Bruno Arpaia - 18 luglio 2010
L’Amuleto di Wylie
Ne I detective selvaggi, Auxilio Lacouture, uruguayana alta e magra come il Chisciotte, sedicente "madre dei giovani poeti messicani", era già rimasta chiusa per diciotto giorni nei bagni della Facoltà di Lettere dell'università del Distrito Federai durante la brutale occupazione della polizia nel settembre del '68, poco prima del massacro di Tlatelolco. Il suo creatore, l'ormai leggendario Roberto Bolaño, ne aveva già raccontato la storia in quel romanzo pubblicato nel 1998. E tuttavia, un anno dopo, come se nella sua mente ci fosse stato un unico libro con infiniti affluenti ed emissari, Bolaño aveva ripreso quel personaggio e quell'episodio per metterli al centro di Amuleto, un libretto breve ma intenso, nel quale recuperava anche il suo alter ego Arturo Belano e altri personaggi del fluviale libro precedente. Così, in Amuleto, durante la sua reclusione in quel bagno al quarto piano con la sola compagnia di un libro di poesie di Pedro Garfias, mentre la luna va a spasso sulle piastrelle e dalle finestre si intravedono le autoblindo della polizia di Diaz Ordaz, Auxilio Lacouture inizia un lungo monologo in cui il tempo si frammenta e lei può vedere e raccontare il passato e il futuro, in cui i ricordi si mescolano con i sogni, le storie minute con quelle di personaggi reali, come i poeti Leon Felipe e Lilian Serpas o la pittrice Remedios Varo con la sua legione di gatti. E se il monologo inizia sul piano della realtà quotidiana (per quanto stramba e inusuale), si sposta poi pian piano verso una crescente irrealtà, fino a sfociare in paesaggi visionari, in un finale in cui, in fondo a una vallata, una massa di bambini, uniti solo "dalla generosità e dal coraggio", procede cantando verso l'abisso, specchio tragico di una generazione di giovani latinoamericani disposti a combattere una battaglia già persa, eppure imprescindibile.
