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domenica 2 gennaio 2011

Dialogo con José Saramago

  di Massimo rizzante 


Dialogo con José Saramago


Questo dialogo (che in realtà sono tre dialoghi avvenuti tra il 1994 e il 2004 in tre città diverse) è tratto da un'opera di dialoghi e ricordi intitolata "Avanzando verso il passato" di prossima pubblicazione. (Massimo Rizzante)


MR - Una domanda sulla sua vocazione romanzesca. La sua carriera letteraria iniziò nel 1947 con la pubblicazione di Terra do pecado. Il suo secondo romanzo, Manuale di pittura e calligrafia, uscì trent’anni dopo, nel 1976. Come mai un così lungo silenzio?

       JS - Cominciamo dalla vocazione romanzesca. Siamo nel 1947. Un ragazzo privo di studi universitari, educatosi nelle biblioteche pubbliche, scrive un romanzo. Trova miracolosamente un editore che gli consiglia di cambiare il titolo iniziale, A Viúva, ritenuto poco “commerciale”, con Terra do pecado. Il giovane scrittore, eccitato dalla prospettiva di vedere il suo libro pubblicato, accetta. Il romanzo ha il successo che merita, cioè nessuno. Il giovane scrittore allora si rimette al lavoro e scrive un altro romanzo, Clarabóia, a tutt’oggi inedito. Poi, vent’anni di silenzio, fino alla pubblicazione, nel 1966, di un libro di poesie, Le poesie possibili. Ecco la mia preistoria come scrittore. Credo sia perciò azzardato parlare di «vocazione romanzesca», tanto più che il mio primo libro di poesie osava proporsi appena come «possibile». Dovevano trascorrere ancora undici anni prima che l’autore, già molto meno giovane, trovasse la forza di confrontarsi per davvero con il romanzo. Perché un così lungo silenzio? Dopo aver scritto Clarabóia, compresi di non avere più niente d’interessante da dire. Le ragioni estetiche del successivo rifiuto del mio primo romanzo? Non si tratta di ragioni estetiche, ma semplicemente del fatto che Terra do pecado era stato scritto da un’altra persona, una sorta d’altro io fossilizzato nel tempo. Se alla fine ritornai al romanzo, fu grazie alla poesia che andavo scrivendo: riflessiva, concettuale, a volte descrittiva.

      
MR - Il protagonista di Manuale di pittura e calligrafia abbandona – per poi farvi ritorno – la pittura e si dedica anima e corpo alla letteratura come altra forma di conoscenza. Pensa che il romanzo sia una forma d’arte e di conoscenza autonoma rispetto a tutte le altre?

lunedì 16 agosto 2010

per Fernando Arrabal (da tradurre poesia di massimo Rizzante)

  Massimo Rizzante


10 giugno 2010

La sua opera è monumentale. La mia contabilità risale al 2007, e quindi sarà certamente imprecisa per difetto: 21 volumi di pièces teatrali, 15 romanzi, 5 raccolte poetiche, 19 testi saggistici e lettere aperte, più di 750 libri per bibliofili, a cui oggi bisogna aggiungere i 5 libri contenenti 20 sue poesie di 20 versi ciascuna e illustrati da altrettante litografie di Yu Minjun, Wang Guangyi, Zhang Xiaogang, Yang Shaobin e Wang Qing Song.

Ogni volta che leggo una sua pagina di romanzo, di teatro o una sua poesia mi domando se, di fronte all’opera di Arrabal, il mio mondo non abbia dimenticato per sempre il gusto per l’assurdo. Mi sento un erede senza eredi alla frontiera di due mondi: il mondo di Arrabal e il mio mondo, un mondo in cui, alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, si è aggiunta quella dell’uomo, senza che ciò turbasse gli ingegni che, nel loro procedere alla clonazione della realtà, si stanno condannando alla sterilità onirica. Contro la divina non serietà di Arrabal, il mio mondo oppone oggi soltanto il sorriso disincantato di un’arte che ricicla la sua storia: intravedendo la possibilità della sua fine, essa vuole vendicarsi di ciò che ha creato in passato e, per non soccombere, cerca di fare di questa vendetta un piacevole intrattenimento.

Gabriel Ferrater - poesie ii

Gabriel Ferrater - poesie


| pagina  1 |    *   |   pagina 2 |

poesie tratte da Curriculum vitae Poesie 1960-1968, in uscita  nella collana  Biblioteca di poesia   (Il Metauro), cura di Pietro U. Dini.



