Mara Carotti - 29 aprile 2013
Roberto Bolaño - Amuleto
Auxilio Lacouture, la protagonista di Amuleto, ha una bella voce. È una cosa che non si sa con certezza, ma che si finisce per pensare leggendo il suo monologo. La si immagina con una voce affascinante, musicale. La si potrebbe ascoltare senza tregua, perché è così che lei racconta, e le si perdonano tutte le divagazioni, le parentesi aperte e chiuse dopo numerosi salti, i pezzi di poesia che ti inchiodano alla pagina quando meno te lo aspetti. Le si perdona tutto perché quella voce si porta dentro qualcosa di misterioso. È come un’urgenza.
È una voce che parte dal bagno della facoltà di Lettere e Filosofia di Città del Messico. Auxilio è lì quando, il 18 settembre 1968, l’esercito fa irruzione nell’università arrestando tutte le persone che conosceva. Lei rimane nascosta nel bagno, come in una specie di «torre di vedetta» da cui non esce (almeno fisicamente) per più di dieci giorni. Non ha cibo ma soltanto un libro di poesie di Pedro Garfias. Legge, scrive, pensa, ma l’unico modo per salvarsi è raccontare. Inizia così a ricordare la sua vita. Le origini uruguaiane, il viaggio verso Città del Messico, le pulizie a casa dei due maggiori poeti messicani, i lavoretti gratuiti all’università, i vagabondaggi «alla mercé del vento notturno», tra i circoli letterari, le case degli amici, le strade deserte. Ma lo sguardo di Auxilio non si muove soltanto a ritroso e il tempo perde presto la sua consequenzialità. Presente, passato e futuro si confondono nella voce della donna, nelle descrizioni dei personaggi che incontra, nei racconti delle vite di cui sarà testimone. Ciò che più importa è non dimenticare.