacenti del mondo: gli Stati Uniti d’America.  La presenza dei narcotrafficanti fa di Ciudad Juárez uno dei territori più pericolosi sulla faccia della Terra, la città che dal 2009 si aggiudica ogni anno il triste primato del più alto tasso di omicidi al mondo. E nella città di frontiera, nel periodo 1995-2000, il 44% delle vittime di omicidi volontari era di sesso femminile, se si considera che in tutto il Messico le donne vittime di omicidi volontari sono appena il 10% del totale si capisce perché si parli di un’agghiacciante anomalia che non può essere derubricata a naturale conseguenza di un generale clima di violenza.

Quel pezzo di frontiera fra Stati Uniti e Messico è stato definito «zona grigia» dal criminologo statunitense Robert K. Ressler, il territorio senza regole e leggi dove decine, forse centinaia, di serial killer possono riversarsi anche dalla vicina El Paso per commettere impunemente i loro efferati delitti. L’abisso, il buco nero – potremmo dire, per cominciare a introdurre il discorso su 2666 – il luogo dove le perversioni degli uomini sono lasciate libere di sbizzarrirsi, senza regole e senza controlli (proprio come con l’economia di mercato).
«Sa cosa voglio che faccia? Disse la deputata. Voglio che scriva su questa storia, che continui a scrivere su questa storia. Ho letto i suoi articoli. Sono buoni ma spesso spara a vuoto. Io voglio che spari a colpo sicuro, sulla carne umana, sulla carne impune e non su ombre. Voglio che vada a Santa Teresa e la fiuti bene. Voglio che la morda».

La persona a cui si rivolge la deputata è l’equivalente letterario di Sergio González Rodríguez, giornalista messicano esperto dei femminicidi di Ciudad Juárez che Roberto Bolaño volle incontrare nel periodo in cui stava scrivendo 2666. Alcuni amici comuni li misero in contatto, anche se in realtà le pressioni più forti furono fatte dallo stesso Bolaño che aveva preso ad appassionarsi sempre di più alla storia delle donne morte al confine fra Messico e Usa. I due si scrivevano spesso, e il cileno non nasconde la sua ammirazione per il lavoro del giornalista messicano che lo aiutò anche con suggerimenti di carattere tecnico a stendere parte della sua mastodontica opera-mondo pubblicata postuma. 2666 è un libro diviso in cinque parti (Bolaño stesso specificò che l’ordine in cui si possono leggere è del tutto libero) e una delle più corpose si intitola «La parte dei delitti»:un blocco di trecento pagine in cui vengono narrati i ritrovamenti di centinaia di corpi di donne violentate e mutilate. La città dove avvengono questi ritrovamenti si chiama Santa Teresa ed è il corrispondente letterario di Ciudad Juárez.

Santa Teresa è il punto verso cui convergono (o da cui partono?) tutti gli innumerevoli rivoli narrativi che scorrono tra le mille pagine di 2666, il buco nero che divora le luci del misterioso scrittore Benno Von Arcimboldi (nome d’arte di Hans Reiter) e degli altri personaggi che popolano questo libro. Bolaño guarda quelle cose e quelle persone che nessuno di noi vorrebbe vedere, e ci restituisce i ritratti di sconfitti (vittime del successo di altri) che pure non cedono mai all’autocommiserazione, ma che portano con orgoglio la loro etichetta di outsider stampata sulla fronte.

Sono i coraggiosi, quelli che non hanno paura della morte, quelli che ogni  giorno la sconfiggono, così lontani da noi che vorremmo tenerci alla larga dall’abisso mentre viviamo nell’ossessione della paura di fallire. I personaggi di Bolaño hanno successo solo nell’arte di essere sconfitti: quello che sembra essere il personaggio più importante del libro, appunto lo scrittore Benno Von Arcimboldi, addirittura fugge dal successo. I lettori che amano i suoi libri darebbero oro per vedere anche solo una sua fotografia, ma lui si rinchiude in un isolamento quasi totale ed erge barriere insormontabili contro la notorietà. Ed è interessante, da questo punto di vista, capire dove vanno a perdersi le tracce di tale personaggio: non nella città di Santa Teresa, distesa di cemento e sabbia che aveva già fagocitato le storie (o le vite?) dei personaggi comparsi nelle altre quattro parti del libro, ma in Messico. L’ultima frase di 2666 recita così: «Poco dopo uscì dal parco e la mattina dopo partì per il Messico». Il luogo della perdizione non è più una città, ma una nazione intera dell’America Latina, il buco nero si è allargato, il Messico tutto si è trasformato in frontiera.