LITERATURA
Tan vehement, va dir-se un calamar,
faig el ridícul: un raig fi de tinta
ja desvia aquests monstres, ben poc crítics.
Perduda l’abundància del cor,
va descobrir la voluptat formal:
mentir-se objectivat en l’arabesc
i fer-s’hi encara veure, subjectiu.
De l’urc de no amagar-se gaire, en deia
sinceritat: de la por de trobar-se
massa exposat, sentiment de l’estil.
Lliurat a l’esperança que els espasmes
de l’aigua li anirien a favor,
deia fe en el llenguatge. Va morir
devorat: l’inefable el va temptar.

LETTERATURA
Così aggressivo, si disse un calamaro,
sono ridicolo: un fine raggio d’inchiostro
già depista questi mostri, assai poco critici.
Perduta l’abbondanza del cuore,
scoprì la voluttà formale:
mentirsi oggettività nell’arabesco
e con tutto ciò mostrarsi ancora soggettivo.
La posa orgogliosa per non celarsi troppo, la chiamò
sincerità: il timore di trovarsi
troppo esposto, sentimento dello stile.
Consegnato alla speranza che le convulsioni
dell’acqua lo favorissero,
ripose fede nel linguaggio. Morì
divorato: l’ineffabile lo tentò.


FI DEL MÓN v
Puc repetir la frase que s’ha endut
el teu record. No sé res més de tu.
Aquesta insistent aigua de paraules,
sempre creixent, va ensulsiant els marges
de la vida que vaig creure real.
La terra pedregosa i fatigosa
de caminar, i els arbres que em ferien
els ulls amb una branca delicada,
tan vivament maligna, convincent
amb la prova millor, la de les llàgrimes,
sembla que no són res. Es van donant
a l’amplària grisa, jaspiada
d’esperma pàl.lid, embafós. Tot cau
amb una fressa lenta i molla, i flota
sense figura, o s’enfonsa per sempre.
Tot fa sentit, només sentit, tot és
tal com ho he dit. Ja no sé res de tu.

FINE DEL MONDO
Posso ripetere la frase che s’è portata via
il tuo ricordo. Non so più nulla di te.
Questa insistente acqua di parole,
sempre crescente, va sgretolando i margini
della vita che credetti reale.
La terra pietrosa e faticosa
per il camminare, e gli alberi che mi ferivano
gli occhi con un ramo delicato,
tanto vivacemente maligno e convincente
grazie alla prova migliore, quella delle lacrime,
pare non siano nulla. Si arrendono
all’ampio grigiore screziato
di sperma pallido, stomachevole. Tutto cade
con un rumore lento e molle, e fluttua
informe, o s’inabissa per sempre.
Tutto ha senso, soltanto senso, tutto è
così come ho detto. Non so già nulla di te.


DIUMENGE
Els ocells de la llum se’n van a jóc
i ens deixen a les branques un subtil
tremolor de petites veritats.
Cal perdre l’ànima d’arbust. Un altre
sentiment transitori s’ha gastat.
Ens aixequem, i amb por de no saber
retrobar a temps qui som i què volem,
anem tornant ben poc a poc. La tarda,
la brasa imatge nostra, nerviosa
però abnegada mare de la cendra,
s’apaga, i es respira la pudor
del tabac refredat. Hem estat sols,
però ara embussem els colls d’embut
(colzes amb colzes, passos que es fan nosa)
per vessar dins el poble l’imprecís
record d’uns camps trencats, al.luvials
deixes de camions, d’uns camins curts
com un alè cansat, i uns arbres vius
que ja se n’ha fet llenya. Ens confonem
amb els que s’han quedat, i que ara surten
dels balls i de las coves de penombra
gelatinosa, i tots trepitgem besos
que la tarda ha endurit, i ara es parteixen
en dues valves, com un musclo, i cauen.
Un nen que se li ha rebentat el globus
llança un plor viperí. Tots ens mirem
i riem satisfets. Cap de nosaltres
no es veu amunt per l’escala dels éssers.

