Massimo Rizzante
15 luglio 2010
Miloš Crnjanski, Lamento per Belgrado
(Lament nad Beogradom, 1962)
Cura, prefazione e traduzione di Massimo Rizzante
con uno scritto di Božidar Stanišić
Rovigo, Il Ponte del Sale, “Il Labirinto del Mondo”, 2010
(Lament nad Beogradom, 1962)
Cura, prefazione e traduzione di Massimo Rizzante
con uno scritto di Božidar Stanišić
Rovigo, Il Ponte del Sale, “Il Labirinto del Mondo”, 2010
Per Miloš Crnjanski
Novembre 1996. Novi Sad, Vojvodina. Hotel Casino Putnik.
Uno sparuto manipolo di intellettuali infreddoliti entra nella hall. Fra loro alcuni “occidentali”. Si terrà un simposio per ricordare l’opera di Danilo Kiš, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto a Parigi nel 1989.
L’atmosfera è pesante.
Venendo in auto da Belgrado, mi ha impressionato la quantità di vagoni abbandonati nelle campagne. Ruderi, forse, di una civiltà che ha fatto il suo tempo. Chiedo spiegazioni al mio autista – in realtà un macellaio che si presta da alcuni giorni a trasportare invece che quarti di maiale carni meno commestibili. Il suo francese non è molto ricco, ma essenziale: «C’est la vie!». Che cosa ribattere a una frase tanto semplice? «C’est la vie!». Per decine e decine di chilometri non incontriamo anima viva, le case sono disabitate, i cumuli di immondizia si alzano come collinette sulla pianura, le carcasse dei cani imputridiscono sotto la pioggia gelata… Dappertutto desolazione e morte: «C’est la vie!».
Uno sparuto manipolo di intellettuali infreddoliti entra nella hall. Fra loro alcuni “occidentali”. Si terrà un simposio per ricordare l’opera di Danilo Kiš, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto a Parigi nel 1989.
L’atmosfera è pesante.
Venendo in auto da Belgrado, mi ha impressionato la quantità di vagoni abbandonati nelle campagne. Ruderi, forse, di una civiltà che ha fatto il suo tempo. Chiedo spiegazioni al mio autista – in realtà un macellaio che si presta da alcuni giorni a trasportare invece che quarti di maiale carni meno commestibili. Il suo francese non è molto ricco, ma essenziale: «C’est la vie!». Che cosa ribattere a una frase tanto semplice? «C’est la vie!». Per decine e decine di chilometri non incontriamo anima viva, le case sono disabitate, i cumuli di immondizia si alzano come collinette sulla pianura, le carcasse dei cani imputridiscono sotto la pioggia gelata… Dappertutto desolazione e morte: «C’est la vie!».