2666 di Roberto Bolaño
Vale davvero la pena di tornare su Roberto Bolaño e il suo fluviale capolavoro postumo, 2666, ora che finalmente se ne è completata l'edizione italiana, con le ultime due parti (La parte dei delitti e La parte di Arcimboldi) delle cinque di cui si compone il romanzo (trad.di Ilide Carmignani, Adelphi, pp.672, euro 22,00).
Esattamente un anno fa, quando sono apparse le prime tre parti (La parte dei critici, La parte di Amalfitano e La parte di Fate), ne abbiamo reso conto con la dovuta abbondanza di informazioni, con
Enzo Di Mauro sulla "Talpa" del 3 novembre seguito da
Marco Dotti 
sulle pagine del "manifesto" il 6 dicembre. Qualche maligno avrebbe potuto osservare che in tanta generosità qualcosa doveva pure entrarci il fatto che "il manifesto", e addirittura il suo supplemento culturale del sabato, a un certo punto svolgono un ruolo (seppure minimo) nella trama sempre più complessa e imprevedibile del libro. Ma la pura e semplice verità è che opere ardite, affascinanti, persuasive come 2666 si contano sulla punta delle dita di una mano sola, nella letteratura di oggi. Gravemente malato e in attesa di un trapianto al fegato (sarebbe morto a Barcellona nel 2003, a soli cinquant'anni) Bolaño ha lottato contro il tempo per portare a termine il suo folle ed esigente progetto - ben più ambizioso di tutto quanto avesse scritto fino a quel momento. Ruotando le mille e rotte pagine del romanzo intorno a un mistero, questa compiutezza conseguita in extremis era più che necessaria, visto che l'autore sembra sfidare il lettore fino alle ultime righe, senza permettergli di scoprire dove andrà a parare l'intera impalcatura.