DOMENICA
Gli uccelli della luce se ne vanno a dormire
e ci lasciano sui rami un sottile
tremito di piccole verità.
Bisogna perdere l’anima d’arbusto. Un altro
sentimento transitorio si è sciupato.
Ci alziamo e, con il timore di non saper
ritrovare in tempo chi siamo e che cosa vogliamo,
ce ne torniamo molto lentamente. A sera,
la brace a nostra immagine, nervosa,
ma coscienziosa madre della cenere,
si spegne, e si respira un cattivo odore
di tabacco stantio. Siamo stati soli,
ma ora ingorghiamo i colli d’imbuto
(gomito a gomito, passi che si ostacolano)
per riversare dentro al paese l’impreciso
ricordo di campi spezzati, di alluvionali
resti di camion, di sentieri corti
come un respiro stanco e di alberi vivi
già diventati legna. Ci confondiamo
con quelli che son rimasti e che ora escono

gelatinosa, e tutti calpestiamo baci
che la sera ha indurito, e che ora si aprono
in due come le valve di un mollusco, e cadono.
Un bambino al quale è scoppiato il palloncino
lancia un pianto viperino. Tutti ci guardiamo
e ridiamo soddisfatti. Nessuno di noi
si vede in alto nella scala degli esseri.

© Gabriel Ferrater
| pagina  1 |    *   |   pagina 2 |

[le poesie sono contenute nella recensione di Massimo  Rizzante
Per Gabriel Ferrater


 

 

Gabriel Ferrater - poesie

Gabriel Savater - poesie



| pagina  1 |    *   |   pagina 2  |

LA PLATJA
El sol se l’ha menjat. Anava sola,
descalça com la mar, vestida com
la mar, amb brusa blanca i slacks verds,
i era rossa com l’aire, lluminosa
com el lleó de fúria total.
Se’ns l’ha menjat. Fem-nos canilla d’ira.
Tallem el vent de llauna amb la cisalla
dels udols llargs. Esgarrapem la sorra.
Lladruquegem la mar, la disfressada.

LA SPIAGGIA
Il sole se l’è mangiata. Andava sola,
scalza come il mare, vestita come
il mare, camicetta bianca e slacks verdi,
era bionda come l’aria, luminosa
come un leone preso da una furia totale.
Ce l’ha mangiata. Diventiamo ira di muta canina.
Tagliamo il vento di latta con cesoie
dai lunghi ululati. Graffiamo la sabbia.
Latriamo al mare, questo travestito.


A TRAVÉS DELS TEMPERAMENTS
Uns pins massa sensibles es revinclen
deixant sentir com se saben patètics
mentre compleixen aquest deure líric
d’expressió del vent, que arriba net.
Les arrels cruixen sordes, i les branques
exulten de dolor, per proclamar
que és greu que bufi l’esperit. El vent,
quan surt del bosc, va tot podrit de queixes.
 
ATTRAVERSO I TEMPERAMENTI
Alcuni pini troppo sensibili si contorcono
lasciando intendere come si sentano patetici
mentre compiono questo dovere lirico
di esprimere il vento, che pure giunge limpido.
Le radici scricchiolano sorde, e i rami
esultano di dolore per proclamare
che è grave che soffi lo spirito. Il vento,
quando esce dal bosco, è tutto marcio di lamenti.


MECÀNICA TERRESTRE
Veus, és aixi que tot pot començar.
Després, el més profund. Ara projecta
les figures senzilles, els acords
i els contrasts, les anades cauteloses
i les vingudes ràpides, els gestos
que no s’amaguen a ningú. Ja ho veus,
ara tan bé com qualsevol moment.
Ets a una plaça amb cases a mig fer,
com magranes badades, que deslliuren
granets de cel envidreït. Els vells
recullen llum com ningú, a les mans
de cera que no es fon, plàcida. Els joves
surten embriagats del cine heroic
i llencen cigarrets a terra, durs
com la pedra que vol clavar un ocell.
Al cafè no del tot luxós, un home
que va pels cinquanta anys i és moll però
vehement, com un drap de barberia,
no sap si prefereix d’oferir foc
ell mateix, a la noia que ho espera,
o d’enviar-hi, humiliant-lo, el mosso
sorneguer, que li espia l’avidesa.
Un aneguet femení, amb una ratlla
de mercromina al turmell dolç on no
trobaràs cap ferida, va corrent
per nua passió, car no té pressa
i vol que ho sapiguem, i riu als vidres
de cada aparador. Ja ho veus. Un món.
Un instant d’un capvespre, has vist els cossos
i les distàncies. Ara calcula
les masses, les libracions dels cors—

