intervista ad Alberto Manguel di Luca Ricci
Una esistenza nomade sotto il segno dei libri
Se c’è uno scrittore per il quale ha senso usare il trito aggettivo «multiforme», questo è Alberto Manguel. Saggista, romanziere, autore teatrale, giornalista, traduttore e infine (ma certo non per ultimo) accanito lettore, Manguel ha al suo attivo una sterminata produzione che passa attraverso le lingue: l’inglese, «la prima lingua con la quale ho imparato a nominare le cose»,ma anche lo spagnolo e il francese. Lo abbiamo incontrato nel corso di una sua recente visita in Italia, dove era venuto per presentare il suo ultimo romanzo pubblicato da noi, Tutti gli uomini sono bugiardi (Feltrinelli 2010), la storia di un giornalista che, sullo sfondo delle dittature argentina e franchista, cerca di far luce sulla misteriosa morte di uno scrittore e, per farlo, si avvale delle rievocazioni di chi lo aveva conosciuto in vita. Ne emergeranno ritratti completamente differenti della stessa persona, come diverse traduzioni dello stesso soggetto.
Proprio alla traduzione si fa riferimento in un passaggio di Tutti gli uomini sono bugiardi, dove uno dei personaggi la paragona all’innamoramento. Ci può spiegare come nasce questo singolare accostamento?
Il fatto è che quando si traduce ci si appropria del testo originario, così come quando ci si innamora di qualcuno si re-immagina quella persona in base al proprio vocabolario. La persona che si ama è, in questo senso, una finzione, una fantasia, che coincide solo in parte con la persona reale.