martedì 1 giugno 2010

recensione 2666 - Verso l´infima lacuna: 2666

  Achille Castaldo  - Tabard - giugno 2009

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'Verso l´infima lacuna: 2666'

2666, ultimo romanzo di Roberto Bolaño, smembrato in due tronconi dall´editore Adelphi, ha visto uscire nell´autunno del 2008 il suo secondo ed ultimo volume (traduzione di Ilide Carmignani), che raccoglie le due parti conclusive delle cinque che compongono l´opera nel suo complesso.
Nel primo volume abbiamo assistito alle peripezie in tono di commedia di un gruppo di critici europei (con complicazioni sentimentali) alla ricerca di un misterioso scrittore tedesco prossimo al Nobel, che nessuno sembra avere mai visto. Attraverso un progressivo avvicinamento ci siamo poi trovati in Messico, al confine con gli Stati Uniti, nella città di Santa Teresa, stato del Sonora, sorta di buco nero in cui si è forse concentrato il male del mondo.

recensione 2666 - qualche impressione di lettura

Achille - Tabard - 20 dicembre 20007



2666: qualche impressione di lettura


Difficile parlare di un romanzo di cui si è letta solo la prima parte (anzi, tre delle cinque parti, ma le ultime due saranno pubblicate in Italia solo tra un anno). Magari si può iniziare con i pensieri confusi di Amalfitano, uno dei molti protagonisti, che si lascia tentare dalla follia, dalle voci, dopo aver appeso un trattato di geometria al filo per stendere i panni (secondo le istruzioni di Duchamp): «Queste idee o queste sensazioni o questi vaneggiamenti, d’altra parte, avevano per lui un loro lato gratificante. Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre. Si trasformava un racconto barbaro di ingiustizie e di abusi, un ululato incoerente senza principio né fine, in una storia ben articolata dove c’era sempre la possibilità di suicidarsi. La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno».

recensione 2666 - 'Roberto Bolaño. Scrivere vuol dire essere capaci di cacciare la testa nel buio

Marco Dotti - Il manifesto - 6 dicembre 2007


'Roberto Bolaño. Scrivere vuol dire essere capaci di cacciare la testa nel buio'


L'opera febbrile di un geniale autodidatta, che passò da Santiago al Messico, poi di nuovo al Cile, dove fu incarcerato da Pinochet. Sotto il titolo "2666" un groviglio di trame deliranti intorno a una unica costante, il deserto del Sonora. Tra le presenze di questo intreccio, che parte sulle piste di alcuni critici, a loro volta impegnati nell'inseguimento di un fantomatico scrittore tedesco, trova posto anche una immaginaria inviata del "manifesto" in Chiapas, dove incontra Marcos.
Nonostante le migliaia di libri venduti, le traduzioni in quasi tutte le lingue d'Europa e un crescente successo persino negli Stati Uniti dove, chissà per quale ragione o perversione profonda piacciono più gli "scrittori scomparsi" degli scrittori di cui si conoscono volto, generalità e conto in banca, la figura dell'autore tedesco Benno von Arcimboldi restava avvolta nel mistero. Di lui e della sua vita - ci informa Roberto Bolaño in apertura di 2666 (nella elegante traduzione di Ilide Carmignani per Adelphi, pp. 436, euro 19) - praticamente nessuno, neppure il suo editore di riferimento sapeva granché. I libri di Arcimboldi venivano pubblicati senza fotografie personali sul risvolto o sulla quarta di copertina, i dati biografici quasi non esistevano, non si conosceva nemmeno il suo grado di istruzione e persino ai contabili delle case editrici, che dovevano corrispondergli i proventi o trasmettergli - ma dove? - i rendiconti dei diritti d'autore, il suo indirizzo era tenuto segreto.

recensione 2666 - Fragili e picareschi nelle arterie d' Europa

Enzo Di mauro- Alias de Il Manifesto - 3 novembre 2007


Fragili e picareschi nelle arterie d' Europa

Dia, chi vuole e chi sa, una lettura iniziatica e misteriosofica del fluviale romanzo-testamento del cileno di Santiago Roberto Bolaño - scomparso a cinquant'anni nel 2003 a Barcellona, dove da parecchio tempo risiedeva e dove leggenda e morte lo raggiunsero nel pieno di una maturità creativa che lasciava presagire lampi persistenti di meraviglie letterarie - così magari cascando nella trappola irridente e sarcastica dell'autore che lo scrisse invece in vista di un trapianto di fegato per assicurare alla famiglia una qualche tranquillità economica nel caso che le cose, come poi purtroppo accadde, si sarebbero volte al peggio. Suddiviso in cinque parti, 2666, ora nell'eccellente traduzione di Ilide Carmignani ("Fabula" Adelphi, pp. 433, € 19,00), ogni singola sequenza, secondo le intenzioni a questo punto tradite di Bolaño, avrebbe dovuto vedere la luce della pubblicazione sola e abbandonata, chiusa in sé, una all'anno, dunque accompagnando e incuriosendo gli eventuali lettori per lo spazio di un intero lustro, alle maniere dei vecchi sussidiari con i bambini delle scuole elementari. Gli eredi, in Spagna, hanno piuttosto deciso di far stampare 2666 in un unico volume; qui da noi si è fatta una scelta improntata, se non ad arbitrarietà, di sicuro a una certa dose di sadismo, ovvero distribuendo il tutto in due tomi (il secondo viene annunciato per l'ottobre del 2008).

