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domenica 13 febbraio 2011

Javier Marías - discorso di accettazione premio nonino

  Javier Marías -

25 gennaio 2011


Innamoramento e impunitá

Ho appena terminato un nuovo romanzo, intitolato Gli innamoramenti, pur credendo che non ne avrei scritto nessun altro dopo le milleseicento pagine, in tre volumi, del precedente, Il tuo volto domani. Durante gli oltre due anni in cui sono stato impegnato con questa nuova opera -sempre con molte interruzioni esterne, come succede al giorno d’ oggi a quasi tutti i romanzieri-, ho avuto l’ insistente impressione che si trattasse di un libro particolarmente pessimista e oscuro, sebbene non manchino brevi scene umoristiche, come in tutti i miei libri. Ebbene, nel leggerlo intero per la prima volta mentre facevo la revisione finale, ho osservato con maggior chiarezza che il pessimismo non proveniva soltanto dall’ assunto del titolo: le cose meschine -oltre quelle nobili e disinteressate, è chiaro- di cui sono capaci le persone innamorate, e che, proprio perché dettate da un sentimento quasi universalmente considerato desiderabilee positivo, addirittura salvifico e “redentore”, di solito trovano facile giustificazione, sia per chi le commette sia per chi vi assiste. “Il fatto è che lo amava tanto”, si dice con comprensione. “È che ha sofferto molto per amore”, così vengono giustificati a volte coloro che incorrono in azioni vili o imperdonabili. Se non è un salvacondotto, lo stato d’ innamoramento si trasforma spesso nella maggiore attenuante immaginabile, sebbene quello stato induca persone buone a comportarsi talvolta come cattive; persone generose a essere malvagie; persone normali ad agire come criminali.

Ma, come ho detto, credo che il carattere più scuro di questo romanzo, che ancora non so vedere con un minimo distacco (ammesso che questo a noi autori sia possibile qualche volta), abbiaa che fare con un’ altra questione, l’ impunità che sempre più impera nel mondo, o questa è la sensazione che molti di noi hanno e che cresce in noi giorno dopo giorno. Non so citare a memoria, ma ne Gli innamoramenti si dice qualcosa di simile a questo: “Il numero di delitti ignoti supera di gran lunga quello dei delitti riscontrati, e quello dei delitti che rimangono impuniti è infinitamente maggiore di quelli che vengono puniti”. Contrariamente a ciò che dovrebbe accadere, la giustizia appare sempre più impotente, o più indolente, o più corrotta o connivente, o più vile, o più manipolabile, o più suscettibile di fraintendimenti e di perversione. Le scappatoie per ingannarla si moltiplicano, e vi sono politici e imprenditori -nel mio Paese, per non parlare dell’ Italia- che festeggiano come una vittoria e una discolpa il fatto che il reato di cui li si accusa sia stato prescritto, sempre convenientemente, quando una prescrizione in nessun modo equivale a un’ assoluzione, bensì a una dichiarazione di colpevolezza che tuttavia non può concretizzarsi. Le difficoltà della giustizia sono sempre esistite, e basta pensare, per confermarlo, ai pochissimi boia nazisti che hanno scontato una condanna. Non dobbiamo farci trarre in inganno: per un motivo o per un altro, l’ immensa maggioranza se l’ è cavata, si è liberata da ogni castigo, addirittura da ogni rimprovero e vergogna.