Nell’epoca del villaggio globale, dei grandi flussi migratori che partono dai paesi sottosviluppati in direzione delle porte del primo mondo, nell’epoca in cui viaggiare è diventato facilissimo e praticamente alla portata di tutti – «Esisteva solo il movimento, che è la maschera di molte cose, compresa la serenità» –, diventa ancora più difficile ignorare i segnali d’allarme che giungono dal fronte. Più appropriato sarebbe stato scrivere «frontiera» ma la sensazione è che i conflitti sociali nella nostra epoca siano sempre più forti. In ambito economico ad esempio, abbiamo il presentimento che nemmeno le retrovie siano più al riparo da certe trasformazioni che fino a poco fa riguardavano soltanto le zone periferiche del mondo.

2666 è il libro del Male della nostra epoca. Le vicende narrate, infatti, attraversano tutto il Novecento, dal primo dopoguerra (Hans Reiter nasce nel 1920) alla fine degli anni Novanta. Nel buco nero si annulla anche il tempo. Si parte dalla seconda guerra mondiale (a cui Reiter prende parte come soldato) e dall’Olocausto per finire con i femminicidi di Ciudad Juárez. Le vittime ultime di un tempo malato, abitato da uomini malati, su una terra dove non esistono più retrovie sicure, ma solo fronti, terreni di scontro, frontiere da difendere. Ma anche se la crisi in cui è sprofondato il nostro sistema di sviluppo economico negli ultimi anni ci autorizzerebbe a estendere il discorso al mondo intero, per esigenze di spazio restringiamo il campo, e ci limitiamo a parlare della frontierizzazione della sola America Latina, un continente che nel secolo scorso ha conosciuto i più efferati atti di violenza politica e di sopraffazione mai perpetrati da parte di potenze straniere interessate ad appropriarsi di ricchezze naturali altrui.
«In qualche misura tutto quello che ho scritto è una lettera d’amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo [...]. Tutta l’America Latina è disseminata delle ossa di questi giovani dimenticati».

Giovani che sono caduti nell’abisso della storia del Novecento, nei garage segreti di Buenos Aires sotto la giunta militare di Videla, nelle fosse comuni del Guatemala degli anni Ottanta, in Colombia, in El Salvador e in Perù, a Tlatelolco in Messico, all’Estadio Nacional de Chile nel 1973. Bolaño non è mai stato uno scrittore molto attivo politicamente. La sua esperienza di militanza politica si limita a un breve periodo trascorso in carcere a seguito del colpo di stato di Pinochet in Cile dove si era recato dal Messico in seguito all’entusiasmo che aveva provocato in lui l’elezione del presidente Salvador Allende. Uscì di galera grazie alla complicità di due guardie che lo riconobbero in quanto loro vecchio compagno di classe ai tempi delle elementari. Tornò in Cile soltanto venticinque anni dopo per un brevissimo soggiorno e, con l’eccezione di alcuni saggi in cui critica i nuovi populismi latinoamericani contenuti in
 Il gaucho insostenibile, mostrò poco interesse per le sorti politiche del suo paese o dell’America Latina intera. Il passo citato sopra è tratto dal discorso che scrisse per la cerimonia di consegna del premio Rómulo Gallegos del 1999 e ci fa capire che Bolaño era in realtà molto lontano dall’immagine di scrittore chiuso nella torre d’avorio che il suo silenzio poteva suggerire. Come scrive Ignacio Echevarría, Bolaño è diventato «il bardo dell’America Latina, di una generazione di giovani poeti latinoamericani che persero la vita nell’abisso di un continente perduto nel quale l’esilio è la figura epica della desolazione e della vastità».
«I gusti di quel giovane farmacista colto […] erano indicativi di una preferenza netta, indiscussa, per l’opera minore a scapito dell’opera maggiore. Sceglieva la metamorfosi  invece del processo. Sceglieva Bartleby invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Pécuchet e Canto di Natale invece di Le due città o del Circolo Pickwick. Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore».

Bolaño dedicò gli ultimi anni della sua vita alla scrittura di 2666, da quando capì che i suoi giorni erano praticamente contati (a causa di una malattia epatica che poi di fatto lo portò alla morte nel luglio del 2003) si cimentò senza posa nella costruzione di un libro che gli succhiò via le ultime energie vitali. Una corsa estenuante contro il tempo («Non ho molto tempo, sto morendo», dice uno degli scrittori apocrifi verso la fine del romanzo) che ovviamente non gli permise di mettere gli ultimi tasselli a posto. Ma in fondo è anche giusto che sia andata così. Impavido a cimentarsi in questa impresa, è ancora più bello per noi constatare che sia stato sconfitto. Certo, si dirà, l’esito è scontato quando l’avversario è la morte, che pure concede a Bolaño la magra soddisfazione di farsi catturare e mettere su (o sarebbe meglio dire «sotto»?) carta in questo libro.

