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venerdì 23 luglio 2010

L’Amuleto di Wylie

  Bruno Arpaia - 18 luglio 2010  


L’Amuleto di Wylie

Ne I detective selvaggi, Auxilio Lacouture, uruguayana alta e magra come il Chisciotte, sedicente "madre dei giovani poeti messicani", era già rimasta chiusa per diciotto giorni nei bagni della Facoltà di Lettere dell'università del Distrito Federai durante la brutale occupazione della polizia nel settembre del '68, poco prima del massacro di Tlatelolco. Il suo creatore, l'ormai leggendario Roberto Bolaño, ne aveva già raccontato la storia in quel romanzo pubblicato nel 1998. E tuttavia, un anno dopo, come se nella sua mente ci fosse stato un unico libro con infiniti affluenti ed emissari, Bolaño aveva ripreso quel personaggio e quell'episodio per metterli al centro di Amuleto, un libretto breve ma intenso, nel quale recuperava anche il suo alter ego Arturo Belano e altri personaggi del fluviale libro precedente. Così, in Amuleto, durante la sua reclusione in quel bagno al quarto piano con la sola compagnia di un libro di poesie di Pedro Garfias, mentre la luna va a spasso sulle piastrelle e dalle finestre si intravedono le autoblindo della polizia di Diaz Ordaz, Auxilio Lacouture inizia un lungo monologo in cui il tempo si frammenta e lei può vedere e raccontare il passato e il futuro, in cui i ricordi si mescolano con i sogni, le storie minute con quelle di personaggi reali, come i poeti Leon Felipe e Lilian Serpas o la pittrice Remedios Varo con la sua legione di gatti. E se il monologo inizia sul piano della realtà quotidiana (per quanto stramba e inusuale), si sposta poi pian piano verso una crescente irrealtà, fino a sfociare in paesaggi visionari, in un finale  in cui, in fondo a una vallata, una massa di bambini, uniti solo "dalla generosità e dal coraggio", procede cantando verso l'abisso, specchio tragico di una generazione di giovani latinoamericani disposti a combattere una battaglia già persa, eppure imprescindibile.

martedì 1 giugno 2010

recensione 2666 - un labirintico confine

  Bruno Arpaia -   il sole 24ore - 28 ottobre  2007


Un labirintico confine

Prima di morire, nel 2003, a soli 50 anni, mentre aspettava inutilmente un trapianto di fegato, Roberto Bolaño fece due cose: pubblicò Anversa, il primo romanzo che aveva scritto nel 1980, fino a quel momento  rimasto  inedito  (un  libro  sperimentale,  in  cui  la  trama  è  frantumata,  ridotta  a  visioni, immagini, ricordi, frammenti di dialoghi, abbozzi di storie e di personaggi), e soprattutto lavorò, in una corsa serrata contro il tempo, al suo "romanzo totale", che intuiva sarebbe stato l'ultimo. Le 1.120 pagine di 2666 rappresentano perciò il testamento di un autore che, dopo trent'anni di esili, vagabondaggi, spericolate acrobazie per sopravvivere, aveva finalmente raggiunto un certo successo ed era diventato quasi una leggenda, un punto di riferimento per molti dei giovani latinoamericani emergenti, tanto che Susan Sontag ne aveva addirittura parlato come di uno scrittore "destinato a occupare un posto permanente nella letteratura mondiale".