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sabato 24 luglio 2010

Trittico per Taiwan - tre poesie di Massimo Rizzante

  Massimo Rizzante - 24 luglio 2010  

Nazione indiana 


a Danilo Kiš

lascia perdere gli abissi,
e concentrati sul male dei singoli molluschi
le specie scompaiono l’individuo invece più di Cupido è anacronistico
tieni presente che per quanto pronunciate le tue scapole non sono ali
(anche se a volte le Muse zoppicano e frequentano uomini mortali)
vedi, siamo esposti alla morte come provette alla luce,
la lucidità conta solo se si è perduti
e, infine, tra «l’apparenza della pienezza e la pienezza»
esiste una differenza
che né Dio né la genetica saranno mai in grado di scoprire


Danilo Kiš (1935-1989) è stato l’ultimo scrittore jugoslavo. Nato a Subotica (al confine con l’Ungheria), è morto a Parigi. Il padre era un ebreo ungherese, mentre la madre, di religione ortodossa, era originaria del Montenegro. Trascorse l’infanzia a Novi Sad (Voivodina, Serbia) fino al 1942, quando la sua famiglia, a causa del massacro degli Ebrei e dei Serbi da parte dei fascisti tedeschi e ungheresi, è costretta a fuggire. Il padre scompare ad Auschwitz nel 1947. Kiš, con la madre, è rimpatriato a Cetinje, nel Montenegro. Dopo gli studi letterari a Belgrado, diventerà lettore di serbo-croato a Strasbrugo, a Bordeaux e a Lille, in Francia. Dal 1980 fino alla morte vivrà a Parigi. L’intera opera romanzesca di Kiš, dalla trilogia Giardino, cenere (1965), Dolori precoci (1969) e Clessidra (1972), passando per Una tomba per Boris Davidovic (1976), fino a Enciclopedia dei morti (1983) è una grande sfida lanciata al mondo artisticamente più refrattario a essere descritto: quello di Auschwitz e della Kolyma. Egli, che ha vissuto da vicino la scomparsa non solo fisica, ma anche metafisica, dell’individuo – i corpi senza tomba dei campi di concentramento –, si è ribellato alla possibilità che ogni «singolo mollusco», ogni singola vita, fosse a tal punto distrutta da non poter essere ricordata e, attraverso anche pochi dettagli, ricostruita. Se la Storia, con i suoi orrori, ci ha insegnato che ci sono state vite che non hanno meritato di essere vissute, l’arte di Kiš è lì a testimoniare che nessuna morte dovrebbe rimanere priva di un volto.

a Iosif Brodskij

solo i dannati conoscono il futuro
non si curano se qualcuno abbatte un muro
hanno buone maniere con i clienti delle hall
ascoltano Ray Charles sulla spiaggia di Cape Cod
solo i dannati soffrono di cuore a causa di staliniti acute
leggono Auden in presenza di statue mute
mandano biglietti di condoglianze a chi si è perso in digressioni storiche
bevono indifferenti alle latitudini alcoliche
solo i dannati conversano con un celeste durante un pic-nic
usano tovaglioli di carta per scrivere a M.lle Véronique
scambiano con gli antichi sigarette e consorti
prendono al volo il vaporetto per l’isola dei morti
solo i dannati conoscono il futuro
passano giorni interi davanti a un muro
scontano lunghi anni al Polo Nord
si addormentano per sempre nell’impero del Superbowl
 Josif Brodskij (1940-1996), poeta e saggista, è nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo), è morto a New York ed è sepolto nel cimitero di San Michele, a Venezia. Insofferente all’ideologia sovietica, interrompe gli studi ed è educato dalla madre. I primi versi risalgono agli anni Cinquanta. Nel 1964 è accusato di «parassitismo sociale» e condannato a cinque anni di deportazione in una regione del nord dell’Unione Sovietica. Nel 1965 è liberato. Autorizzato a emigrare nel 1972, da allora sceglie di vivere negli Stati Uniti. Incomincia a scrivere anche in inglese e soggiorna per lunghi periodi in Italia, a Venezia. Nel 1987 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Muore nella sua casa di Brooklyn al n. 44 di Morton Street. Brodskij fu scoperto e riconosciuto da Anna Achmatova, avendo come modello Mandel’stam. Si rivolse ben presto verso la poesia di lingua inglese: John Donne, T.S. Eliot, R. Frost, Auden, «la più grande mente del XX secolo». Fu un lettore di classici latini, soprattutto di Orazio. Tutta la sua poesia è una lunga e indisciplinata elegia, che, come voleva il suo amato Auden, si regge sulle «benedette leggi metriche che vietano risposte automatiche» e sullo spirito satirico che vieta alle sue domande di essere benedette dalla consolazione. Dolore e ragione.