2666 è come un emblema del capolavoro mancato, dell’occasione persa. È la letteratura in potenza, la massa di una supernova mentre collassa sotto il proprio peso, fotografia di quelle cose di cui solitamente possiamo soltanto parlare ma che in questo caso riusciamo anche a vedere, perché hanno un corpo (più di mille pagine) e un’anima espressi in prosa. 2666 è per la letteratura quello che il buco nero è per la fisica. Gli strumenti critici che abbiamo a disposizione possono aiutarci a descriverlo, ma definirlo richiederebbe dei nuovi modelli di riferimento.
«Allora, che cosa è la qualità della scrittura? È quello che è sempre stato: essere in grado di cacciare la testa nel buio, essere capaci di saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è essenzialmente un mestiere pericoloso. Come correre sull’orlo del precipizio: da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti amati, volti amati che sorridono, e i libri e gli amici, e la tavola».

Indagare sui femminicidi di Ciudad Juárez per uno scrittore significa calarsi nell’abisso per dare al lettore la possibilità di guardarlo con i suoi occhi. È proprio la nostra condizione di lettori a offrirci la possibilità di guardare l’abisso, e se siamo abbastanza cauti non verremo trascinati a fondo.
L’abisso è la frontiera, il luogo dove vengono alla luce le contraddizioni di un villaggio globale che crea violenza e scontro nel tentativo di uniformare popoli e culture inconciliabili.
L’abisso è l’America Latina, continente sopraffatto dalla storia mondiale, attore non protagonista, spazio della prevaricazione del normale sul diverso, del ricco sul povero, del perdente sul vincente. Roberto Bolaño ha scelto di mettere al centro delle sue opere le vittime, gli esclusi, quelli che hanno creduto in un sogno di benessere rivelatosi poi irraggiungibile per loro, i milioni di persone sulle cui spalle è costruito il modello di sviluppo e la ricchezza dei paesi occidentali. I cadaveri di donna lasciati a marcire nel deserto del Sonora rappresentano solo alcuni dei danni collaterali del nostro stile di vita, lo sporco da nascondere sotto il tappeto, i mostri da ricacciare nell’abisso.

(Roberto Bolaño, 2666, trad. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2009, pp. 963, euro 24)

[Una versione più ampia di questo articolo, con il titolo: «I femminicidi di Ciudad Juárez in Ossa nel deserto e 2666», è stata pubblicata nel giugno 2012 sulla rivista  Pagine inattuali.]

Flanerì   15 luglio 2013
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mercoledì 29 maggio 2013

Di cosa (non) parla 2666 di Roberto Bolaño?

   Andrea Meregalli -


Di cosa (non) parla 2666 di Roberto Bolaño?

Poi prometto che non scrivo più a proposito di 2666  di Roberto Bolaño, vediamola così: per una rubrica come Trame contro Trame, 2666 (Adelphi) è un po' come un bicchiere d'acqua fredda una mattina d'estate, che c'è caldo, caldissimo, e la sera prima s'è mangiato alici piccanti, pizza cruda e bevuto birra col limone, tanta tanta birra col limone. Avete presente?

A libro chiuso – facciamo a e-reader spento – dopo mille pagine, mille nomi e mille storie, la prima considerazione che s'è affacciata al mio cervelluzzo ancora tramortito da cotanta baldanza prosaica è: Roberto Bolaño ha quella capacità di fotografare e ramificare il mondo – un mondo – tipica degli scrittori fantasy; Roberto Bolaño potrebbe chiamarsi John Ronald Reuel Tolkien, Clive Staples Lewis oppure George R. R. Martin.

In 2666 non ci sono draghi, non ci sono elfi – è vero – non ci sono anelli, troni, spade, non c'è araldica medievale, non ci sono armadi, leoni, streghe, però c'è parte del resto, un minimo comune denominatore che grava sugli intrecci esistenziali, mette in relazione vite lontane, paesi lontani, momenti lontani, gesti all'apparenza poco significativi; c'è l'abilità di unire tratteggi, di spostare la cinepresa, di raccontare sempre di tutti e mai di nessuno.

Bolaño non inventa alcun mondo, – il mondo è, purtroppo, sin troppo reale ed è il (n)(m)ostro mondo – ma gonfia i propri talentuosissimi polmoni e ne allarga il respiro, muovendosi a cavallo di due continenti, decine di città, centinaia di caratteri, migliaia di possibilità.