recensione 2666 - Bolaño si fa in 2666

Paolo Collo - Tutolibri -  3 novembre 2007


Bolaño si fa in 2666

Qualche anno fa, recensendo Puttane assassine (Sellerio, 2004) di Roberto Bolaño, riportavo una frase scritta all'indomani della sua morte: "A lungo abbiamo vissuto senza sapere che esisteva un cileno secondo noi perfetto: barocco ma breve, erudito ma senza essere pedante, tragicamente metafisico e autenticamente burlone, pazzo per la poesia ma dotato di un'efficacia narrativa senza il minimo cedimento… Una specie di fenomeno fra Woody Allen e Lautréamont, Tarantino e Borges" .
Ed è un giudizio, questo, che si può confermare ora all'indomani dell'uscita, per i tipi di Adelphi, della prima parte del suo romanzo-fiume (oltre 1100 pagine) postumo: 2666.

recensione 2666 - un labirintico confine

  Bruno Arpaia -   il sole 24ore - 28 ottobre  2007


Un labirintico confine

Prima di morire, nel 2003, a soli 50 anni, mentre aspettava inutilmente un trapianto di fegato, Roberto Bolaño fece due cose: pubblicò Anversa, il primo romanzo che aveva scritto nel 1980, fino a quel momento  rimasto  inedito  (un  libro  sperimentale,  in  cui  la  trama  è  frantumata,  ridotta  a  visioni, immagini, ricordi, frammenti di dialoghi, abbozzi di storie e di personaggi), e soprattutto lavorò, in una corsa serrata contro il tempo, al suo "romanzo totale", che intuiva sarebbe stato l'ultimo. Le 1.120 pagine di 2666 rappresentano perciò il testamento di un autore che, dopo trent'anni di esili, vagabondaggi, spericolate acrobazie per sopravvivere, aveva finalmente raggiunto un certo successo ed era diventato quasi una leggenda, un punto di riferimento per molti dei giovani latinoamericani emergenti, tanto che Susan Sontag ne aveva addirittura parlato come di uno scrittore "destinato a occupare un posto permanente nella letteratura mondiale".

recensione 2666 - qualcosa di simile alla felicità

Maurizio Bono -  il sole 24ore - 13 ottobre 2007


Bolaño si sarebbe fatto una gran risata, ma il primo ostacolo, con il suo gran romanzo postumo, è la re- verenza: lui l'ha combattuta per tutta una vita da irregolare della letteratura, ma rischia di restarci impantanato per le straordinarie circostanze del suo lascito.

  Intanto, la mole: millecento pagine in cinque parti, che in italiano escono in due tomi (il prossimo nell'autunno 2008), ma in spagnolo sono un volume solo che ispira ai critici paragoni vertiginosi (dalla Ricerca del tempo perduto a L'uomo senza qualità). Poi, la sua densità ha scatenato ansie di chiosa devastanti. Per alcuni 2666, che ha tra i protagonisti la sordida città di frontiera Ciudad Juárez , è il rovescio di Cent'anni di solitudine: un buco brulicante di donne assassinate al posto della felice Macondo delle origini. Per un altro "per comprenderlo bisogna aver letto tutto Kafka, Malcom Lowry, Sade e l'opera critica di Blanchot" . Auguri.
Di tutto questo, naturalmente, Bolaño (finora pubblicato in italiano da Sellerio) non ha (quasi) colpe. Per lui 2666 doveva uscire una parte alla volta, guadagnarsi sul campo i galloni di quell'evento letterario che è davvero, e garantire costanti diritti d'autore a moglie e figli per quello si augurava un lustro di convalescenza: era terzo in lista d'attesa per un trapianto di fegato. Aggirata la reverenza, diverte che la prima parte di 2666 abbia al centro proprio quattro critici universitari, ossessivamente ma impiegatiziamente impegnati nell'indagine filologica e biografica su Benno von Arcimboldi, romanziere tedesco misterioso svanito nel nulla come un Salinger. I quattro ci costruiscono le carriere, ma anche le proprie vite, perché il francese Pelletier, lo spagnolo Espinoza, l'italiano Morini e l'inglese giovane e bionda Liz Norton formano una famiglia allargata, amici e amanti (Liz centro di un triangolo), intellettuali civilissimi capaci d'introspezione e maestri nell'uso dei libri (di Arcimboldi come scrittore sappiamo appena che "si avvicina con delicatezza al dolore e alla vergogna") per fare argine all'infiltrarsi del nulla nell'esistenza e alle proprie pulsioni peggiori. Che però affiorano a tratti (come la sera in cui in un taxi parlano liberamente del loro complicato ménage erotico e agli insulti del pakistano fondamentalista che guida reagiscono massacrandolo di botte) e tracimano quando tre dei critici seguono le orme del "loro" misterioso autore tedesco nel deserto del Messico.

recensione 2666 - Attenti a quel libro

Tiziano Giannotti - La Repubblica - 13 ottobre 2007

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Attenti a quel libro

Quando si è finito di leggere 2666 non si chiude il libro. Non si può. Il fatto di sapere che ci sono ancora due parti a completare l'opera e che bisognerà aspettare, certo, ma soprattutto la voglia di capire come ha fatto Bolaño a farci leggere la prima, "La parte dei critici" - i critici, si sa, sono i personaggi meno romanzeschi che si possa immaginare -, per lasciarci l'annuncio della seconda e della terza, dove l'incubo prende forma e figure compiute, dove intendi la ragione dello scrittore: doveva farci passare per il vaniloquio ansioso e deviante dei critici, perché lui questa volta vuole il mondo. Il segreto del mondo. E come dirne meglio il "qui e ora" che partendo dalla impotenza, l'insoddisfazione, l'ansia? Si inizia così con i tre critici, un francese, uno spagnolo e uno italiano, che hanno costruito la propria carriera accademica studiando l'opera di un misterioso scrittore tedesco, Benno von Arcimboldi.