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venerdì 19 novembre 2010

The Redhead – Roberto Bolaño

  Granta - 

 

Roberto Bolaño writes a disturbing encounter between an eighteen-year-old girl and a narcotics cop.

The Redhead – Roberto Bolaño



The theme of Granta 110 is SEX, our oldest obsession.
Granta is a literary magazine with a reputation for the boldest and best new writing, including fiction, poetry, memoir and reportage. With a strong visual presence, each themed issue features a specially commissioned cover design, new photography, and illustration.
For over thirty years, Granta magazine has been the home of quality writing. With the Best of Young American and Best of Young British Novelists,Granta has spotted rising stars at the beginning of their careers and nurtured some of the world’s finest writers, from Gabriel García Márquez to Jhumpa Lahiri, and Milan Kundera to Zadie Smith.

Directed by Luke Seomore & Joseph Bull
Director of Photography Matt Conway
Art Direction Ben Lack & Samuel Waters
Colourist David Slade
Cast Siri Vasshusee

domenica 24 ottobre 2010

Enrique Vila-Matas raccontato da Raul Schenardi

  Raul Schenardi

Enrique Vila-Matas




  Il mal di montano    

trad. di Natalia Cancellieri    
Ed. feltrinelli    




 “Sento l’orgoglio del vampiro. Per esempio, per anni ho agito in letteratura come un perfetto parassita. In seguito ho cominciato a liberarmi di quell’attrazione per il sangue delle opere altrui e addirittura, con la collaborazione di queste, ad appropriarmi di un’opera inconfondibilmente mia: discreta, di culto, mezza segreta, forse eccentrica, ma che mi appartiene ed è ormai ben lontana dall’omologato esercito dell’identico.”

Così Enrique Vila-Matas nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia (Il mal di Montano, tr. di Natalia Cancellieri, Feltrinelli 2005). Già Borges, a proposito dei testi raccolti nella sua Storia universale dell’infamia, aveva scritto nella prefazione del 1954:
“Sono il gioco irresponsabile di un timido che non ebbe il coraggio di scrivere racconti e che si divertì a falsificare (talvolta senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui”.
E Vila-Matas, appoggiandosi al Maestro (“mi sono sentito ancora più in pace nel constatare, per esempio, che Borges era stato un caso assai creativo e astuto di parassitismo letterario”), e a Walter Benjamin ( “diceva che nel nostro tempo l’unica opera realmente dotata di senso – anche di un senso critico – dovrebbe essere un collage di citazioni, frammenti, echi di altre opere” ), dopo averci confessato di essere stato un parassita e di averne sofferto, finisce per rivendicare la legittimità e la produttività del procedimento.