Probabilmente, come dice Alessandro Baricco, 2666 è un libro sul male e sul mistero dei viventi, non lo so, non lo sa nemmeno lui, Baricco, e, probabilmente, come dice il nostro Jacopo Cirillo, i libri non sono fatti per essere capiti ma per essere raccontati, non lo so, lo sa lui, Jacopo; da parte mia, se qualcuno dovesse chiedermi di cosa parla 2666 di Roberto Bolaño, risponderei che parla del mondo, risponderei che è come leggere una fotografia del mondo, risponderei che leggerlo, decidere di leggerlo, significherebbe accettare una sfida e relazionarsi con un'opera ambiziosa, monumentale, che ha inteso raccontare tutto prima di lasciarcelo sfogliare.

Finzioni 29 maggio 2013   - - - -
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UNA CERTA IDEA DI MONDO - 2666

Alessandro Baricco -

UNA CERTA IDEA DI MONDO

Repubblica 30 settembre 2012   -

Quel che ricordo bene è l' sms che un mio amico scrittore (Dario Voltolini, uno che tra l' altro scrive da dio) mi mandò qualche settimana dopo che gli avevo ingiunto di leggere 2666. Ecco il testo: 
" Letto Bolaño. Cambiato mestiere."
 Difficile essere più esatti e concisi. In genere, se scrivi libri, leggere i libri dei contemporanei ti procura una certa autostima, talvolta ti stimola alla sfida, ogni tanto ti fa percepire amaramente i tuoi limiti: molto di rado ti schianta. Io, se si parla di scrittori viventi, questa brutta esperienza l' ho fatta solo due volte: con Foster Wallace e con Bolaño. Adesso voi direte che quei due sono morti, e se ci atteniamo alla realtà avete ragione, ma mi permetto di catalogarli tra i viventi perché chi muore a libri ancora caldi non è morto davvero, o almeno così la penso io. Quindi, loro due. Che per molti versi mi viene sempre più da tenere vicini nella memoria, ma solo in parte per il loro destino mozzato, e piuttosto per un' altra caratteristica che li accomuna e li strappa fuori dal gruppo: la strafottenza. La dismisura. Lo sfoggio impudente di bravura. Nei loro libri migliori c' è molto di più di quello che sarebbe bastato a sancire la semplice verità che a loro, quel gesto, riusciva molto meglio che agli altri. Evidentemente non scrivevano per scalare classifiche, ma per scalare il proprio talento, che poi sarebbe l' unico modo giusto di fare la cose.

 Adesso dovrei forse spiegare in cosa consista la magnificenza di 2666 ma volentieri rimando la cosa per annotare quel che è utile sapere della sua genesi. Intanto, non chiedetemi perché si intitola così, nessuno lo sa. Lui lo sapeva, pare, ma neanche quello è sicuro. 
Seconda cosa, 2666 non è un libro, ma cinque libri. E' una vicenda curiosa, uno di quei casi in cui lo scrittore si comporta come uno dei suoi personaggi (circostanza che fa molto godere i lettori e molto irritare gli scrittori). Agli inizi degli anni ' 90, quando era più o meno quarantenne, Bolaño seppe che probabilmente non gli rimaneva molto da vivere (glielo dissero dei medici, non una chiromante in Piazza Navona). Aveva una compagna e due figli. Così pensò bene di scrivere un po' di libri e di tenerli lì, da parte, perché uscissero uno per uno dopo la sua morte, così da mantenere la famiglia, nel tempo (un personaggio da romanzo di Bolaño, l' ho detto). Poi, in effetti morì, a cinquant' anni, nel 2003, e quel che successe è che i suoi eredi, letti i cinque libri, pensarono che erano un gesto solo, e decisero di pubblicarli tutti insieme, sotto un solo titolo, assumendosi una responsabilità non da poco. Il risultato è un unico romanzo che ne contiene cinque: il rapporto tra loro è evanescente, a volte chiarissimo, spesso inesistente. Una prossimità distante. Io, dico la verità, ne ho letti quattro su cinque. L' ultimo me lo sono tenuto da parte, un po' perché ero schiantato, come ho avuto modo di dire, e un po' perché tenerne uno per il futuro mi è parso un omaggio tardivo, ma sincero, alle intenzioni di Bolaño. Mentre leggevo il primo, rapito, mi accadde che qualcuno mi chiedesse: di cosa racconta? Ricordo bene la mia risposta: non lo so, non è importante. Adesso ritorno a quella risposta e mi piacerebbe ricostruire il lungo percorso mentale che finii per raccogliere in sei parole, perché se ne fossi capace allora potrei dire di avervi spiegato in cosa consiste la bellezza di questo libro. Ma non è facile. 

