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mercoledì 1 giugno 2011

scuola di calore VII - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie

-

 

ancora due poesie

 della raccolta ancora inedita Scuola di calore





Sybille

Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna
dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare
l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo
impronte di rossetto Rouge Interdit perfino sulle sue natiche

Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi
l’entrata per il circo né che rincorressi il successo travestita
da nana o nazista. Me ne stavo con gli zingari, nelle roulottes,
nelle gabbie, nel tanfo degli animali in cattività: che altro c’è da vedere?

Poi, in città, certo non potevo sperare di sposare un pivello.
Così m’innamorai di un vecchio visionario, un ex pugile di Lione
che camminava come un manzo portato al macello, con cinque
matrimoni alle spalle e sette figli da chiudere all’angolo

Lo vidi la prima volta a un ricevimento in onore di un ricco
mecenate delle arti. Gli scrissi una poesia che lui mi rispedì
con le sue correzioni in rosso. Finalmente qualcuno che con il pathos
si era lavato i coglioni! Seguì un appuntamento in rue Saint-Jacques

Quando qualcuno della corte delle sue adulatrici mi chiedeva
che moglie ero, rispondevo l’ultima. E così è stato. Ai suoi sette figli
si aggiunse Octavius e per trentatré anni restammo insieme. Jean
era un seduttore, e io che conoscevo il tanfo della cattività lasciavo fare

Dopo tre anni passati a lottare contro un carcinoma,
sono morta. Jean, quando mi asportarono il primo seno, se ne andò
di casa. Non poteva scopare senza addentarmi i capezzoli.
Spero di rivederlo, ma non subito: ho bisogno di un po’ di riposo…

Maria

Ci sono rumori che non sono mai esistiti:
la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,
una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite
che non hanno mai meritato di essere vissute.

Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.
E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto
nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando
a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica

«Siete vive?». A un filo di tungsteno giunto
a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla
della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero
del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo

La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.
Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,
il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon
dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra

In città c’era un corteo di donne incinta
che per proteggere il feto dai cecchini
camminavano all’indietro come granchi dal carapace
gonfio di microscopici detriti

Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere le connessioni
dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka non abbiamo
compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,
le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžic'






nazione indiana   ---- - - (la numerazione non corrisponde)-
©

domenica 5 dicembre 2010

scuola di calore VI - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


altre due poesie della raccolta ancora inedita
  Scuola di calore











          Sorella, amante

         a Ornela

        
Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,
         in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo
         dove aquile ammaestrate spiccavano il volo
         quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.

         All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.
         Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo
         era per il partito più che un delitto una tara:
         ah gocce di sperma lucenti come canini!

         Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –
         ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino
         al girone dei traditori della patria, da dove non sono
         più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.

         Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava
         lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,
         il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:
         corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.

         Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi
         e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,
         i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,
         il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti

         Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata
         del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.
         C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:
         ah corpi non più vergini, sale d’attesa!



       

           Fog, magla

         a Dubravka

        
Quando ero jugoslava leggevo i russi,
         Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.
         L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:
         “Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”

         Poi venne il collasso comunista,
         la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:
         sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.
         Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana

         Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,
         il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,
         mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo
         dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato

         Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,
         facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato
         il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.
         Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa

         I mean, alla frontiera. Rinascere non conta
         e dato che dal dolore ci salva non la morte
         ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel
         con in mano un passaporto di Olandese volante

         Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata
         che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so
         dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico
         è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra



"Ornela Vorpsi e Dubravka Ugresic sono le mie scrittrici preferite"
[Massimo Rizzante]


da nazione indiana   - - - -
© Massimo Rizzante

venerdì 12 novembre 2010

scuola di calore V - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


  ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore




Ora che non ci sei più

                                                a Carmen

Ora che non ci sei più, il tribunale militare
che accusava la mia adolescenza anarchica
ha smesso di condannarmi in contumacia. Con gli anni
sono diventata repubblicana: la nostra guerra civile è l’età adulta

Madrid è stato l’ultimo avamposto. Melilla,
da dove si è alzato il vento. Ma ricordo soprattutto
un vicerè del Messico, un uomo corrotto fino al midollo
ma giusto, un mulatto, figlio di un’africana e di un castizo

Ricordo il tuo disprezzo per la mia mancanza di purezza.
Nel mio sangue, dicevi, circolava la follia della nonna
che a Huesca tramava con i torturati perché il loro corpo
non si trasformasse in pasto per maiali

Ricordo Andrés Nin, ferito alla gola come il buon George,
come lui lungimirante ma molto meno fortunato. Il suo omaggio
alla Catalogna fu un sacchetto con dentro un paio di testicoli mozzati.]
I comunisti della NKVD serbano rancore solo ai morti, dicevi