In modo sorprendente, questa tendenza, queste difficoltà hanno prosperato. Sono numerosi i dittatori (mi rifiuto di parlare di “ex dittatori”, come non si può parlare di “ex assassini”) che, nel migliore dei casi, finiscono per abbandonare il loro Paese con una fortuna in tasca e non compaiono mai di fronte alla giustizia. La proporzione di omicidi risolti, a confronto con le centinaia commessi contro donne a Ciudad Juárez da anni a questa parte, è ridicola, allo stesso modo di quelli che vi sono stati, ancora in Messico, nella cosiddetta guerra contro il narcotraffico. In tono minore, coloro che hanno causato l’ attuale crisi economica mondiale rimangono ai loro posti, per la maggior parte, e oltretutto danno ancora ordini. Oppure Bush Jr, Blair e Aznar, i quali hanno scatenato una guerra illegale e inutile che ha causato oltre centomila vittime, tutte evitabili, vanno tranquillamente a spasso per il mondo, spesso applauditi, e si mettono in tasca grosse somme di denaro per i loro libri, le loro conferenze e i loro “consigli” a grandi imprese. La sensazione che l’ impunità dòmini è inevitabile nelle nostre società, e ciò le conduce, in maniera graduale ma indefettibile, ad avere sempre maggiore tolleranza nei confronti di essa; a ritenere che ai singoli privati non competa intervenire né porre rimedio, quando non lo fanno neppure i giudici, e a considerare che lasciar passare un ennesimo delitto di cui si abbia conoscenzao di cui si sia stati oggetto, un crimine della vita civile, non abbia particolare importanza né cambi nulla nell’ essenza delle cose, di fronte alla sovrabbondanza dei delitti pubblici e politici che rimangono e rimarranno sempre impuniti. Si tratta di una delle più grandi demoralizzazioni del nostro tempo, e da qui viene, immagino, il mio fastidio nello scrivere su questo, se pure in maniera laterale e fittizia, in una cosa tanto modesta come un romanzo.
Mi dispiace di non essere stato più allegro e più ottimista in un’ occasione che si presterebbe all’ allegria e all’ ottimismo, almeno a titolo personale. Non ad altro invita il ricevere un Premio come il Nonino, in un Paese da me tanto amato come l’ Italia, e assegnatomi da una giuria tra i cui componenti vi sono numerose personalità che meritano tutta la mia ammirazione da anni. Romanzieri, poeti, sociologi, scienziati, cineasti e drammaturghi di cui non avrei neppure osato immaginare che conoscano il mio nome, tanto meno che si siano presi il disturbo di leggere quel che ho scritto, e ancora meno che lo abbiano apprezzato al punto di farmi questo grande onore. A tutti loro, grazie.

JAVIER MARÍAS
(Traduzione di Glauco Felici)
La Repubblica, 25 gennaio 2011


Il sito di Javier Marias - - -

lunedì 9 agosto 2010

imparare a tradurre per imparare a scrivere

  Javier Marias-



Riscrivere” e ”ricreare” un grande libro  
è il modo migliore per imparare a farne altri
 

[....]
Roberto Carnero: Lei ha anche tradotto molti autori dall’inglese (da Sterne a Conrad, da Stevenson a Hardy). Che cosa ha imparato come scrittore da questa attività?

Javier Marias:«Moltissimo. Soprattutto a calibrare le parole. Non credo nelle scuole di scrittura: penso che si possa insegnare come non bisogna scrivere, ma che sia difficile spiegare come si dovrebbe farlo. Tuttavia, se mai dovessi dirigerne una, richiederei come pre-requisito agli aspiranti corsisti la conoscenza di una o più lingue straniere e li farei tradurre. ”Riscrivere” e ”ricreare” un grande libro (perché per me questo è il compito del traduttore), è il modo migliore per imparare a farne altri».

Tratto da:  
 © intervista di Roberto Carnero a Javier Marias, Il Piccolo, 22 maggio 2009




 

mercoledì 28 luglio 2010

Javier Marías, difensore del futuro negato

Corriere della sera - 26 luglio 2010  

Corriere della sera   - - - -

Marías, difensore del futuro negato

 
Il vero romanziere, ha scritto Marías, non riflette la realtà bensì piuttosto l’ irrealtà, intesa non quale inverosimiglianza o fantasticheria, bensì semplicemente «come ciò che avrebbe potuto accadere e non è accaduto». Al pari di Musil, Marías sa che la storia -individuale e collettiva- non è fatta soltanto di ciò che è successo e certo ancor meno delle alternative chimeriche e assurde, ma è fatta anche delle possibilità, delle potenzialità concretamente latenti in una determinata situazione; di ciò che, in un dato momento, era o è possibile. Ernestina Pellegrini ha parlato del mio interesse narrativo per «i futuri abortiti», ossia per quelle realtà vitali esistenti, stroncate nel cammino verso la loro compiuta realizzazione ma facenti parte, in questo processo, del mondo. Javier Marías è uno straordinario maestro nel raccontare concretamente questi futuri abortiti, come quello di Valerie, la moglie di Peter Wheeler, che, suicida in ancor giovane età, non è stata compagna della sua vecchiezza, ma vive ed esiste, insieme a lui vecchio, con questa sua assenza, che è anch’ essa una storia, quanto quella della sua attività durante la Seconda guerra mondiale o della sua morte (Il tuo volto domani).