Ricordo che il punto da cui partiva tutto era la prosa di Bolaño, divinamente fluida, eppure esatta oltre ogni dire: come se le cose, naturalmente, fossero destinate da sempre a diventare frasi. Nessuno sforzo apparente, nessuna frizione. Chiare, fresche, dolci acque: per pagine e pagine, collezionando grandi storie e minimi dettagli senza increspare praticamente mai il pelo dell' acqua. A quei livelli di limpidezza, il vero spettacolo diventa il disporsi delle storie una accanto all' altra, o dentro l' altra, con una mitezza che nella vita non risulta, e nei libri è sempre il risultato di un processo: lì invece era qualcosa che si sostituiva a qualsiasi processo: era un delizioso dato di fatto. 

Così, pur registrando che il libro era pieno di storie (rigurgitava, in modo strafottente, di storie, per dirla tutta) quando mi chiesero cosa raccontava risposi come potrebbe rispondere uno chino su un puzzle da duemila pezzi alla domanda: cos' è?, montagne svizzere o un Rembrandt? Non lo so più, non è importante. E' il mite, morbido incastrarsi dei pezzi che è importante: è l' irragionevole promessa, mantenuta, che per ogni pezzo dell' esistente ce ne sono altri nati per stare accanto a lui, e per farlo con una morbidezza direttamente proporzionale alla fatica di trovarli nel gran mucchio del tutto. 

Comunque, nel caso di 2666, non si tratta né di montagne svizzere né di un Rembrandt. Credo che sia una cosa tipo Il male. Ma non ci giurerei. Il male e la delizia dei viventi, forse. O Il male e il mistero dei viventi. Insomma, non lo so, di preciso. Magari, il giorno che finirò il puzzle lo saprò. Nel caso, mi faccio vivo

Repubblica 30 settembre 2012   -
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2666
  •introduzione   •indice   •T.Giannotti   •M.Bono   •B.Arpaia   •P.Collo   •E.Di Mauro   •M.Dotti   •J.Riera   •D.Brogi   •A.Castaldo  •R.Fresan   •M.G.Roca 2   •F.Goldman   •D.Voltolini   •E.Lago 3-4   •S.G.Rodriguez   •E.Trevi   •P.Espinosa   •R.Schenardi 2  •A.Candia iii/iv   •N.Wimmer 2   •M.Valdes   •J.Lethem   •A.Pauls   •P.Smith   •P.Di Marca   •B.Levinson   •R.Zurita   •C.Walker  •A.Bejarano   •P.P.Alday   •A.Preston   •E.Turner   •C.Pinto   •E.Turner 2   •F.Fava   •A.Coiro   •R.Cabrera




venerdì 24 maggio 2013

Roberto Bolaño - 2666

Tazzina di Caffe - 30 giungno 2013



Roberto Bolaño, 2666, Adelphi

C'è un motivo per il quale sono passati così tanti giorni dall'ultimo post. E il motivo è che, ritagliando del tempo al non-tempo di pensieri, cambiamenti, paure, gioie e terrori, ho cercato di finire 2666. Travolta dal frullatore del Salone, non ho però trascurato la mia passione per le coincidenze o, chiamateli, se volete, segni del destino.

Il Cile era infatti il Paese ospite di questa edizione. E quella scritta al Lingotto qui di Torino, Chile, mi accoglieva tutte le mattine in quelle strane giornate. Ma, naturalmente, non basta. 

A presentare il mio primo romanzo, alla sua prima presentazione, come vedete dalle ultime foto dell'ultimo post, c'era Dario Voltolini. Che, per fare un paragone calcistico che capiscano anche i maschi all'ascolto, per me era come per un ragazzino tifoso fare due tiri non lo so con Totti o Del Piero, in uno stadio vero, con le scarpette vere e il pubblico vero che aveva pagato il biglietto vero e un panino e una birretta veri e ti guardava in attesa distratta ma in verità vigile che tu faccia qualcosa non dico di buono ma di decente, senza perdere la dignità. 

Quando è apparso, dopo mie svariate telefonate di richieste di rassicurazioni - "Dario... domani,  verrai, vero, sicuro, verrai?" - ho pensato a un miracolo. Non è uno scherzo. 