MECCANICA TERRESTRE
Vedi, è così che tutto può cominciare.
Quel che è più profondo verrà dopo. Ora proietta
le figure semplici, gli accordi
e i contrasti, le andate prudenti
e le rapide venute, i gesti
che non si nascondono a nessuno. Lo vedi
tanto bene ora come in qualsiasi altro momento.
Sei in una piazza con case costruite per metà,
come melograne spaccate che dispensano
granelli di cielo invetrato. Come nessuno
i vecchi raccolgono luce nelle loro mani
di cera docile che non si fonde. I giovani
escono ebbri da un film eroico
e gettano a terra sigarette dure
come la pietra che vuol colpire un uccello.
In un bar non proprio di lusso, un uomo
sulla cinquantina, tenero ma
violento come un panno da barbiere,
non sa se preferisce offrire lui stesso del fuoco
alla ragazza che se lo aspetta,
o inviarle, umiliandolo, il garzone beffardo
che spia il suo desiderio.
Un anatroccolo femmina, con una striscia
di mercromina alla caviglia dolce,
dove non troverai nessuna ferita, razzola
per nuda passione, poiché non ha fretta
e vuole che lo sappiamo, e ride ai cristalli
di ogni vetrina. Già lo vedi. Un mondo.
In un solo istante all’imbrunire hai visto corpi
e distanze. Ora calcola
le masse, le oscillazioni dei cuori…


ÍDOLS
Aleshores, quan jèiem
abraçats davant la finestra
oberta al pendís d’oliveres (dues
llavors nues dins un fruit que l’estiu
ha badat violent, i que s’omple
d’aire) no teníem records. Érem
el record que tenim ara. Érem
aquesta imatge. Els ídols de nosaltres,
per la submisa fe de després.

IDOLI
Allora, quando stavamo distesi e
abbracciati davanti alla finestra
aperta sul pendio degli ulivi (due
semi nudi dentro un frutto che l’estate
ha spaccato con violenza e che si riempie
di aria) non avevamo ricordi. Eravamo
il ricordo che abbiamo ora. Eravamo
questa immagine. Gli idoli di noi stessi,
per la sottomessa fede del dopo.
© Gabriel Ferrater
| pagina  1 |    *   |   pagina 2  |

[le poesie sono contenute nella recensione di Massimo  Rizzante
Curruculun Vitae di Gabriel Ferrater

e come dice il critico "fanno parte di Curriculum vitae Poesie 1960-1968, traduzione, nota e cura di Pietro U. Dini con una Evocazione di Jaime Salinas. Il volume, in uscita (....) nella collana  Biblioteca di poesia   (Il Metauro), è la prima antologia in italiano di Gabriel Ferrater."


un sito in lingua spagnola dedicato a  Gabriel Ferrater
 

sabato 31 luglio 2010

Per Gabriel Ferrater (tradurre poesia di Massimo Rizzante)

 Massimo Rizzante

7 giugno 2010


Da quando nel 2002 ho scoperto l’opera di Gabriel Ferrater, il poeta catalano è diventato un fiume alle cui rive, come affermava una volta Milosz, «quando la vita fa male» ritorno spesso.

In Italia non è molto noto. Anzi, credo sia poco conosciuto perfino dai poeti. In Francia Ferrater è stato presentato e tradotto (Les femmes et les Jours, Editions Du Rocher, 2004) da William Cliff (1940), un altro poeta poco frequentato qui da noi (esiste, credo solo una sua antologia dal titolo Il pane quotidiano, a cura di Fabrizio Bajec, Edizioni Torino Poesia, 2008).

Artista belga francofono (di lui, nel 2002, Gallimard ha ripubblicato le prime due raccolte, Homo sum del 1973 e Ecrasez-le del 1976 e, più recentemente, nel 2007, la raccolta Immense Existence), Cliff fu iniziato alla poesia proprio da Ferrater. In Gran Bretagna la traduzione delle poesie dell’autore catalano si deve ad Arthur Terry (1927-2004). Studioso di letteratura spagnola del XVI e XVII secolo, negli anni Sessanta, in piena repressione franchista della cultura catalana, aveva vissuto un periodo a Barcellona, diventando amico di molti poeti della sua generazione. L’antologia delle poesie di Ferrater, uscita nel 2004 con il titolo Women and days (Arc Publications), possiede un’introduzione di Seamus Heaney che sempre negli anni Sessanta, a Belfast, grazie al professor Terry, aveva avuto modo di conoscere la situazione catalana (per certi versi simile a quella irlandese) e la poesia dell’autore di In memoriam.

In Catalogna e in Spagna Ferrater è un poeta di culto, tanto da essere diventato, a causa della sua vita, diciamo così “dissipata”, e del suo suicidio “programmato” (a 50 anni, in un café di Plaza Prim, a Reus, aveva confidato a un amico, Jaime Salinas, che si sarebbe ucciso prima di compiere 50 anni: «Non voglio puzzare di vecchio. Quel tanfo mi ha sempre ripugnato»), persino un personaggio romanzesco (si veda, ad esempio, Beatriz Miami di José Antonio Masoliver, Anagramma 1991 o Momentos decisivos di Félix de Azúla, Anagramma 2000).