Ora i tuoi resti sono qui. Alla luce. Ma in questo paese di sentinelle
i crimini non possono rimanere impuniti. Il presente è più sacro
del perdono. Perciò si girano spot miliardari: Pépe Cruz, di ritorno da Calcutta,]
scava nelle crepe della Meseta alla ricerca di qualche teschio

Io che sono una tua vittima, conosco l’odio delle tue mani
la rosa degli abusi, le chiavi della tua cella. E la paura – figlia
di una cagna africana e di un castizo – che incutevi a te stesso,
ai tuoi inferiori, a tutti noi, che siamo stati riesumati per nulla



La guerre des poissons

                                                a Imane

Sulla strada per Ourika siamo come uccelli notturni
che si strappano le ali a vicenda, fino a quando
il becco affonda in un organo cieco per molti,
soprattutto per coloro che sono stati ciechi a lungo

Così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni
dobbiamo trasformarci in talpe, e scavare cunicoli nel tempo
e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire
in superficie. E questo per un giorno. O per sempre

O in cani che girano su se stessi un numero di volte
pari ai loro anni moltiplicato per le cagne in calore che hanno
posseduto e che ora ubriachi cercano di ricordare,
prima di trovare una posizione in cui dormire

O in mariti puntuali che, all’ultima chiamata, zoppicando
si avvicinano al letto e posano la loro mano azzurrina
sull’inguine di una sposa sottomessa. “Per questo esisti:
per correggere all’infinito i miei errori”.

Per questo esiste un incubo chiamato Ourika, dove con i piedi
nell’acqua gelata risalgo da sola il torrente, lasciandomi alle spalle
accampamenti di cicogne, passerelle per scheletri che scendono
dall’Atlante, muri di terra rossa, bambini annegati

E un branco di pesci in guerra per alcune briciole di pane
lanciate in una vasca da una coppia di innamorati
dall’occhio feroce di bambini annegati,
che non smettono di chiedere, di chiedere, di chiedere…

La dimora del tempo sospeso   - - - -


La raccolta dovrebbe essere pubblicata entro la fine dell'anno
 

mercoledì 6 ottobre 2010

scuola di calore III - ancora due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 



“il ciclo di Marrakech”: ancora due poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore
(la seconda serie è qui ) 



grande grandissima poesia!!!!!!!!!! 






Hashish ed eunuchi

a Warda

Durante l’occupazione, conoscevo tutti i governanti francesi.
Non che scopare con i loro lacché mi sia servito a molto.
O meglio, sono sopravvissuta. Per miracolo, come una stella surriscaldata
allo zenit, o un virus: esplosioni veneree, diarree lattee

Fedeltà, onore: piatti arcipelaghi abbandonati su cui da mezzo
secolo si abbattono uragani dal nome di donna. Da quando
il generale McArthur, sul ponte della Elizabeth, in preda a una crisi di vomito,
intuì che la causa della guerra era sempre la stessa: Elena

Ora tutto questo, a parte il gioco degli scacchi dove la regina
muove e divora in ogni direzione, va sotto il nome di discriminazione
sessuale. Come negare, ad esempio, che l’hashish più puro – Sputnik,
Zero-zero, chocolate – sia prodotto dalle ghiandole femminili della resina?

Poi, però, se tra rottami e cellofán giungi in auto nella valle del Rif,
un agosto segnato da una crocetta tatuata sul braccio destro del tuo giovane
amico Youssouf, ti rendi conto che il Cinquantasei è dietro
l’angolo, un po’ come l’impero dei Saadi e la presa di Fèz

Certe volte penso che la condizione degli eunuchi in Cina
sia, alla vecchia ascetica che sono diventata, la sola consolazione.
Prendevano i migliori, i più dotati, i più sensibili, i più poveri.
Così milioni di bambini evirati con in mano il loro scroto rugoso

Mi guardano dai bordi della strada per Chefchaouen, mentre
colonne di estasi e fumo si alzano dai loro corpi mutilati. “Rien que chasteté!
Rien que chasteté!”, sbraitano rincorrendo l’auto da cui due dirham,
come minuscole teste d’imperatore, rotolano sull’asfalto

* *      *     *    *

Puttane e molluschi

a Nora

Un po’ di carbonato di calcio, qualche pigmento
ed ecco il mio guscio di mollusco lontano dal mare
nel deserto dell’Atlante, allo stesso tempo autobiografia e arte,che rivela quanto
tempo ho vissuto, se in profondità o in superficie