Il tuo volto domani -un vero capolavoro- è il titolo di una trilogia, ma potrebbe forse essere il titolo ideale della narrativa di Marías in generale. Il tacito interrogativo su quale sarà domani un volto che si ama, o anche il proprio, è un’ ossessione che diventa verità esistenziale, un’ incertezza che trapassa quasi in una legge. È un futuro che esiste nella coscienza del presente che lo teme e nega quel presente o almeno insinua una sua negazione e lo sgretola; è un tessuto impalpabile di tanti futuri, qualcuno forse destinato a diventare un giorno presente, altri solo incombenti e possibili o imprevedibili, ma in qualche modo reali in questo loro incombere.
Javier Marías ama le fotografie, enigmatiche tagliole del tempo che catturano qualcosa che non c’ è, un istante immobile in una corsa che è solo fluire e non conosce immobilità. Un paio di mesi fa, per caso, mi è capitata sott’ occhio una fotografia che mi ha subito fatto pensare al Tuo volto domani: quella di Hitler a circa uno o due anni di vita, tenero volto di bambino da proteggere e coccolare, che diverrà il volto di Auschwitz.
Questo esempio, tuttavia, è troppo univoco e semplicistico e non rende giustizia al narrare di Marías, alla sua appassionata e velata ambiguità. Quella fotografia di Hitler infante esprime certo un elemento, forte e centrale, della complessa tematica implicita nel volto di domani: la paura che un volto, magari amato con passione e fiducia, più tardi diventi (o si riveli?) orribilmente diverso, malvagio, traditore, il contrario di quello in cui avevamo creduto e che avevamo amato.

Ma raccontare la storia di questo volto domani, quando non c’ è ancora ma c’ è già nel suo maturare, non è solo esprimere quella paura che, retrospettivamente, si prova vedendo l’ immagine di Hitler bambino e sapendo cos’ è diventato. Significa piuttosto raccontare -calandolo in una ben precisa vicenda, ricostruita con puntiglioso rigore nei dettagli psicologici, cronologici e nella sua sequenza anche (seppure non solo) lineare - lo sdipanarsi del tempo da una caligine interna e suscettibile di assumere le forme e gli aspetti più diversi, inquietanti o teneramente amorosi, come le nuvole. Elide Pittarello, citando le parole dello stesso Marías, ha parlato della sua «capacità di vedere le relazioni fra tutte le cose», che fa della sua scrittura una rete gettata in un continuum oscuro quale è la vita.

Ma se il racconto di Marías coglie, come una rete gettata in un immenso pelago indistinto, l’ impalpabile e sfuggente sabbia del vivere, esso afferra pure, con lucidità e precisione, la concreta storia e storicità degli eventi, la politica, gli intrighi sociali, il meccanismo degli apparati statali e militari. Poche altre opere scavano altrettanto, con meticolosa esattezza e passione morale, nella realtà storica.

Poche altre opere ci fanno ad esempio conoscere altrettanti aspetti, episodi, caratteri della guerra civile spagnola, dei suoi labirinti politici e delle sue infamie (durante e dopo di essa) che il lettore tocca con mano. La sua narrativa penetra concretamente, con realismo non solo letterario e con analisi oggettivamente fedeli alla realtà dei fatti, gli orrori della guerra, i meccanismi del potere che, anche negli Stati democratici e nella difesa della libertà e della democrazia, si fonda sulla violenza, sul tradimento, sulla bassezza, perfino sul delitto.
Questo contrasto, artisticamente fecondo, tra lo sfumare quasi inavvertito degli eventi, di per sé non immorale ma amorale, e le epifanie dell’ umano, del bene e del male, che tagliano come spade, è possibile forse grazie all’ ambivalenza dell’ Io. C’ è un io narrante, c’ è un io narrato e c’ è una voce del testo, mescolati ma non fusi. Marías è un maestro anche per quel che riguarda il rapporto fra l’ autore, la persona materiale che porta il suo nome, e il personaggio che narra in prima persona - rapporto che è un nodo centrale della letteratura di sempre e in particolare di quella moderna e contemporanea. Prestando la sua voce e alcune sue esperienze al personaggio narrativo de L’ uomo sentimentale- ha scritto lo stesso Javier Marías nel breve saggio Chi scrive -egli sa che non si tratta di lui stesso, bensì di qualcuno ben distinto da lui, anche se a lui somigliante; quel personaggio, egli dice, era «colui che avrei potuto essere ma che non sono stato»- l’ io di un suo futuro abortito nella realtà e rinato o ripescato nella scrittura.
Nel romanzo Tutte le anime, in un passaggio ricordato dallo stesso scrittore in un suo saggio, il protagonista dice «io» e usa un nome che lo accompagna sin dalla nascita anche nella mente di altre persone, così come racconta dei fatti che possono essere attribuiti all’ autore stesso, ma soltanto perché preferisce parlare in prima persona, senza per questo pensare che si possa restare il medesimo nel variare del tempo e dei luoghi in cui si vive. Raccontando ciò che ha visto e vissuto, non è più colui che ha visto e vissuto quelle cose. Non c’ è poetica dell’ Io che potrei sentire più congeniale. È solo nella scrittura, ha scritto Marías in un altro saggio, che lo scrittore scopre di aver visto delle cose che sino a quel momento non sapeva di aver visto e si accorge di dettagli che non aveva percepito.