Una volta una persona cara mi ha detto: "l'amore è un miracolo". Ma non solo, anche l'amicizia lo è. E anche questa cosa che è accaduta a me di Dario Voltolini che appare. Cioè che Dario Voltolini abbia letto il mio romanzo. E l'abbia presentato e descritto davanti a tutte quelle persone allo Spazio Incontri una decina di giorni fa. Devo ancora capire bene, ma è una cosa talmente bella che stento a riconoscerla nella mia mente, come una luce un po' troppo abbagliante.

Ma non solo, non solo. Qualche tempo fa, avevo letto questo articolo qui  di Baricco. Che, per chi conosce un pochino questo blog, sa essere un'altra delle mie divinità. Baricco lì scriveva che gli era arrivato un giorno un sms del suo amico e scrittore & genio Dario Voltolini (ovvero, badate bene, lo stesso che vi dicevo io) in cui scriveva questa frase: "Letto Bolaño. Cambiato mestiere". 

Ne ero rimasta impressionata. E avevo comprato il libro. 

Chi osa far cambiare mestiere a Dario Voltolini, per l'amor del cielo?

Un libro enorme. Che sono cinque insieme e si possono leggere a piacimento. Un po' come Rayuela di Cortázar. E un po' come quel libro, anche questo è considerato un'opera-mondo in cui c'è tutto, sostanzialmente il problema del male, della vita, della morte, dell'amore e del mistero. E della letteratura. Che è un mistero, e un miracolo ed è amore allo stato puro, nel senso di creare spazio per l'altro, ovvero il lettore, o almeno così sto capendo io nelle mie ricerche indefesse su cosa sia l'amore, prima o poi lo capirò, spero. 

Dunque. Se Voltolini ha cambiato mestiere dopo questa lettura, potete ben immaginare cosa può essere successo a me. 

In questi dieci giorni in cui ho tentato di riprenderlo (l'avevo già iniziato). Ho cominciato dal fondo, così mi sto tenendo il primo come ultimo. E saltando dei pezzi, lo dico per onestà. E non l'ho finito ancora. Ma anche Baricco ha detto di averne letti quattro su cinque, tenendosene volutamente uno da parte come buon auspicio e, se ho ben capito, consonanza con le volontà all'incirca dell'autore stesso, dalla breve e intensa vita mortale.

A me ha dato il capogiro. Oggi, ad esempio, che leggevo parti del primo, stavo male.

C'è da dire che sto attraversando un passaggio di vita particolare. Mi sento sperduta, ma lo dico così per dire, non per lamentarmi, ma perché siamo un po' come a casa mia qui e vi racconto allegramente i miei fatti. Comunque in alcuni momenti di transizione come il mio, i libri come questo sono fondamentali. Ci stanno proprio come il cacio sui maccheroni. E più precisamente, libri così li scelgo sempre proprio quando il gioco si fa duro, come a voler alzare la posta in gioco della sfida, e, mi auguro quindi, della ricompensa.

Ma questo discorso c'entra poco con il libro in sé e forse più con l'intento dell'autore, posto che ve ne sia uno. Sempre Baricco dice che di lui, come di David Foster Wallace, lo ha colpito la strafottenza. La dismisura. Come è vero! E come sono le più pregnanti nella vita poi alla fine proprio le cose più strafottenti, le cose pazzamente folli e rivoluzionarie?! Che sono poi quelle che lasciano quel senso finale di dolcezza, di bellezza, e di autentica verità. Certo, ci vuole un po' di coraggio. Silenzio. Preparazione. Non fretta. Rispetto per gli altri. Per se stessi. Confidenza. Gentilezza e calma. In una parola: non è facile.

E cercavo proprio una cosa del genere da leggere adesso. Un Universo matto, profondo, reale di grande strafottenza, di forza, di energia micidiale e di sicurezza. Nel crollare delle certezze, questo libro restituisce (ma è chiaro che non lo finirò mai) il senso della vita, cioè il senso del potercela fare nonostante tutto. Letto questo, fatto tutto. O quasi. Con quell'unica domanda che resta alla fine, che è: ma cos'è che ancora mi tocca capire? 

Perché è così clamoroso quello che succede, che sembra non esserci poi più altro da sapere. Per usare un'espressione abusata, 2666 ti smuove dentro. E come è scritto. Un scrittura piana, vicina al grado zero, che mi ha fatto l'effetto delle primissime letture adolescenziali, così molteplici, immense, immani, che mi facevano venire la nausea - Moby Dick, ma anche Il nome della Rosa, L'Idiota - alla fine, vedevo le stelle, nel senso di un calo di pressione. 