Uno sconosciuto, un sonnambulo mi ha raccolto
nel mare di Essaouira. Prima di immergersi, la bruma
gli aveva invaso le orbite. Ma la vista conta poco in certi
ambienti, tra estroflessioni di bocche-proboscidi e prede-satellite     

Io allora ero molto snella, dotata di spine, il mantello corrugato.
Poco evoluta. A forma di cono, direi. Sapevo difendermi. Ricordo
che ero in grado di emettere una tossina paralizzante di cui ancor oggi
non esiste un antidoto. Ero una graziosa puttana assassina

Mietere vite altrui, con gli anni, dà al tuo carapace la forma
di un cuore. Non è affatto paradossale. Le mie vittime, per quanto
si adoperassero a penetrarmi con le loro sporgenze appuntite,
grosse protuberanze o cannucce simbiotiche, non mi davano nutrimento

Riuscivano soltanto a solleticare le mie valve, il mio amore
per il fango, per il ricatto, per il sopruso che viene dai suburbi
più abissali. Succhiavo il loro plancton erotico. Così diventavano come me,
conchiglie, ma vuote, che si cementavano sul mio guscio di collezionista

Come sia finita in questo deserto, così lontano dai miei fondali,
arpionata dalle dita di un erede di Palinuro, è, credo, semplice da capire.
Io appartengo alla famiglia delle portatrici di stranieri, xenophora
“Mai sentirsi a casa propria”. Ecco la mia autobiografia e l’opera

 © Masimo Rizzante
 


 

domenica 3 ottobre 2010

la poesia di Massimo Rizzante

  Massimo Rizzante


Nella discussione che è seguita alla pubblicazione della seconda serie di tre poesie su nazione indiana
( puoi leggere anche qui la prima  e la seconda serie) è intervenuto massimo Rizzante citanto un frammento di un testo che aiuta a capire la direzione della sua ricerca poetica:

la poesia di Massimo Rizzante

In ogni caso, aggiungo qui sotto un pezzo di un testo (“Storie di scoperte”, in “La scoperta della poesia”, Metauro, Pesaro 2008) che ho scritto qualche anno fa e che esprime abbastanza bene quello che provo a fare. Forse può aiutare.

… Così scoprii uno dei miei paradossi fondamentali: sulla soglia della stanza del drago, dove ha residenza fissa la mia parte poetica, c’è un usciere maligno, pieno di lusinghe, tentazioni, ricordi osceni, imprevedibili banalità, il quale pensa che ogni individuo è intoccabile in virtù della sua infima diversità rispetto a tutti gli altri individui. In altre parole, il custode della mia stanza poetica è un uomo prosaico.

Nel mio breve cammino di poeta ho incontrato quasi esclusivamente grandi romanzieri non italiani. Questo la dice lunga sul nocciolo prosaico della mia poesia, sul fatto che io non mi ritengo un puro scopritore di versi (una parte di me, solo una parte) e sul mio contrastato rapporto con l’Italia: «vivaio di gerarchetti e pater nostri/paradiso terrestre per chiunque cammini a quattro zampe». Sono un poeta che legge soprattutto romanzi non italiani e scrive saggi, la cui prima redazione è sempre in francese.

Per quanto non possegga alcuna certezza su quello che scrivo, mi sento di dire che i miei versi tendono a una storia e a una geografia molto ampie. La mia poesia ambirebbe a coniugare il colloquio con il passato – riuscire a descrivere un orizzonte dove tutto il passato è presente – all’«investigazione dei luoghi», a una sorta di scoperta poetica dei luoghi, che è spesso scoperta di voci poetiche. Ciò significa da una parte mettersi in una prospettiva storicamente millenaria e per forza di cose escatologica (esiste una poesia non escatologica?), dall’altra rinunciare a scavare dentro la miniera della sola tradizione italiana, atto che comporta molti rischi, non ultimo quello dell’eclettismo. Imitazioni, omaggi, traduzioni, commenti posti all’interno di un’opera poetica hanno per me proprio questa funzione: estinguere quel ridicolo monarca chiamato io, estinguere quella specie di monarchia chiamata letteratura nazionale. Resto eliotiano (sebbene di un Eliot illuminato e tradotto da Seferis, un poeta-chiave per me): «Il sentimento dell’arte è impersonale». E resto gombrowicziano: nel suo Diario, scritto quasi tutto durante il suo esilio in Argentina tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, affermava che la cultura polacca doveva, per emanciparsi dalla sua «polacchità», abbandonare ogni culto nazionale. Borges, non proprio un poeta e scrittore amato da Gombrowicz, nella stessa epoca pronunciava una conferenza intitolata Lo scrittore argentino e la tradizione nella quale si domandava: «Qual è la tradizione argentina? [...] Credo che la nostra tradizione sia l’intera cultura occidentale». Queste parole furono pronunciate nel 1953. Più di cinquant’anni dopo, nel nostro mondo che si vuole così emancipato e «multiculturale», non hanno forse assunto un significato ancora maggiore?