Il fratello Joan, anch’egli uomo di lettere e curatore delle opere di Gabriel, ne traccia con discrezione un profilo: la nascita a Reus nel 1922; l’educazione solitaria; gli anni della guerra civile e l’emigrazione (1938-1941) in Francia, a Bordeaux; le letture in originale degli scrittori e dei poeti francesi; il suo interesse per le lingue (legge in inglese e tedesco) che sfocerà più tardi nella passione per gli studi di linguistica (tradurrà Chomsky e Bloomfield); il servizio militare (venticinque mesi tra il 1943 eil 1946); l’amore per la filosofia (Ortega y Gasset, Husserl, Scheler, Heidegger), la logica (Hilbert, Godel, Russel, Wittgenstein, Carnap, Ayer), la matematica (nel 1947 si iscrive alla Facoltà di Scienze Esatte di Barcellona, ma non terminerà mai gli studi) e per la pittura (alla fine degli anni Quaranta si mette a dipingere e negli anni Cinquanta scrive diversi articoli di critica d’arte); la morte del padre nel 1951; le amicizie con Carlos Barral (poeta e fondatore della casa editrice in cui Gabriel lavorerà come traduttore, fra gli altri di Kafka, e redattore cosmopolita. E’ soprattutto grazie a lui se Gombrowicz riceverà, di ritorno dall’Argentina, il Prix Formentor nel 1967) e Jaime Gil de Biedma; l’incontro con uno dei suoi maestri, Carles Riba; le donne (quasi sempre più giovani); il gin; le letture di Catullo, della poesia medievale (March), di Shakespeare e della poesia di lingua inglese (Donne, Hardy, Frost, Ransom, Graves, Auden), ma anche di Brecht (Gabriel dirà che se Shakespeare gli aveva fatto capire che in poesia «si può dire tutto», Brecht è stato colui che per primo gli aveva fatto comprendere che «la poesia può fare a meno di molti lussi»); le donne (sempre più giovani); il gin; la crisi sentimentale del 1958; l’inizio della creazione poetica; i tre libri di poesia: Da nucis pueris (1960), Menja’t una cama (1962) e Teoria dels cossos (1966), poi riuniti nel 1968 in Les dones i els dies; un serio tentativo di fuga ad Amburgo, come lettore presso la casa editrice Rowohlt; il ritorno dopo un anno a Barcellona; il matrimonio nel 1967 a Gibilterra con la giovane e bellissima Jill Jarrell (che durerà due anni); l’appartamento di Sant Cugat del Vallès (dove si suiciderà); le conferenze e gli scritti di linguistica (Sapir, il più amato, Bally, Kurylowicz, Meillet, Benveniste); la redazione di una grammatica catalana…

Il ritratto più fedele di Ferrater, è tuttavia quello che si trova nelle pagine di F., un memoir romanzesco uscito nel 2003 (Anagramma), scritto da uno degli autori più profondi della Spagna contemporanea, Justo Navarro (1953). Più fedele perché costruito come un’interrogazione su un enigma. Una sorta di rapporto investigativo sulla vita e la morte di quell’enigma longilineo dagli immancabili occhiali neri, grammatico della lingua catalana e straniero in patria, sarcastico e «partigiano della felicità», timido fino alla balbuzie e insolente fino al cinismo, disciplinato come un benedettino in letteratura e autodistruttivo come un adolescente nella vita, nemico in poesia di ogni romanticismo e smisurato nel dilapidare le sue energie nei caffè di Barcellona di nome Ferrater, il quale diceva di conoscere, senza nessuna falsa modestia (questo cane ferito sempre pronto a guaire in ogni scrittore) da dove veniva e come era giunto dove si trovava e che forse proprio per questo affermava che una poesia doveva essere costruita come una lettera commerciale: chiara, lucida, sensata, appassionata (la passione etica che caratterizza chi compie il proprio dovere immaginativo) ed anche divertente, concreta, impersonale (nel senso di storica, non confessionale), ordinaria, fisica, colloquiale, discorsiva (come gli antichi pensava che il contenuto fosse più importante o almeno tanto importante quanto la forma), critica, ironica, avversaria di ogni ideologia, foss’anche quella dell’amore, frutto, insomma, come qualsiasi altra azione umana, di un’operazione intelligente: «Si può perdonare a un poeta di mancare di qualche strumento, ma non riesco a perdonare molti poeti di oggi che riservano alla poesia i loro stupori, tanto che i loro versi offrono un’immagine tanto sciocca degli autori che non può essere quella di nessuna persona viva, poiché una vita non si conserva se non è ben attenta alle leggi del denaro e ai movimenti degli uomini e delle donne».



