Alfredo Ronci -
Roberto Bolaño - Il Terzo Reich
Adelphi, Pag. 325 Euro 20,00
Hai voglia a dire. Si fanno tante chiacchiere sulla letteratura e sul
suo stato di salute. Si fanno tanti discorsi sulla possibilità di
trovare vie d’uscita alla situazione stagnante e corriva della narrativa
contemporanea e sull’eventualità, quasi miracolistica, di fare i conti
con scrittori capaci ed innovativi e poi di punto in bianco ti capita un
libro nel senso più classico del termine (anche con le sue
differenziazioni), con una storia semplice e coinvolgente, ed ecco che i
pruriti ‘intellettualistici' si placano e trovi la pace dei sensi.
Va
precisato: stiamo per parlare di un autore straordinario, per certi
versi ‘rivoluzionario’, ma è pur vero che non è difficile,
nell’eccellenza, spesso trovar buggerature, intese anche nell’accezione
più classica… e che fa tanto male.
A otto anni dalla morte del grande
scrittore messicano/cileno, Adelphi ripropone un romanzo che appartiene
alla prima fase: quella, forse, di una costruzione identitaria che
sarebbe poi esplosa in un’opera letteraria con pochi eguali nella
letteratura mondiale contemporanea.
Di sicuro
Il Terzo Reich
mostra una propensione all’indagine psicologica e alla difficoltà
interpretativa della realtà già sicura e robusta, ma quel che colpisce
di Bolaño è la sua capacità di affascinare il lettore con una
rappresentazione dei luoghi magistrale, quasi fotografica.
La storia è
semplice (anche se l’aggettivo in Bolaño può avere una risultanza
ambigua): Udo Berger, appassionato di giochi di guerra (‘Il Terzo Reich’
è appunto uno svago bellico a cui il protagonista si dedica) si reca
sulla Costa Brava in vacanza con la moglie. Qui i coniugi fanno amicizia
con un’altra coppia in evidente crisi matrimoniale: dei due l’uomo,
ormai affiatatosi con Berger, pochi giorni dopo, sparirà inghiottito
dalle onde del mare.
Il corpo verrà restituito settimane più tardi e
determinerà in Berger una sorta di confronto con la vita e con i
rapporti umani: deciderà di rimanere in Spagna e di assistere alla
partenza della consorte. E man mano che la stagione calda si smorza in
un precoce grigiore autunnale, il protagonista fai conti col proprio
passato (ha una forte attrazione per Frau Else, l’enigmatica
proprietaria dell’albergo, già presente quando Berger vi andava in
vacanza da ragazzino coi genitori), e con una figura minacciosa (il
Bruciato, un gigante del posto che fa il bagnino e che ha il volto
deturpato da una larga bruciatura) che gli impediscono il ritorno a
casa.
Romanzo per certi versi isherwoodiano o forse ancor meglio,
bowlesiano dove alla dinamica della enigmaticità si aggiunge un vago
senso frustrante di desolazione e solitudine.
Il lettore non fa
fatica ad adattarsi ai cambiamenti climatici e quindi ad una stagione
estiva che simbolicamente si spegne verso una precoce fine. Ma nulla di
certo vi è in una ‘costruzione’ nient’affatto paradigmatica.
Rispondendo ad un suo interlocutore sorpreso che tenga un diario Berger dice:
Non
sono un poeta, ho sorriso. Mi interesso alle cose quotidiane, compreso
quelle sgradevoli, per esempio mi piacerebbe annotare sul mio diario
qualcosa di relativo allo stupro.
Un approccio che forse non è proprio un ‘modello’.
Alfredo Ronci
Il paradiso degli orchi
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