© Massimo Rizzante

scuola di calore è una raccolta di poesie di prossima pubblicazione
 

scuola di calore II - ancora tre poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie


“il ciclo di Marrakech”: ancira tre poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore



Mia sorella Rajah

a Essaadia

Mia sorella Rajah si chiama così perché è la regina
dell’attesa. La cosa che ama di più è osservare
ipnotizzata il suo sentimento di impotenza
racchiuso nel flacone mezzo vuoto dello smalto per le unghie

Lo guarda crescere come un feto minuscolo e, quando sta per nascere,
con una forbicina gli taglia il cordone ombelicale e lo lascia
sanguinare per ore. Poi si misura la febbre e se supera i 38 gradi
esce di casa: ha una relazione clandestina con la sua tosse

Quando rientra, la sua voce è diventata roca,
come quella di un palmipede che per tutta la notte ha razzolato
sulla neve. E che le ha perforato l’esofago, l’intestino
e le parole che ha pronunciato nell’ebbrezza del digiuno

Rajah attende che qualcuno scenda nel pozzo dei suoi occhi
e pianga per lei tutti i morti che scricchiolano come radici mendicanti
sotto il freddo inverno dell’Atlante e non la lasciano dormire.
Su quale sponda del letto ti chiederanno “Sognami”?

Io vivo perché Rajah ritorni a questo mondo, perché la proliferazione
di palmipedi sventrati nella neve abbia fine. Spero che il mio essere
così insignificante l’aiuti a vestirsi, a truccarsi, a smettere di succhiare
i vecchi seni di nostra madre. A non evacuare nell’armadio

Dopo aver ripulito, mi chiedo se il bene, il male, la giustizia,
l’ingiustizia, non siano che merda depositata sulla punta delle dita.
E se la povertà, nient’altro che un ramo troppo lungo
che deve essere potato affinché la sua ombra duri in eterno

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Cecità e cicogne

a Fatima-Zahra


Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:
falso e affascinante come tutti i profeti.
Nella mia infanzia non ho avuto un’infanzia.
A tredici anni tu, habibi, leggevi Kafka

Ieri Juan Goytisolo guardava le cicogne da una terrazza di Jamaa el Fna.
La loro casba è un labirinto di rami costruito per noi,
per ostacolarci il cammino verso l’infinito, per ricordarci
che la Terra Promessa non è qui, che viviamo nel deserto

Fra qualche giorno migreranno, dice. Nel frattempo prove di volo. Quale
altro comandamento, mio profeta? Primo: non c’è grazia senza esercizio.
Secondo: non c’è salvezza in nessun luogo. Terzo: l’amore
è non sapere nulla di sé. Quarto: mendicare senza orgoglio

Come il vecchio Hasan. La cecità gli ha tolto lo spettacolo
dei mangiafuoco, dei giocolieri, degli incantatori di serpenti.
Non la grande estraneità. Hasan, che alla scuola del calore
ha imparato la chiaroveggenza dell’insonne

Così le mie gambe sordomute, come le chiamavi,
si affrancheranno dalla schiavitù delle tue parole.
Ma oggi come cicogne mendicanti, alla quinta chiamata,
chiedono tempo, tempo e denaro, denaro e sesso.

Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:
falso e affascinante come tutti i profeti.
La mia gioventù è stata prostituzione. Come la tua, habibi,
solo che tuo padre, a differenza del mio, la chiamava arte


°°°°°            °°°°°°°°°°°               °°°°°°°°°°°

Metamorfosi

a Kawthar

Sulla strada per Ourika, al Km. 7, un giorno
mancò l’acqua. Così cominciò a piovere. Ma la pioggia
sapeva di zolfo. Qualcosa di violento nei suoi scrosci
mi ricordò i piani abbietti per penetrare nel corpo di un altro

Dovevo difendermi. Dal fuoco della sete? Dalla pioggia? Da chi
mi avrebbe liberata? La parola «incubo», nel pantano del dormiveglia,
cominciò a enfiarsi come un rospo. Mentre reclutavo le ultime forze,
mi accorsi che una larva di nome Larbi setacciava la mia fica