Cambiavo nel cuore, nella testa, nelle diottrie degli occhi, nel corpo. E così, anche oggi, anche oggi. Mentre leggevo, sentivo il sangue scorrere nelle vene. Sentire i libri nella carne. Nella sostanza. Nonostante tanta incertezza, tantissima paura, mi sentivo viva. Ben presente a me stessa. 

Un libro, come il migliore degli amici, ancora una volta, mi ha salvatocambiato la vita. 

Non so adesso bene cosa succederà.

Cambiare mestiere? Cambiare casa? Cambiare città? Cambiare vita? Cambiare battiti cardiaci? 

Cambiare tutto. Senza dubbio, cambiare qualsiasi cosa.

Blog tazzina di caffe    
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mercoledì 1 maggio 2013

2666 non è lontano

-28aprile 2012

Nazione indiana

2666 non è lontano

Grazie a Antonio Coiro, ho scoperto che oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 60 anni. Ho quindi deciso di “festeggiarlo” con l’estratto di un intervento che verrà pubblicato negli atti del Seminario sul Romanzo dell’Università di Trento.

Arcimboldo-Il Bibliotecario

Sono anni che in Italia si dibatte su filoni di poetica intesi come alternativi, anzi vicendevolmente escludenti: l’opzione realista, aggiornata in formule come il “ritorno al reale” o “docufiction”, rivalutata come veicolo necessario di engagement, contrapposta a barocchismi postmoderni, filiazione libresca e citazionista, ma anche alla “restaurazione” del romanzo neo-borghese. Narrazioni che decidono di veicolare preoccupazioni contenutistiche attraverso le gabbie di noir o thriller si scontrano con la convinzione che la vera letteratura debba fondarsi sulla ricerca formale quasi sempre identificata con la scrittura e con lo stile.

Ma applicate a Bolaño e soprattutto a 2666 queste dicotomie si sfarinano. (…)
Il romanzo si apre con “La parte dei critici”, fantasmagoria di un universo metaletterario e quasi parodia della “campus-novel”, per sprofondare nel nucleo centrale “La parte dei delitti”, dove finiscono fusi elementi di giallo, cronaca giudiziaria e docufiction.

I critici approdano a Santa Teresa per incontrare l’uomo nascosto dietro lo pseudonimo del veneratissimo scrittore Benno von Arcimboldi e scoprirne la storia. “La parte di Arcimboldi”, la quinta e ultima parte di 2666, che comincia con la Prima Guerra Mondiale e attraversa una buona parte del Secolo breve in Europa, sceglie di affidarsi a un registro predominante burlesco-grottesco, impastato di detriti culturali che finiscono virati verso il kitsch o addirittura verso il trash: il castello di Dracula dove si celebra un festino di baronesse, generali, scrittori e poeti di regime, ma anche i villaggi breugheliani alla soldato Šveijk (per esempio, il “villaggio delle Ragazze Chiacchierone”) dove Hans Reiter trascorre la sua infanzia.

domenica 28 aprile 2013

2666, Roberto Bolaño e 4 seghe mentali

17 aprile 2013,

2666, Roberto Bolaño e 4 seghe mentali

 

Bolano1
Non mi era mai capitato di leggere qualcosa di simile a 2666 di Roberto Bolaño.
È difficile da spiegare, trattasi di un libro che fa di tutto per non essere ricordabile e alla fine, dopo circa settecento pagine e quattro delle cinque parti di cui è formato il romanzo lette, con duecento-e-qualcosa pagine ancora intonse, avere l'acquolina e divertirsi a tracciare tanto inutili quanto inevitabili supposizioni (seghe mentali) da lettore, tipo queste.
Ci sono due personaggi di Arlt
Nelle prime due parti – la parte dei critici e la parte di Amalfitano – ho avuto come l'impressione di una fuga. Sì, una fuga di personaggi. Come se due caratteri del romanzo – che non vi dirò perché magari ci divertiamo a indovinarli, comunque uno cada parte – avessero sbagliato libro e fossero capitati a sorpresa nelle pagine di Bolaño. Sarebbe troppo facile pensare a un omaggio o, peggio, a un rapimento. No, il fatto è che 2666 assomiglia a una calamita e questo uomo e questa donna, palesemente due personaggi nutriti dalla penna di Roberto Arlt, hanno deciso di nascondersi, aspettare quasi ottant'anni ed entrare spontaneamente in 2666 piuttosto che ne I sette pazzi.
C'è uno che è Bukowski e c'è uno che è Bolaño
In 2666 c'è Bukowski, lo scrittore. Sì, cioè, non è proprio lui, non dice Ciao sono Bukoswki, però si capisce che è un omaggio caratteriale a Chinaski. È un tizio che fa da contorno, nella seconda parte, uno dei personaggi più riusciti dell'intero libro (fino adesso) e lo leggiamo affaticarsi in compagnia dello stesso Bolaño, che pure lui ha deciso di scendere in campo personificando Oscar Amalfitano, un professore di filosofia cileno con trascorsi in Spagna e un futuro in Messico.