© Claudio Magris  
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giovedì 8 luglio 2010

intervista a javier marias

  Roberto Carnero -  il piccolo - 22 maggio 2009


Einaudi annuncia, per ottobre [poi uscito ad aprile 2010], l’uscita italiana da Einaudi del terzo volume del suo romanzo-fiume, ”Il tuo volto domani”.

Javier Marías è oggi a Venezia (parlerà alle 18 al Teatro Malibran) per il festival letterario “Incroci di civiltà”. Nato a Madrid nel 1951, è uno degli scrittori in lingua spagnola più importanti del mondo. I suoi libri – tra cui ricordiamo ”L’uomo sentimentale”, ”Tutte le anime, ”Un cuore così bianco”, ”Domani nella battaglia pensa a me” – sono tradotti in 37 Paesi.

«Con il tomo che verrà pubblicato in autunno da Einaudi - spiega, - anche il lettore italiano potrà vedere come va a finire il romanzo più lungo che abbiamo mai scritto: circa 1600 pagine. Un’idea, quella di un romanzo ”a puntate”, che inizialmente aveva scoraggiato i miei editori, ma che il pubblico dei lettori alla fine ha premiato».

Il tuo volto domani. 3. Veleno e ombra e addio

Il tuo volto domani. 3. Veleno e ombra e addio 



Javier Marías



- Uno non lo desidera, ma preferisce sempre che muoia chi sta al suo fianco, in una situazione o in una battaglia, in una squadriglia aerea o sotto un bombardamento o nella trincea quando ce n'erano, in una rapina di strada o nel colpo a un negozio o in un sequestro di turisti, in un terremoto, un'esplosione , un attentato, un invendio, fa lo stesso: il compagno il fratello, il padre o persino il figlio, anche se bambino. E anche la donna amata, anche la donna amata piuttosto che se stesso. Tutte quelle occasioni in cui qualcuno copre con il proprio corpo un altro, o si frappone alla traiettoria di una pallottola o di una pugnalata, sono eccezioni straordinarie e per questo risaltano, e per la maggior parte sono fittizie, si trovano nei romanzi e nei film.

[ Il tuo volto domani 3. veleno e ombra e addio pag 5 ]

E' uscito   ad aprile (finalmente  !!!)   dopo una lunga attesa, il terzo volume del romanzo di oltre 1.600 pagine di Javier Marias.   Piu' o meno un anno fà  feci la scoperta, in modo fortuito, e curioso, di questo  grande scrittore e per tutto il mese di agosto, durante le vacanze mi immersi nella lettura di quasi tutti i suoi libri.  Sapevo che l'uscita del terzo volume era prevista in primavera, e ogni tanto sbirciavo da feltrinelli alla lettera M  nella speranza di trovare finalmente il libro....lo avevano messo fuori posto, in bella mostra, ma fuori posto  e me son oaccorto solo oggi. E pregusto già l'indescrivibile piacere che provoca la lettura dei libri di Marias "futuro premio Nobel" come ha profetizzato Roberto Bolano.
  carmelo p.

Javier Marias,  Il tuo volto domani. 3. Veleno e ombra e addio
    einaudi, 2010 - trad. Glauco Felici