Post scriptum In Italia non c’è ancora un’antologia di Ferrater. Ci sarà fra un mese. Nella collana  Biblioteca di poesia   (Il Metauro),  uscirà a cura di Pietro U. Dini e con uno scritto di Jaime Salinas il volume Gabriel Ferrater, Curriculum vitae. Poesie 1960-1968.

Pietro U. Dini, forse il più importante traduttore e conoscitore della lingua e della cultura lituane – a lui si deve, ad esempio, la sola antologia poetica (Cinquantuno poesie e una lettera, In forma di parole, 2003) di Tomas Venclova (1937), un poeta che già Brodskij riconobbe come uno dei più importanti della sua generazione – da un po’ si è messo a coltivare altre lingue europee. Lingue apparentemente periferiche, come il catalano. Tuttavia, Pietro, come me, pensa che una cultura davvero universale non può fare a meno di nessuna cultura nazionale (che cosa sarebbe la storia del romanzo mondiale senza le saghe composte tra il XII e il XIV secolo in Islanda, un paese che ancora oggi conta meno di trecentomila abitanti?).

Basta che all’appello manchi un solo nome, Ferrater, ad esempio, e la poesia mondiale non è più la stessa.

Tre poesie di Gabriel Ferrater da
Curriculum vitae. Poesie 1960-1968 a cura di Pietro U. Dini

LITERATURA
Tan vehement, va dir-se un calamar,
faig el ridícul: un raig fi de tinta
ja desvia aquests monstres, ben poc crítics.
Perduda l’abundància del cor,
va descobrir la voluptat formal:
mentir-se objectivat en l’arabesc
i fer-s’hi encara veure, subjectiu.
De l’urc de no amagar-se gaire, en deia
sinceritat: de la por de trobar-se
massa exposat, sentiment de l’estil.
Lliurat a l’esperança que els espasmes
de l’aigua li anirien a favor,
deia fe en el llenguatge. Va morir
devorat: l’inefable el va temptar.

LETTERATURA
Così aggressivo, si disse un calamaro,
sono ridicolo: un fine raggio d’inchiostro
già depista questi mostri, assai poco critici.
Perduta l’abbondanza del cuore,
scoprì la voluttà formale:
mentirsi oggettività nell’arabesco
e con tutto ciò mostrarsi ancora soggettivo.
La posa orgogliosa per non celarsi troppo, la chiamò
sincerità: il timore di trovarsi
troppo esposto, sentimento dello stile.
Consegnato alla speranza che le convulsioni
dell’acqua lo favorissero,
ripose fede nel linguaggio. Morì
divorato: l’ineffabile lo tentò.


FI DEL MÓN v
Puc repetir la frase que s’ha endut
el teu record. No sé res més de tu.
Aquesta insistent aigua de paraules,
sempre creixent, va ensulsiant els marges
de la vida que vaig creure real.
La terra pedregosa i fatigosa
de caminar, i els arbres que em ferien
els ulls amb una branca delicada,
tan vivament maligna, convincent
amb la prova millor, la de les llàgrimes,
sembla que no són res. Es van donant
a l’amplària grisa, jaspiada
d’esperma pàl.lid, embafós. Tot cau
amb una fressa lenta i molla, i flota
sense figura, o s’enfonsa per sempre.
Tot fa sentit, només sentit, tot és
tal com ho he dit. Ja no sé res de tu.

FINE DEL MONDO
Posso ripetere la frase che s’è portata via
il tuo ricordo. Non so più nulla di te.
Questa insistente acqua di parole,
sempre crescente, va sgretolando i margini
della vita che credetti reale.
La terra pietrosa e faticosa
per il camminare, e gli alberi che mi ferivano
gli occhi con un ramo delicato,
tanto vivacemente maligno e convincente
grazie alla prova migliore, quella delle lacrime,
pare non siano nulla. Si arrendono
all’ampio grigiore screziato
di sperma pallido, stomachevole. Tutto cade
con un rumore lento e molle, e fluttua
informe, o s’inabissa per sempre.
Tutto ha senso, soltanto senso, tutto è
così come ho detto. Non so già nulla di te.