2666 2666, Roberto Bolaño e 4 seghe mentali 

Ci sono quattro pagine di Cent'anni di solitudine
Questa è clamorosa. Nella quarta parte, a un certo punto, saltano fuori tre o quattro pagine che sono scritte alla Marquez e che sono scritte alla Cent'anni di solitudine. Succede quando si ripercorre l'albero genealogico di un tizio e, davvero, credo sia inconfutabilmente evidente.
Ci doveva essere l'ipertestualità di Rayuela
Pare che Bolaño intendesse proporre questo 2666 attraverso le cinque parti slegate tra loro, pubblicate indipendenti l'una dalle altre e lasciando alla descrizione del lettore un ordine di lettura. Praticamente doveva essere Rayuela, non con 155 capitoli ma con 5 libri. Sfortunatamente, così non è stato.



Finzione, magazine   ---- - - -
© "   17 aprile 2013,


 

sabato 21 luglio 2012

TODOS LOS MALES EL MAL

  Alex Candia-


TODOS LOS MALES EL MAL. LA "ESTÉTICA DE LA ANIQUILACIÓN" EN LA NARRATIVA DE ROBERTO BOLAÑO

Abril 2010, Número 76, 43 - 70
 Revista chilena de literatura   ---- - - -


Alexis Candia Cáceres

Pontificia Universidad Católica de Chile iacandia@uc.cl

RESUMEN
En este artículo se realiza un estudio de las manifestaciones del mal en las novelas de Roberto Bolaño, las que tienen como denominador común la presencia de la aniquilación, es decir, de aquella fuerza que tiende a destruir a los seres humanos. Para esto, se analizan todas las novelas de Roberto Bolaño, desde Consejos de un discípulo de Morrison a un fanático de Joyce (1984) hasta 2666 (2004). Bolaño genera en sus novelas una "Estética de la Aniquilación" que fija las múltiples formas de devastación de mujeres y hombres, lo que lleva a convertir parte importante de sus novelas en un recorrido por la violencia y el horror que ha sacudido a la cultura occidental en el último siglo.
Palabras clave: Roberto Bolaño, novelas, mal, "Estética de la Aniquilación".

ABSTRACT
This article proposes the study of the manifestations of evil in Roberto Bolaño's novels, all of which have in common the presence of annihilation, that is, that force which leads to the destruction of human beings. For this purpose, the author analyzes all the novels published by Roberto Bolaño, from Consejos de un discípulo de Morrison a un fanático de Joyce (1984) to 2666 (2004). In his novels, Bolaño creates an "Aesthetics of annihilation" which registers the many forms of devastation of women admen; this procedure allows the transformation of a significant portion of his novels in a "tour" of that violence and horror which have shaken Western culture during the last century.
Key words: Roberto Bolaño, novels, evil, "Aesthetics of annihilation".


lunedì 27 giugno 2011

2666 di Roberto Bolaño

  Stefano Cristi -


26 dicembre 2010

2666 - Roberto Bolaño

Ho riletto, per la seconda volta, 2666.
Non sono la persona piú indicata per parlarne perchè sono realmente innamorato di questo libro - e del suo autore - e come ogni innamorato mi lascio trasportare.
Quello che io penso è che 2666 segna l'inizio della Letteratura del XXI secolo.
Si tratta di cinque romanzi legati in una struttura unica che ha il suo centro di gravità in un luogo (Santa Teresa) verso cui tutto precipita. In ogni parte lo stile narrativo è differente pur mantenendo un'omogeneità di fondo.
È composto di un migliaio di pagine ma si legge d'un fiato come un racconto.
Attraverso le sue pagine si intravede l'abisso del male e quello del dolore. E sembra che coincidano.
Attraverso molti dei suoi personaggi si intravede il profilo dell'autore, ma anche quello del lettore, in un gioco di rimandi borgesiano...

Ecco lo sapevo sto trascendendo.

PS. In Italia Adelphi ha pensato di pubblicarlo in due volumi indipendenti venduti separatamente. Che gran pensata! Fortunatamente da quest'anno è possibile comprarlo in un unico tomo.
L'edizione spagnola è di Anagrama.

Stefano Cristi dal suo blog: "cheleggo"   ---- - - -
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