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mercoledì 3 novembre 2010

tutti gli uomini sono bugiardi - Alberto manguel

  Marco Dotti -

novembre 2001

EROI PERSI IN UNA VITA DI SPECCHI



Chi è davvero Alejandro Bevilacqua? È il protagonista assente, il bersaglio continuamente mancato dell’ultimo romanzo di Alberto Manguel, Tutti gli uomini sono bugiardi (Feltrinelli, traduzione di Elena Liverani, pp. 171, euro 14). L’unico a non mancare il bersaglio è l’assassino che, forse, di Bevilacqua sapeva qualcosa di più. Quel «di più» che genera, alimenta, nutre il dubbio anche nelle persone che gli si credevano – e forse, banalmente, lo erano – più vicine.

Ritorna quindi la domanda: chi era, davvero, Alejandro Bevilacqua? È quell’avverbio, «davvero», a inquietare, in situazioni del genere. Niente più che la morte violenta di uno scrittore inquieta la vita degli altri scrittori, che in qualchemodo si sentono in dovere di prendere posizione (o forse è solo un’inconscia chiamata in correità?). Quelli che restano si fanno domande, azzardano ipotesi, cercano – come si dice in questi casi – «nuova luce», trovando tutt’al più qualche lampo sul nulla. Un altro caso contenuto in un libro recente riguardava il personaggio di Juan Herrera nell’Assassina letterata (Voland, 2004) di Enrique Vila-Matas, per esempio. Mappe che non portano a nulla.

mercoledì 6 ottobre 2010

letture future

  Marco Dotti


Letture FUTURE


Secondo la neuroscienziata Maryanne Wolf, autrice di un saggio intitolato Proust e il calamaro, la cultura umana è figlia di un cervello che legge. Ma cosa succede quando dalla pagina di carta si passa allo schermo? Nel volume La quarta rivoluzione Gino Roncaglia esamina le tipologie di testi e supporti che ci troveremo davanti

Non siamo nati per leggere. A ricordarlo è Maryanne Wolf, neuroscienzata che da anni, nel Center for Reading and Language Research della Tuft University da lei diretto, studia il fenomeno della lettura e le sue «disfunzioni».
Nel suo Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (traduzione di Stefano Galli, Vita & Pensiero, pp. 294, euro 20), la Wolf ricorda che l'invenzione della lettura ha comportato una parziale riorganizzazione del nostro modo di pensare, «mutando l'evoluzione intellettuale della nostra specie».
Da circa seimila anni, dunque, il cervello umano è, letteralmente, un cervello che legge. Ma la storia di questo cervello, osserva ancora la Wolf, è destinata a mutare, anzi: sta già mutando, davanti ai nostri occhi e, soprattutto, sotto falangi e polpastrelli delle nostre dita che incessantemente battono su una tastiera di plastica. Pochi specchi, però, «riflettono meglio della lettura la sbalorditiva capacità del cervello umano di riorganizzarsi per apprendere una nuova funzione intellettiva», scrive l'autrice. Per questo è importante, soprattutto ora che se ne colgono segni di cambiamento, osservare la lettura e il «cervello che legge».

lunedì 27 settembre 2010

LE CONFESSIONI LETTERARIE DI JUAN VILLORO

  intervista a Juan Villoro di Marco Dotti

23 settembre 2010




Un paese perennemente in bilico tra Carnevale e Apocalisse, segnato ormai da diversi anni da un clima di violenza e di paura. Parla Juan Villoro, autore di una raccolta di racconti, I colpevoli, in cui cerca di descrivere un Messico fuori dagli stereotipi. Al paese latinoamericano è dedicato il festival di letteratura e traduzione «Babel» che si inaugura questa sera a Bellinzona

Scrittore e sociologo, giornalista e professore universitario, Juan Villoro è uno degli intellettuali più attenti alla realtà messicana. Nato nel 1956, appassionato cronista di musica e di calcio, Villoro ha di recente pubblicato, per le edizioni Cuec di Cagliari, I colpevoli (traduzione di Maria Cristina Secci, pp. 136, euro 11). Una raccolta di racconti che mette in scena le vite, a modo loro «colpevoli», di un calciatore in declino, di uno sceneggiatore in preda a crisi isteriche, di un cantante sull'orlo del baratro, protagonisti colti all'apice dei loro conflitti personali, sia che decidano di commettere un omicidio, di tradire un amico o di girare una scena di nudo che potrebbe rovinargli la carriera. Lo incontriamo alla vigilia dell'incontro che terrà sabato 25 al festival Babel di Bellinzona.

martedì 1 giugno 2010

recensione 2666 - 'Roberto Bolaño. Scrivere vuol dire essere capaci di cacciare la testa nel buio

Marco Dotti - Il manifesto - 6 dicembre 2007


'Roberto Bolaño. Scrivere vuol dire essere capaci di cacciare la testa nel buio'


L'opera febbrile di un geniale autodidatta, che passò da Santiago al Messico, poi di nuovo al Cile, dove fu incarcerato da Pinochet. Sotto il titolo "2666" un groviglio di trame deliranti intorno a una unica costante, il deserto del Sonora. Tra le presenze di questo intreccio, che parte sulle piste di alcuni critici, a loro volta impegnati nell'inseguimento di un fantomatico scrittore tedesco, trova posto anche una immaginaria inviata del "manifesto" in Chiapas, dove incontra Marcos.
Nonostante le migliaia di libri venduti, le traduzioni in quasi tutte le lingue d'Europa e un crescente successo persino negli Stati Uniti dove, chissà per quale ragione o perversione profonda piacciono più gli "scrittori scomparsi" degli scrittori di cui si conoscono volto, generalità e conto in banca, la figura dell'autore tedesco Benno von Arcimboldi restava avvolta nel mistero. Di lui e della sua vita - ci informa Roberto Bolaño in apertura di 2666 (nella elegante traduzione di Ilide Carmignani per Adelphi, pp. 436, euro 19) - praticamente nessuno, neppure il suo editore di riferimento sapeva granché. I libri di Arcimboldi venivano pubblicati senza fotografie personali sul risvolto o sulla quarta di copertina, i dati biografici quasi non esistevano, non si conosceva nemmeno il suo grado di istruzione e persino ai contabili delle case editrici, che dovevano corrispondergli i proventi o trasmettergli - ma dove? - i rendiconti dei diritti d'autore, il suo indirizzo era tenuto segreto.