DIUMENGE
Els ocells de la llum se’n van a jóc
i ens deixen a les branques un subtil
tremolor de petites veritats.
Cal perdre l’ànima d’arbust. Un altre
sentiment transitori s’ha gastat.
Ens aixequem, i amb por de no saber
retrobar a temps qui som i què volem,
anem tornant ben poc a poc. La tarda,
la brasa imatge nostra, nerviosa
però abnegada mare de la cendra,
s’apaga, i es respira la pudor
del tabac refredat. Hem estat sols,
però ara embussem els colls d’embut
(colzes amb colzes, passos que es fan nosa)
per vessar dins el poble l’imprecís
record d’uns camps trencats, al.luvials
deixes de camions, d’uns camins curts
com un alè cansat, i uns arbres vius
que ja se n’ha fet llenya. Ens confonem
amb els que s’han quedat, i que ara surten
dels balls i de las coves de penombra
gelatinosa, i tots trepitgem besos
que la tarda ha endurit, i ara es parteixen
en dues valves, com un musclo, i cauen.
Un nen que se li ha rebentat el globus
llança un plor viperí. Tots ens mirem
i riem satisfets. Cap de nosaltres
no es veu amunt per l’escala dels éssers.

DOMENICA
Gli uccelli della luce se ne vanno a dormire
e ci lasciano sui rami un sottile
tremito di piccole verità.
Bisogna perdere l’anima d’arbusto. Un altro
sentimento transitorio si è sciupato.
Ci alziamo e, con il timore di non saper
ritrovare in tempo chi siamo e che cosa vogliamo,
ce ne torniamo molto lentamente. A sera,
la brace a nostra immagine, nervosa,
ma coscienziosa madre della cenere,
si spegne, e si respira un cattivo odore
di tabacco stantio. Siamo stati soli,
ma ora ingorghiamo i colli d’imbuto
(gomito a gomito, passi che si ostacolano)
per riversare dentro al paese l’impreciso
ricordo di campi spezzati, di alluvionali
resti di camion, di sentieri corti
come un respiro stanco e di alberi vivi
già diventati legna. Ci confondiamo
con quelli che son rimasti e che ora escono
dai balli e dalle tane di penombra
gelatinosa, e tutti calpestiamo baci
che la sera ha indurito, e che ora si aprono
in due come le valve di un mollusco, e cadono.
Un bambino al quale è scoppiato il palloncino
lancia un pianto viperino. Tutti ci guardiamo
e ridiamo soddisfatti. Nessuno di noi
si vede in alto nella scala degli esseri.



pubblicato su Absolute Ville nella rubrica tradurre poesia   - - - -

© Massimo Rizzante - "tradurre poesia" 


Massimo Rizzante (1963) è poeta, saggista e traduttore. Ha fatto parte dal 1992 al 1997 del Seminario sul Romanzo Europeo diretto da Milan Kundera.
Dal 1993 al 1996 è stato redattore della rivista letteraria Baldus. Dal 1994 è redattore della rivista L’Atelier du roman. Nel 1999 ha pubblicato la raccolta di poesie Lettere d’amore e altre rovine, Biblioteca cominiana. Dal 2004 dirige la collana Biblioteca di poesia, Il Metauro. Nel 2005 ha tradotto Il sipario di Milan Kundera, Adelphi. Nel 2007 è uscito il saggio L’albero, Marsilio e ha pubblciato la seconda raccolta poetica, Nessuno, Manni. Nel 2008 ha tradotto Un incontro di Milan Kundera, Adelphi e curato l’antologia poetica di O. V. de L. Milosz, Sinfonia di novembre e altre poesie, Adelphi. Nel 2009 è uscito il saggio Non siamo gli ultimi, Effigie. Nel 2010 ha curato la raccolta poetica di M. Crnjanski, Lamento per Belgrado, Ponte del Sale e ha pubblicato la novella Ricordi della natura umana, La Camera Verde.
Insegna all’Università di Trento.

le  opere di Massimo Rizzante



domenica 20 giugno 2010

Saramago. Appunti di lettura

    Massimo Rizzante -  Nazione indiana  aprile 2009


Saramago. Appunti di lettura

di Massimo Rizzante
Le voci
Su Cecità di José Saramago

La storia di Cecità.
Un’epidemia sconosciuta rende ciechi tutti gli abitanti di una città sconosciuta. Un piccolo gruppo di uomini e donne viene posto in quarantena. Poi fugge ed erra attraverso un paesaggio di rovine e di morte. Guidato dalla moglie del medico – il solo personaggio del romanzo che non ha perso la vista –, il piccolo gruppo cercherà di ricostituire una comunità fondata sulla ragione e sull’amore.
Si tratta di una storia edificante? O dell’ennesima allegoria della notte etica nella quale homo videns sta precipitando?