a Seferis

Non ci sono testimoni, fumata nera
Ma almeno tu, Apostolos,
vieta al cancro dell’acqua di corrodere Venezia
Salva questo documento di pietra
perché io possa aggiungere al catalogo delle navi
qualche barchetta di carta
Per troppa concentrazione troppo a lungo
sull’acqua alta ho camminato e non ho camminato
Ti ho perduto
e non ti ho perduto
Giorgos Seferis (1900-1971), poeta e saggista, nasce a Smirne. Frequenta il liceo ad Atene e si laurea in Legge a Parigi. Nel 1922, in seguito ai massacri in Anatolia, la grecità è sradicata dalle rive dell’Asia minore. L’evento rimarrà impresso per sempre nella memoria di Seferis. Nel 1926 rientra ad Atene. Nel 1931 inizia la carriera diplomatica che lo porterà a vivere nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta in molti paesi (Londra, Albania, Egitto, Turchia, Libano). Nel 1963 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Muore ad Atene.
La Grecia antica, la relazione tra la Grecia moderna e la Grecia antica, la relazione tra la Grecia e l’Occidente: ecco i tre assi della poesia e della riflessione di Seferis. L’essenza dell’Ellenismo è la misura come giustizia. Così anche il verso di Seferis è misurato, giusto, privo di ricercatezza, di enfasi, né lirico né mai troppo figlio delle parole della tribù. Antico e moderno, ma profondamente storico, perché in grado di concepire la tradizione come un fiume che si rinnova ogni volta che il corpo del presente vi si immerge.

P.S. Il mio amico YU Jen-chih, redattore della rivista INK di Taiwan, mi ha chiesto tre poesie. La mia scelta è caduta su quelle dedicate a tre poeti europei a cui sono molto grato. Il mondo è vasto e non tutti i lettori di Taiwan conoscono Kiš, Brodskij e Seferis: che i miei minuscoli ritratti servano da ponte tra l’Europa e l’Oriente.



© Massimo Rizzante



Massimo Rizzante (1963) è poeta, saggista , traduttore e docente.

venerdì 2 aprile 2010

GIORGOS SEFERIS

GIORGOS SEFERIS 



Poesie tratte da "Mithistorima"

La nostra terra è chiusa, tutta monti 
che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte. 
Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti, 
solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo. 
Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine 
uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi. 
Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire 
case capanne e ovili. 
E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita 
diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima. 
Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli? 
La nostra terra è chiusa. La chiudono 
due cupe Simplegadi. Nei porti 
la domenica quando scendiamo a respirare 
vediamo rischiarati al tramonto 
rottami di viaggi mai portati a termine 
corpi che non sanno più come amare. 
(traduzione di Mario Vitti)


Mi sono svegliato con questa testa di marmo tra le mani 
che mi stanca i gomiti e non so dove posarla. 
Cadeva nel sogno mentre uscivo dal sogno 
così le nostre vite si sono confuse 
e sarà difficile assai separarle ancora. 
Guardo gli occhi; né aperti né chiusi 
parlo alla bocca che sta sempre sul punto di parlare 
reggo gli zigomi che hanno trapassato la pelle. 
La forza m'abbandona; 
le mie mani si smarriscono e tornano mutile a me.