È inconcepibile, in questa terra di precetti divini,
che una vedova debba essere sfondata da un membro tanto umano,
così come è impossibile che la carne a cui è stato amputato un seno
non senta ancora i morsi del figlio che ha allattato

Eppure una donna che affitta una stanza di nascosto dai suoi parenti,
è condannata ad abbracciare due continenti
separati da uno stretto vortice di uomini d’affari che le sue cosce
divaricate si ostinano ad accogliere

Ci sono momenti, come questo, in cui penso
che se non avessi incontrato Larbi, la mia vita sarebbe stata un letto
lastricato di date decapitate delle prime due cifre
da una ghigliottina di amplessi privi di corde vocali

Al contrario di Larbi, non ho mai posseduto un mio bozzolo.
Ma, sulla strada per Ourika, dove da non so più quanto tempo
manca l’acqua e una pioggia abbietta scheggia le ossa, ho capito
che non si può per sempre essere nemici dei bachi da seta


martedì 24 agosto 2010

Lettere d'amore e altre rovine iii - massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie

Lettere d'amore e altre rovine (1989-1998)
Biblioteca Cominiana


in luglio non pensavo di poter perdonare
alle nuvole l'insignificanza delle loro forme
Orazio a Tivoli non fu meno colpevole
la sabbia della costa adriatica invece è fina
come una disputa scolastica sulla natura umana
per questo mi aggrappo ai tuoi capezzoli di baccante
in vacanza dai nomi neutri città genti misure continenti
esiste solo il rosa dei rododendri il malva del caffè appena scotto
il bluette delle elitre del coleottero il nome proprio
il tu che non riconosco dal luogo ma dall'inchiostro ultravioletto

© Massimo Rizzante
Lettere d'amore e altre rovine (1989-1998)
Biblioteca Cominiana, 1999
 prefazione di Sylvie Richterova

 

venerdì 20 agosto 2010

scuola di calore - tre poesie di massimo rizzante - 3

Massimo Rizzante - poesie


“il ciclo di Marrakech”: tre poesie
 della raccolta ancora inedita Scuola di calore

Un incubo chiamato Algeciras

a Ana

Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando”
Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.
So, per esperienza, che ci sono giorni in cui la fede nei maestri
si scioglie come merda al sole, mentre, malgrado tutto,
le tredici passioni che governano il mio sesso non fanno scuola
Allora un amante diventa un problema di meccanica celeste. Come
calcolare la stabilità dei sistemi dinamici? Come costruire una teoria delle
singolarità che contempli l’assenza di catastrofi? Ogni singolo uomo non è
forse una parte del sistema dinamico e catastrofico di cui parla Thom?
Octavio era l’ultimo a cui potevo rivelarlo, perché
a lui non tornavano i conti: l’amore ha leggi matematiche
che la matematica non sa calcolare. Ad esempio, il cosiddetto
teorema KAM (Kolmogorov-Arnold-Moser) non c’era verso di risolverlo
Eppure noi tutti qui ad Algeciras,
aspettiamo il nostro turno, siamo l’incubo di Octavio
e il sogno di Arnold: siamo numeri che commentano il prezzo del viaggio,
i sacchetti per il vomito, l’imminente catastrofe sullo Stretto
Neppure oggi, dopo anni di solitudine, mi so dar pace.
Le menti più brillanti sono alle prese con il tredicesimo problema
di Hilbert, e nessuno di loro mi ha mai accarezzato il culo:
qualcuno dovrebbe dire la verità sul valore delle equazioni


 © Massimo Rizzante
Nota dell'autore
Le poesie qui presentate, “il ciclo di Marrakech”, fanno parte di una più ampia sezione della mia prossima raccolta, intitolata Scuola di calore.


pubblicata su Nazione indiana   19 agosto 2010


  commento di Miguel gallaego Roja:
La idea, la sensación es esa: un nuevo mundo, una salida a través de la imaginación poética, siempre peligrosa, y aquí el peligro no es una metáfora, es una condición existencial. Imaginación y peligro se alimentan mutuamente y la escuela del calor es una escuela del oído, del murmullo de las vidas y de las formas de lo humano cuando por todas partes decretan la feliz llegada de una mutación.

L’idea, la sensazione è questa: un nuovo mondo, una via d’uscita per mezzo dell’immaginazione poetica, sempre pericolosa, e qui il pericolo non è una metafora, è una condizione esistenziale. Immaginazione e pericolo si alimentano mutuamente e “la scuola di calore” è un scuola dell’ascolto, del bisbiglio (mormorio – sussurro ) delle vite e delle forme dell’umano quando in ogni luogo decretano il felice arrivo di una mutazione