nel nome di saramago

Massimo Rizzante - unitn nr 7 - 20 maggio 2010


Nel nome di Saramago


Dagli esordi a Todos os nomes: José Saramago
racconta la nascita della "scrittura orale"
e dei suoi personaggi senza nome.
Riflessioni inedite del Premio Nobel 1998 per la letteratura.

Pomeriggio di giovedì 8 ottobre [1998, n.d.c.]. Rientrato a casa, dopo il lavoro all’università, squilla il telefono. È il direttore de L’Atelier du Roman, una rivista francese con cui collaboro da alcuni anni. Da Parigi, tutto contento, mi annuncia che José Saramago ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Dopo un respiro profondo gli rispondo: “Finalmente è arrivato”. Mi spiega poi che secondo le ultime indiscrezioni giunte da Stoccolma via Varsavia (i polacchi in questi ultimi tempi, vedi Milosz e Szymborska, poeti premiati con il Nobel rispettivamente nel 1980 e nel 1996, devono essere degli specialisti) Saramago ha dovuto battere addirittura la concorrenza di un suo compatriota, anche lui tra i cinque finalisti, Antonio Lobo Antunes.
Insomma quest’anno il Nobel per la letteratura è stato un affare di famiglia, della grande famiglia di lingua portoghese e lusofona che annovera tra una sponda e l’altra dell’Atlantico, tra Portogallo e Brasile (senza dimenticare le isole Azzorre, Capoverde e le varianti creole africane) circa duecento milioni di parlanti e solo in questo secolo almeno una dozzina di scrittori di valore assoluto in campo internazionale. Per il Portogallo bastino i nomi di Pessoa, Miguel Torga, Vergilio Ferreira, Agustina Bessa-Luís, José Cardoso Pires, José Saramago, Antonio Lobo Antunes, João de Melo; per il Brasile mi vengono in mente, tra quelli tradotti anche in Italia, i nomi di Machado De Assis, Clarice Lispector, João Guimarães Rosa e Jorge Amado.

mercoledì 16 giugno 2010

Le frontiere del romanzo nel XXI secolo

   Miguel Gallego Roca -  nazione indiana - 2008


Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l’Europa reinventata dall’America

di Miguel Gallego Roca
Nel gennaio 2007 è uscito un numero monografico di «Nuova prosa» (46), rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, consacrato alla nuova narrativa latinoamericana. Pubblico qui un estratto di uno scrittore e critico letterario spagnolo che ne indica alcune problematiche (Massimo Rizzante)


La frontiera fantasma dell’Europa

Hans Castorp, «il bambino viziato dalla vita», l’ingegnere navale, l’uomo concreto promesso alla tecnica, affronta all’inizio del XX secolo un percorso di formazione abbandonandosi con passione alla stretta della «malattia» dell’esilio. La sua iniziazione si svolge su tre fronti sotto l’egida di tre maestri: Settembrini, l’umanista massone, l’homo humans; Naphta, il gesuita terrorista, homo dei; e Peeperkorn, il vitalista, l’uomo che sa ridere ma conosce la tragedia.

Tutto questo avvenne all’alba del XX secolo in Europa. Oggi, all’inizio del XXI secolo, mi pongo la seguente domanda: che nuovo Peeperkorn è quello che ha trionfato? Di quale natura è il suo riso? Fino a che punto conosce la tragedia?

martedì 25 maggio 2010

Dio non scrive romanzi. Elogio a Ernesto Sabato

di Massimo Rizzante


Ricordo la prima volta che incontrai Ernesto Sabato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974).
Un giorno di settembre di dieci anni fa in una città del sud della Spagna procedevo sbuffando per l’opprimente calura. Ero uscito dall’albergo in anticipo su un appuntamento e gettavo distrattamente lo sguardo sulle bellezze del luogo. Fu così che, seguendo con la coda dell’occhio uno di quei superbi idilli mancati, franai su un vecchio signore. Il mio imbarazzo crebbe quando mi accorsi che portava un paio di occhiali spessi e scuri, e che cercava allungando a tentoni le mani sul marciapiedi il suo bastone.
Era cieco! Immediatamente raccolsi il bastone e glielo porsi.