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"Il mondo intero è la patria della poesia"
dal discorso di accettazione del Premio Nobel
"Appartengo ad un piccolo paese. Un promontorio roccioso nel Mediterraneo, niente lo contraddistingue se non gli sforzi della sua gente, il mare e la luce del sole. E' un piccolo paese, ma la sua tradizione è immensa ed è stata tramandata nel corso dei secoli senza interruzione. La lingua greca non ha mai cessato di essere parlata. E' passata attraverso tutti quei cambiamenti attraverso cui passano le cose viventi, ma non c'è mai stata una frattura. Questa tradizione è caratterizzata dall'amore per l'umano; la giustizia è la sua norma. Nelle tragedie classiche l'uomo che eccede la misura è punito dalle Erinni. E questa legge di giustizia ha valore anche nel regno naturale".
Trovo significativo che la Svezia voglia onorare la poesia, anche quando origina da un piccolo paese. Perché credo che la poesia sia necessaria a questo mondo moderno in cui siamo affetti da ansia e paura. La poesia ha le sue radici nel respiro umano: e cosa mai saremmo se il nostro respiro dovesse venir meno? La poesia è un atto di fiducia: e chi sa se il nostro disagio non dipenda da una mancanza di fiducia?
Oggi dobbiamo ascoltare quella voce umana che chiamiamo poesia, quella voce che rischia sempre di andare estinta per mancanza di amore, ma che sempre rinasce. Minacciata, trova sempre un rifugio. Rifiutata, rimette sempre radice nei luoghi più impensabili. Non fa distinzione tra luoghi grandi o piccoli; la sua patria è nel cuore degli uomini di tutto il mondo; ha la forza di scongiurare il circolo vizioso dell'abitudine. Sono grato all'Accademia di Svezia per essere consapevole di queste fatti"
 


Giorgos Seferis (1900-1971), poeta e saggista, nasce a Smirne. Frequenta il liceo ad Atene e si laurea in Legge a Parigi. Nel 1922, in seguito ai massacri in Anatolia, la grecità è sradicata dalle rive dell’Asia minore. L’evento rimarrà impresso per sempre nella memoria di Seferis. Nel 1926 rientra ad Atene. Nel 1931 inizia la carriera diplomatica che lo porterà a vivere nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta in molti paesi (Londra, Albania, Egitto, Turchia, Libano). Nel 1963 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Muore ad Atene.

La Grecia antica, la relazione tra la Grecia moderna e la Grecia antica, la relazione tra la Grecia e l’Occidente: ecco i tre assi della poesia e della riflessione di Seferis. L’essenza dell’Ellenismo è la misura come giustizia. Così anche il verso di Seferis è misurato, giusto, privo di ricercatezza, di enfasi, né lirico né mai troppo figlio delle parole della tribù. Antico e moderno, ma profondamente storico, perché in grado di concepire la tradizione come un fiume che si rinnova ogni volta che il corpo del presente vi si immerge.

Georgos SeferisOltre alle raccolte poetiche (Poesie, 1924-46; 1961; Giornale di bordo, 1940; 1944; 1955) e al poemetto Il tordo (Kichli, 1947), sono notevoli i Saggi (1962) e il volume di Memorie. I suoi primi componimenti sono raccolti in "Strophè", del 1931, e in "I sterna", dell'anno successivo, ma è con "Mythistorima", del 1935, che si fa iniziare la fase più matura della sua produzione, con 24 poesie che traspongono nel linguaggio attuale e in una visione contemporanea i miti dell'Odissea. L'ispirazione omerica, e comunque al grande passato della Grecia, si ritrova anche nelle raccolte successive: "Tetradio Gymnasmaton" (1940), "Emerologio Katastromatos" (1940), "Emerologio Katastromatos B" (1944), "Kihle" (1947), Emerologio Katastromatos C (1955). Del 1966 invece la raccolta "Tria Krypha Poiemata", consistente in 28 brevi liriche.
E' considerato tra le voci più autentiche della lirica contemporanea.

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