giovedì 14 ottobre 2010

dal "Seminario sui luoghi comuni" di francesco pacifico

Francesco Pacifico -

7 ottobre 2010

31. Movimento

Questa pagina di Bolaño, tratta dal diario di Garcia Madero, il giovane poeta che domina la prima sezione dei Detective selvaggi, racconta parte di una movimentata vigilia di Capodanno a casa dell’eccentrica famiglia della sorelle Maria e Angélica. Racconta forse la parte in cui accadono meno cose: il suo scopo mi pare infatti restituire soprattutto la sensazione di una casa piena di gente. Ci sono nove personaggi, di varia età, intensità e condizione economica: Pancho e Angélica, la domestica, Jorgito, Maria, Lupe, il narratore Garcia Madero, Quim il capofamiglia e sua moglie. Per raccontarne il movimento Bolaño attribuisce a ciascuno compiti semplici. Pancho e Angélica si infrattano in una frase, la domestica sta tra i piedi di tutti in due frasi. Jorgito subisce dai genitori in due frasi. Due frasi per la partita a carte degli altri tre ragazzi, quindi una breve riflessione sul passato, sui vecchi tempi in cui Pancho e Angélica si infrattavano nella dependance. Poi, come si conviene a un romanzo sudamericano, la moglie snervata chiede il divozio al marito scapestrato ma dal cuore d’oro, il quale dà a vedere di non prenderla sul serio. Qualcuno si mette a piangere. Fin qui il riassunto che faccio è lungo quanto il brano: tutto è ridotto al modo più semplice per raccontarlo, e non per sciatteria: perché forse l’unico modo per dare la sensazione del movimento caotico di varie persone in uno stesso brano è semplificare il racconto, dire per una volta le cose come stanno e interessarsi solo della sensazione di confusione. Ossia, la confusione viene ottenuta con la chiarezza, invece di usare metafore o un’abbondanza di dettagli. Che infatti quando ci sono non sono molto più che un documentario sui ragni, una busta con la gratifica di fine anno, un’osservazione sulla situazione di pericolo in cui si trova la famiglia che sembra però solo una battuta (“per il momento non ci hanno ancora tagliato il telefono”). E infine, con una battuta stupida e solenne che pare uscita da Wes Anderson, Quim che ringrazia il giovane Garcia Madero per aver deciso di passare la notte lì con loro per condividere il momento di difficoltà in cui si trovano: “Non mi aspettavo di meno da te, Garcia Madero” (detto, diciamo, da Bill Murray), e “Sono a vostra disposizione” (detto, diciamo, da Jason Schwartzman). La capacità di rendere questa piccola massa di persone e desideri e situazioni è un tesoro prezioso. Una scrittura vasta, piena di trovate e risorse come quella di Bolaño dimostra la sua tenuta proprio dove compaiono strategie del racconto di semplicità assoluta. C’è un tempo per descrivere minuziosamente una singola azione, o un pensiero, o la copertina di un vecchio libro di poesie, e c’è un tempo per far muovere sulla pagina molti personaggi concentrandosi solo sulla leggerezza, sul soffio. È il tipo di sicurezza di chi non ha bisogno di dimostrare sempre quanto sa scrivere bene.



Da I detective selvaggi
di Roberto Bolaño
Pancho si chiuse con Angélica nella casetta. La domestica arrivò sul tardi e si mise a fare le pulizie infastidendo chiunque le capitasse a tiro. Jorgito voleva andare a casa di certi suoi amici ma i genitori non lo lasciarono. Maria, Lupe ed io ci mettemmo a giocare a carte nell’angolo del giardino dove avevano avuto luogo le nostre prime conversazioni. Per un istante ebbi l’illusione che stessimo ripetendo gli stessi gesti di quando ci eravamo appena conosciuti, di quando Pancho e Angélica si chiudevano nella casetta e ci ordinavano di uscire, ma ormai era tutto diverso. All’ora di pranzo, al tavolo di cucina, la signora Font disse che voleva il divorzio. Quim rise e fece un gesto come per dare a intendere che sua moglie era impazzita. Pancho si mise a piangere. Poi Jorgito accese la tele e lui e Angélica si sedettero a guardare un documentario sui ragni. La signora Font servì il caffè a quelli di noi che erano rimasti in cucina. La domestica prima di andarsene avvisò che il giorno seguente non sarebbe venuta. Quim parlò con lei per qualche secondo, nel cortile, e le diede una busta. Maria domandò se fosse una richiesra d’aiuto per qualcuno. Per Dio, figlia, disse Quim, per il momento non ci hanno ancora tagliato il telefono. Era la gratifica di fine anno. Non so in quale momento, Pancho se ne andò dalla casa. Non so in quale momento, io decisi che sarei rimasto a passare la notte lì. So solo che Quim, dopo cena, mi prese da parte e mi ringraziò del gesto.
- Non mi aspettavo di meno da te, Garcia Madero. – disse.
- Sono a vostra disposizione. – risposi stupidamente.

minima & moralia  7 ottobre 2010

 

venerdì 27 agosto 2010

non bisogna parlare poéticamente della poesía

  Fabian Soberon  


• sulla poesia    



  non bisogna parlare poéticamente della poesía  



Perchè un gran romanzo, un romanzo epico, un romanzo che è la successione infinita di storie che si incrociano e si disfano, è un romanzo sui poeti?
Perchè questo romanzo non narra il destino di alcuni narratori? Perchè i detective per essere selvaggi devono essere poeti?
Quando mi facevo queste domande pensai a Gombrowicz: 
“non bisogna parlare poéticamente della poesía”. 

Anche se, chiaro, il gran problema del romanzo non è la poesia ma la sconfitta



 [ © Fabian Soberon ,    Pierre Menard, autore di Bolaño  ]

  

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