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martedì 7 dicembre 2010

Ornela Vorpsi

  Ornela Vorpsi-



"Ornela Vorpsi e Dubravka Ugresic sono le mie scrittrici preferite"
[Massimo Rizzante]

Ornela Vorpsi



Ornella Vorpsi al festival Babel del 2007 (audio)





 
©   

 

domenica 5 dicembre 2010

scuola di calore VI - altre due poesie di massimo rizzante

Massimo Rizzante - poesie 


altre due poesie della raccolta ancora inedita
  Scuola di calore











          Sorella, amante

         a Ornela

        
Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,
         in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo
         dove aquile ammaestrate spiccavano il volo
         quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.

         All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.
         Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo
         era per il partito più che un delitto una tara:
         ah gocce di sperma lucenti come canini!

         Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –
         ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino
         al girone dei traditori della patria, da dove non sono
         più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.

         Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava
         lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,
         il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:
         corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.

         Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi
         e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,
         i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,
         il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti

         Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata
         del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.
         C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:
         ah corpi non più vergini, sale d’attesa!



       

           Fog, magla

         a Dubravka

        
Quando ero jugoslava leggevo i russi,
         Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.
         L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:
         “Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”

         Poi venne il collasso comunista,
         la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:
         sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.
         Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana

         Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,
         il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,
         mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo
         dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato

         Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,
         facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato
         il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.
         Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa

         I mean, alla frontiera. Rinascere non conta
         e dato che dal dolore ci salva non la morte
         ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel
         con in mano un passaporto di Olandese volante

         Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata
         che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so
         dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico
         è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra



"Ornela Vorpsi e Dubravka Ugresic sono le mie scrittrici preferite"
[Massimo Rizzante]


da nazione indiana   - - - -
© Massimo Rizzante

venerdì 18 giugno 2010

A proposito di Bartleby e dei bartlebys

Ornela Vorpsi -  nazione indiana - 28 febbraio 2008


Estratto del saggio

Riflessioni su “La vita degli animali” di J. M. Coetzee e su “Bartleby e compagnia” di E. Vila-Matas


A proposito di Bartleby e dei bartlebys

Tutti possono scrivere, ma ciò non fa di tutti degli scrittori. Ecco, cosa si può immediatamente dedurre dalla lettura di Bartleby e compagnia di Enrique Vila-Matas: l’accesso di qualsiasi persona alla scrittura, per quanto dotata dei fondamentali tecnici (la stessa cosa si può dire dell’analfabeta: tutti possono raccontare una storia, ma ciò non fa di tutti dei narratori), non significa affatto che una relazione essenziale con la scrittura sia all’opera. Come si riconosce questa relazione che impegna intimamente un essere a scrivere? Forse, dal fatto che essa è prima di tutto una non relazione con la scrittura, una «non scrittura» avvitata al cuore, una perforazione della scatola cranica, una piaga non suturabile, una pagina che ridiventa continuamente bianca, alla stregua dell’onda che inghiotte l’onda che è giunta un attimo prima a impregnare la sabbia.

All’inizio nello scrittore c’è una cancellazione che prelude alla memoria, che precede e allo stesso tempo apre e chiude la possibilità di raccontare qualcosa, una cancellazione attiva che egli scrivendo giunge miracolosamente a scongiurare, quasi si trattasse di saltare un muro altissimo, o di dividere le acque di un oceano, quasi gli fosse richiesto l’impossibile!

mercoledì 6 agosto 2008

La bellezza andrà all’inferno? Lettera a Ornela Vorpsi

  Massimo Rizzante -

15 maggio 2008

La bellezza andrà all’inferno? Lettera a Ornela Vorpsi

1
Cara Ornela,
ho letto Il paese dove non si muore mai (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, Buvez du cacao Van Houten! (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, La mano che non mordi (2007).

Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola. Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.